CRAK! è andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone. Andare o non andare?

Usa 2007
Un film di Stewart Hendler
Con: Josh Holloway, Sarah Wayne Callies, Blake Woodruff
Sceneggiatura: Christopher Borrelli
Fotografia: Dean Cundey
Montaggio: Armen Minasian
Appena scarcerati, Max Truemont e la sua fidanzata Roxanne cercano di rifarsi una vita onestamente, ma il loro tentativo fallisce. Rimasti apparentemente senza nessun’altra scelta, acconsentono di prendere parte al rapimento del piccolo David di otto anni, figlio di una delle donne più facoltose del Vermont. Insieme ad altri due malviventi, Sidney e Vince, imprigionano il ragazzino in una specie di cascina di un’amena località del Maine.
I rapitori incominciano però ad essere tormentati da strani mormorii: David, infatti, non è in realtà il bambino candido e inerme che appare, è dotato di capacità anomale ed è in grado di sentire i pensieri delle altre persone e di determinare le loro azioni. Per Max e i suoi complici ha inizio un vero e proprio viaggio verso l’abisso.
Sembra ancora estate anche se il paesaggio è innevato e la temperatura costantemente sotto lo zero.
Lo sembra perché, come da tradizione tutta italiana, è con l’arrivo del caldo che solitamente arrivano nelle sale film come Whisper - Il respiro del Diavolo: insignificanti prodotti semitelevisivi che in altri luoghi hanno ormai concluso la loro banalissima esistenza nei blockbuster, confusi tra gli scaffali insieme ai mille cloni nati dalla fusione di queste semplici parole: bambini – diavolo - 666.
Stewart Hendler gira con mano anonima e poca fantasia uno script che prova a rendere nuova l’abusata situazione “dell’ostaggio isolato in una baita in mezzo al bosco” ma consuma solo una sfilza di scene razziate ad altri film (il lago ghiacciato chiama “Omen II: la Maledizione di Damien”, se ricordo bene) e i consueti, deboli cliché: frasi mordaci e faccette diaboliche da parte della stirpe satanica di turno.
Metteteci pure un casting come minimo dubitabile, dove oltretutto gli interpreti migliori escono di scena quasi subito, al contrario dei peggiori che continuano a rantolare fino alla fine (gustare il Michael Rooker di Henry – Pioggia di Sangue mentre trasuda violenza e cattiveria è cosa buona e giusta mentre Josh Holloway sarebbe più dignitoso che si limitasse a mostrare il suo scalpo tinto nell’isola di Lost, dalla quale per’altro ha portato con se lo stesso guardaroba, inevitabilmente comico se indossato in mezzo alla neve), non è difficile quindi comprendere come prontamente si possa disperdere Il respiro del Diavolo nella stanza più buia e nascosta della propria memoria.
C’è però stato un fattore che mi ha dato una mano a vincere la sofferenza di una tale visione, ed è l’abbagliante fotografia, che usa al suo massimo la scenografia naturale che l’ambiente ha offerto.
Quando tuttavia si scopre che è opera di Dean Cundey, ex collaboratore di John Carpenter, il mistero di questa “anomalia” viene risolto.
Fotografia a parte, infatti, non vi è nulla di ricercato, siamo più dalle parti della paura raggiunta con velocizzazioni delle immagini, dozzinali musiche tensive, rumori improvvisi e scoppi di immotivata brutalità: il tutto per rappresentare il già visto, senza minimamente aver voglia di provare a partire da queste situazioni per approdare a qualche cosa di più.
Pian piano che il film arranca verso il finale si precipita sempre più nel déjà vu, fino all’incommentabile finale che scopiazza Shining e che ben mostra le porcherie che si possono riprendere in nome del più insolente conformismo, pur di far quadrare il cerchio e dare illusioni e consolazione allo spettatore.
Il finale, grazie a Dio, presenta anche un aspetto positivo e, nel cinema di oggi, più unico che raro: sembra chiuso ad ogni possibilità di sequel.
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Pietro Cattaneo
30-01-2009
CRAK! è andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone. Andare o non andare?