Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

The Velvet Underground & Nico (Verve, 1967)
Produttore: Andy Warhol
Musicisti: Lou Reed (chitarra solista, chitarra struzzo, voce); John Cale (viola elettrica, piano, basso elettrico); Sterling Morrison (chitarra ritmica, basso); Maureen Tucker (percussione); Nico (chanteuse).
Se c’è un disco di cui oggi è difficile parlare, ed è difficile farlo da adulti, spogliandolo di tutta la mitologia maudit , dell’aura decadente, della peggiore retorica rock, insomma di molte delle cose che ne hanno alimentato nel tempo parte del fascino e della fama, al di là dell’indiscussa portata innovativa della musica che contiene, è proprio il debutto dei Velvet Underground.
Tolta ogni zavorra, The Velvet Underground & Nico resta un esordio folgorante, originalissimo, tematicamente coraggioso nei suoni e nei testi, e a tratti capace di sorprendere persino l’ex-giovane che per scrivere queste righe si forza a un ennesimo ascolto, dopo esserne stato alla larga per anni, presumendo un po’ a torto un po’ a ragione di saperlo ormai a memoria.
E’ però il caso di fare un po’ di storia, riportare il gruppo nel suo tempo, per presentare il disco a chi invece non lo ha mai sentito. La Banana pop di Andy Warhol in copertina connota l’album e il gruppo in un milieu artistico preciso. La dicitura “produced by Andy Warhol” fa sorridere: arduo immaginare un personaggio più distante dalla musica del guru della pop-art, che infatti “produsse” il disco nel senso cinematografico del termine, finanziandone in parte le registrazioni. L’associazione con la Factory warholiana, nella New York del 1966 fu comunque il miglior aggancio promozionale in cui la band avrebbe potuto sperare. I Velvet furono, per circa un anno, nel bene e nel male "il gruppo di Andy Warhol", fornendo all’artista anche la musica dal vivo per l’ Exploding Plastic Inevitable, bizzarro show proto-multimediale che univa le proiezioni simultanee su più schermi dei film di Warhol, la danza, e appunto la musica del gruppo.
La collaborazione fu però un’arma a doppio taglio. Da un lato, ha consegnato il disco alla storia della musica e delle arti contemporanee; dall’altro, il fatto che molti continuassero ad associare i Velvet Underground a Warhol anche dopo che il gruppo ebbe preso le distanze dall’artista nei temi, nell’estetica e nelle scelte professionali, fu probabilmente uno dei motivi per cui la band non ebbe il successo commerciale che cercava finché fu in attività (1970). I quattro album in studio vendettero progressivamente sempre meno, confinando i Velvet nell’underground di nome e di fatto. Presto persero per strada i (pochi) fan del primo lavoro, che bastò invece ai detrattori per bollarli definitivamente come un branco di finocchi, sadici, tossici, nichilisti, dilettanti legati al carrozzone della Factory qualunque altra cosa facessero o tentassero di fare, e ignorarli di conseguenza. C’è materiale memorabile anche nella produzione successiva, ma sarebbe stato parzialmente riscattato dall’oblio, sempre restando tra gli ascolti cosiddetti di culto, solo grazie ai picchi di popolarità, nei decenni successivi, delle carriere soliste di due membri fondatori: John Cale e soprattutto Lou Reed.
Il gruppo si era costituito nel ‘65, quando Reed e il collega di Università Sterling Morrison, tutti e due chitarristi appassionati di rock’n’roll classico, ma affascinati dal rumore come dal free jazz di Ornette Coleman e Cecil Taylor, iniziano ad arrangiare le canzoni di Reed in compagnia di John Cale, polistrumentista colto arrivato a New York dritto dal Galles con una borsa di studio - frequentava gli artisti del Fluxus e suonava la viola con l’ensemble minimalista Theatre of Eternal Music di LaMonte Young – e del percussionista Angus McLise, che avrebbe abbandonato molto presto la formazione, dopo i primi concerti, ma non prima di aver scovato il nome “Velvet Underground” nel titiolo di un libretto scandalistico incentrato sullo scambio di coppie. Lo sostituì la batterista Maureen Tucker, abile, col suo beat elementare ma infallibilmente metronomico a garantire un riferimento solido, qualcosa per “tornare a casa”, a un gruppo incline, soprattutto dal vivo, a partire per la tangente in selvagge improvvisazioni elettriche.
Warhol decise, piuttosto dispoticamente e causando non pochi attriti interni, di affiancare ai quattro l’ex-modella e attrice Nico (al secolo Christa Paffgen) nel ruolo di chanteuse. Bellezza mozzafiato, non sembrò mai amalgamarsi veramente con l’estetica abrasiva e severa del gruppo, anche se Reed avrebbe affidato alla sua interpretazione, comunque memorabile, tre delle più belle canzoni del suo repertorio: Femme Fatale, praticamente scritta su di lei, All Tomorrow’s Parties, il cui testo è una delle prime esplorazioni di Reed nel vuoto di senso del vivere contemporaneo, e I’ll Be Your Mirror, profonda e perfetta canzone d’amore. Certo è che la compresenza sullo stesso palcoscenico di quella specie di dea germanica e di quattro ossessi vestiti di nero doveva costituire uno straordinario contrasto. Tutti i musicisti - eccetto la Tucker, che non la vide mai di buon grado – avrebbero poi aiutato Nico nel suo primo album solista Chelsea Girl. Nico trovò però la sua vera voce, e un’originalissima vena di autrice, a partire dal successivo The Marble Index, quando Cale divenne suo produttore e partner artistico d’eccezione fino alla metà degli anni ’70.
E’ Lou Reed però il cantante della maggior parte dei brani del disco di cui scriviamo. Un vocalist insicuro e limitato, ma capace, soprattutto in gioventù, di conferire profondità e molte sfumature, quasi da voce recitante, al materiale che scriveva.
Sunday Morning è ancora un’apertura stupefacente, che accumula tensione nella sua tessitura ambigua tra paranoia e sollievo, dannazione e salvezza. I Am Waiting For The Man e Heroin raccontano di tossicodipendenza. La prima con una pulsazione ossessiva e insinuante, la seconda alternando rarefazione ipnotica e scariche ad alto voltaggio. Ma nel contesto di questo disco, è bene dirlo una volta per tutte, sono esercizi letterari. Non che Reed scherzasse quando affrontava questi argomenti: tutt’altro; avvertiva già, e avrebbe avvertito per tutta la vita, l’impulso di toccare temi difficili, scomodi, esorcizzando demoni individuali e sociali con una scrittura a volte di alto livello, ma allora era ben lontano dal vivere sulla sua pelle l’abuso di sostanze, e dal fare, nonostante tutto, spettacolo dei suoi vizi. (Viene in mente il tour di Rock’n’Roll Animal del ‘74 in cui mimava tranquillamente il “buco” durante Heroin, con l’ipodermica e il laccio emostatico).
Venus In Furs è uno spaccato su un aspetto del sesso che nessuno aveva mai cantato prima su disco, e musicalmente forse è il più compiuto momento di sintesi, di astrazione, tra il rock’roll di Reed e Morrison e la formazione classico-contemporanea di Cale. Run Run Run sarebbe rock’roll puro, se non fosse costantemente sul punto di deragliare nell’atonalità e nel rumore, e lo stesso può dirsi di The Black Angel’s Death Song, ancor più avventurosa, e forte di un testo di stordente ascendenza surrealista, un fiume di parole in controtendenza rispetto alla vena generalmente asciutta e minimal di Reed, che dedica la conclusiva European Son a Delmore Schwartz, suo professore di lettere ed “eroe” giovanile. The Velvet Underground & Nico è un disco unico nel suo genere, davvero non ripetibile. E’ la piccola inquietante magia di un momento preciso e di un luogo preciso, che né il gruppo né i singoli musicisti coinvolti avrebbero più riprodotto.
Adriano Lanzi
27-02-2008
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