The Wrestler (D.Aranofsky)

Arriva nei cinema il Leone d'Oro veneziano. Tra luci, ombre, e un grande Mickey Rourke...

 

The Wrestler

Usa 2008

Un film di Darren Aranofsky

ConMickey Rourke, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei

Sceneggiatura:  Robert Siegel   

FotografiaMaryse Alberti

MontaggioAndrew Weisblum

 

 

Peccato.

Peccato perché “The wrestler” poteva essere proprio un bel film, invece è solamente un film non riuscito.

Cominciamo dalle cose che convincono, gli attori.

Mickey Rourke (Randy nel film) è semplicemente bravissimo. Con un viso esploso, maciullato, rispetto a quello impresso nella nostra memoria in “9 settimane e mezzo”, che utilizza con maestria, eccellendo nelle scene con la figlia. I suoi occhi colpiscono per profondità e realismo. Nel suo sguardo si sente la sofferenza, quella vera. Evidentemente anni di ostracismo da parte di Hollywood gli hanno fatto bene. Forse dovremmo fare così anche con i nostri attori…

Brave le comprimarie.

Ottima Evan Rachel Wood la figlia lesbica di Randy (diciamocelo, poteva mancare?).

Ancora più brava Marisa Tomei che interpreta “Cassidy”, una quarantenne ballerina di lap dance a fine carriera.

E iniziamo con i problemi: il plot è di una banalità sconcertante. Praticamente è un film che abbiamo visto almeno un migliaio di volte: il vecchio eroe, ormai sfigato, senza più un dollaro e amor proprio, riacquista la dignità combattendo contro l’avversario di sempre. È striminzita come sinossi, me ne rendo conto, ma, come avrebbe detto il Belli: strigni strigni la pappa è questa…

Comunque quello che davvero sconcerta sono le scelte di sceneggiatura nei momenti di svolta della storia: non ce n’è uno originale, autentico, che emozioni. Tutti, e non scherzo, sono triti e ritriti.

Un esempio.

Randy soprannominato “The ram”, dopo un infarto si è ritirato dal wrestling e sbarca il lunario come inserviente in bancone di un supermercato. Beh, sapete qual è la molla che gli fa lasciare il lavoro? Quando un camionista, mentre gli sta chiedendo due etti di prosciutto tagliato fino fino, lo riconosce. “Ma tu sei the Ram!”. A quel punto Randy capisce che quella non è la sua vita e preso da una crisi di nervi infila volontariamente le dita nell’affettatrice.

Sorvoliamo il resto solo per dire che il finale, ve ne accorgerete, è di una retorica vomitevole.

Interessanti, interessantissime, invece, le scene di contorno, di descrizione della vita di un emarginato: la roulette dove vive, il ragazzino con cui gioca a Nintendo, il suo rapporto con Cassidy.  Insomma, la difficoltà di vivere in un’america sempre più egoista e menefreghista. Forse questo è il miglior pregio del film.

Ultima osservazione: spicca per truculenza il combattimento fra The Ram e un sadico…


Bellissima l'omonima canzone scritta da Bruce Springsteen per il film, che ne accompagna i titoli di coda. 


Alessio Cremonini 



03-03-2009


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