L'ospite inatteso (Thomas McCarthy)

(The Visitor)
Arriva in italia il vincitore del festival di Deauville, tra buone intenzioni e qualche caduta.

L'ospite inatteso (Thomas McCarthy)

 

L'ospite inatteso

(The Visitor)

Usa 2007

Un film di  Thomas McCarthy

Con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira

Sceneggiatura: Thomas McCarthy

Fotografia: Oliver Bokelberg

Montaggio: Tom McArdle

 

Grande attesa per il film che ha riscosso pareri positivi sia di critica sia di pubblico: in America, dove  è uscito ad aprile, "L'ospite inatteso" è stato notevole in successo al botteghino, senza dimenticare il largo consenso ottenuto al Sundance Film Festival, al Toronto Film Festival e soprattutto a al Festival di Deauville, dove è stato incoronato miglior film.
Richard Jenkins interpreta Walter Vale, vedovo professore universitario d’economia che vive nella monotonia della sua casa nel Connecticut, tra lezioni sempre uguali e vani tentativi di imparare a suonare il pianoforte, vista la sua passione per la musica classica. Vale, suo malgrado, è costretto a andare a New York per presiedere a una conferenza: quando arriva nella sua vecchia dimora di NY, il professore entra in contatto con il siriano Tarek e la senegalese Zainab, due immigrati clandestini cui era stata affittata la casa in modo irregolare da un impostore. Dopo le difficoltà iniziali i tre inizieranno a conoscersi, scoprendo interessi comuni e costruendo una singolare amicizia: i due immigrati finiscono per far riscoprire a Walter i rapporti umani, portandolo a un nuovo interesse per la vita che passa anche attraverso l’apprendimento di un nuovo strumento, non più il celebrale pianoforte ma lo djembe, di cui Tarek è un maestro. L’asettica e statica vita intellettuale del professor Vale viene invasa dai suoni e i colori di Tarek e Zainab, ma all’improvviso tutto finisce bruscamente: Tarek viene fermato in metropolitana dalla polizia e, in quanto clandestino, trattenuto in un centro di detenzione (Immigration and Customs Enforcement). Vale non si arrende, ingaggia un avvocato ed entra in contatto con Mouna, la madre premurosa di Tarek, ma la strada verso un trattamento degno nei confronti immigrati è ancora lontana.
Vero punto di forza di questo piccolo film, prodotto con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite è, oltre al tema forte e attuale, la scelta di Richard Jenkins, al suo primo vero ruolo da protagonista: Jenkins era stato finora utilizzato come caratterista, soprattutto in ruoli comici (specie dai Coen di Prima ti sposo poi ti rovino o dal più recente Burn after reading), ma sempre in parti secondarie, come macchietta. Scegliendo lui come attore, il giovane regista McCarthy riesce a presentare in poche scene un “uomo qualunque”, un volto già visto cinematograficamente ma senza connotati chiari. E’ un uomo anonimo che vive la sua anonima vita. La sua interpretazione è perfetta, capace di imprimere pause drammatiche e riflessive alternate a accelerazioni decisamente comiche: ed è proprio questa la caratteristica principale de L’ospite inatteso, che non sceglie mai un solo registro, ma altalena tra la storia d’amicizia (a tratti d’amore quasi) e l’elemento di denuncia politica, tra i momenti divertenti a quelli tragici, lasciando spazio anche a quelli di semplice quotidianità.
La seconda prova alla regia di Thomas McCarthy dopo The station agent (premio del pubblico al Sundance film festival) conferma le abilità del quarantenne già attore in Good night and good luck e Lettere da Iwo Jima: il risultato è un film che, in linea con gli intenti della neonata casa di distribuzione indipendente Bolero Film, vuole offrire uno spettacolo di alta qualità che combina in parti uguali divertimento e valore artistico. L’alternanza di campi lunghi e stretti rende bene il rapporto tra i protagonisti e l’ambientazione a New York, città che diventa un vero e proprio personaggio attivo nella storia (come anche la musica), con la sua multi - etnicità che traspare in ogni inquadratura, coinvolgendo anche i “cattivi” poliziotti, quasi tutti afroamericani a sottolineare l’assurdità delle leggi anti-clandestini di un continente che basa la sua storia proprio sull’immigrazione.
Il titolo italiano non rende bene l’ambiguità dell’inglese "The visitor", che vuol dire visitatore o ospite, ma ospite è sia chi ospita sia chi viene ospitato: in questo senso la scena sul battello con la senegalese Zainab che fa da guida all’americanissimo Vale, parlando della Statua della libertà, ribalta il senso di appartenenza all’America.
A volte il film non riesce ad amalgamare in modo lineare i toni diversi del film, la commedia e il pathos a volte finiscono per alleggerire la parte di denuncia e viceversa, forzando il passaggio tra i diversi registri usati: alcune scene spingono un po’ troppo il pedale del pathos, altre sembrano un po’ fuori luogo, altre ancora sembrano un po’ troppo agrodolci per un film di questo tipo, ma la violenta scena finale riequilibra il tutto in modo efficace.


Francesco Clerici

 

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09-12-2008

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