Valzer con Bashir (Ari Folman)

La recensione del film di Ari Folman vincitore del Golden Globe diventa una scusa per parlare della moda del cinema d'animazione. Con qualche dubbio.

Valzer con Bashir (Ari Folman)

Valzer con Bashir

(Waltz with Bashir)

Isr, Fra, Ger 2008

Un film di Ari Folman

Con (voci): Ron Ben-Yishai, Ronny Dayag, Ari Folman

Sceneggiatura: Ari Folman

Art Director: David Polonsky

Montaggio: Feller Nili

 

 

 

 

 

 

“Il cinema è la morte al lavoro sulla faccia degli attori” Jean Cocteau
 “Il cinema è verità a 24 fotogrammi al secondo” Jean Luc Godard



Fresco vincitore del Golden Globe (Miglior film straniero) e prossimo premiato alla notte degli Oscar, “Valzer con Bashir” è una Graphic Novel che racconta la guerra e la sua rimozione dalla memoria.

Film autobiografico del regista e sceneggiatore (ha scritto il format originale, israeliano, di In Treatment) Ari Folman, “Valzer con Bashir” è retto da una struttura quasi documentaristica: Ari era presente in Libano nel 1982, il giorno del massacro di Sabra e Shatila, ma non ricorda più nulla. La sua memoria ha cancellato le tracce dell’orrore, ha eliminato le immagini del genocidio dei palestinesi nei campi profughi, operato dai falangisti libanesi con la silenziosa condiscendenza dei soldati israeliani.
Ari è tormentato dagli incubi, ha bisogno di ricordare. 
Per farlo comincia un viaggio alla ricerca dei suoi compagni, e li intervista, nel tentativo di rimettere insieme un quadro delle sue responsabilità in quell’orrore.
Per questo “Valzer con Bashir” è soprattutto un film di psicanalisi e sulla psicanalisi. E’ un film sulla paura e sulla difesa dalla paura, sui profondi meccanismi che regolano la rimozione e il ricordo.
Interessante che per raccontare questo Folman abbia scelto l’animazione. L’animazione ha la doppia funzione di raccontare il sogno (i ricordi) con la leggerezza simbolica della memoria che riaffiora, e di raccontare l’incubo (l’orrore del massacro) rendendolo sopportabile agli occhi dello spettatore.
Il disegno annulla la differenza tra reale e immaginato, ponendo la ricostruzione nel tempo di Folman in un territorio intermedio, dove nulla è necessariamente vero fino in fondo ma nulla è dichiaratamente falsato dalla memoria.
Il tratto dei disegni diretto da David Polonsky è notevolissimo, crudo e scuro, e si inserisce a pieno titolo in quella traccia di eredità lasciata dal grande Art Spiegelman (Maus).
Bella la colonna sonora, che unisce brani originali di elettronica minimale scritti da Max Richter con brani d’epoca (Enola gay degli ODM, This is not a love song dei PIL).
Fin qui tutto bene, direte voi.
Resta da risolvere il problema della doppia epigrafe all’inizio di questa recensione.
Di tutta questa bella struttura da falso documentario, di tutti questi bei disegni, nella memoria non resta nulla.
Manca a “Valzer con Bashir” semplicemente la forza del cinema, che è la forza di corpi e oggetti, di carne e sangue, è lo sporco della grana della realtà di cui la settima arte si è sempre nutrita.
Il cinema è anche un fatto di limitazioni. Appunto: i corpi degli attori, gli spazi, le voci, i muri.
E’ la macchina da presa a dare un’ intensità nuova a gesti e oggetti noti, e la forza del cinema, la forza di quella “verità a 24 fotogrammi” è tutta nel rapporto tra quel occhio meccanico e la realtà.
Lo aveva capito perfettamente Micheal Powell quando aveva girato “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960), capolavoro fortemente simbolico e geniale discorso metacinematografico.
Lo aveva capito perfettamente Roberto Rossellini girando “Germania Anno Zero”, che per filmare la guerra basta il primo piano di un bambino.
Per questo la moda dei cartoni animati (o Graphic Novel, o film d’animazione) mi pare, per l’appunto, una moda. E mi lascia un pò freddo. Quello che a prima vista sembra un atto di libertà creativa (far volare gli attori, far apparire fantasmi) si risolve in una esangue imitazione della realtà, depurata di tutta la sua forza specifica.
In “Valzer con Bashir” assistiamo a 87 minuti di corpi senza peso e senza storia, qua e la intervallati da facili simbolismi che su pellicola farebbero rabbrividire.
E’ una scelta, direte voi.
Certo, e questo è anche un bel film.
E’ un bel film, ma il cinema è un’altra cosa.

 

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Nicola Ravera Rafele


14-01-2009

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