14 dicembre al GranTeatro
V.le di Tor Di Quinto, 1 ore 21
Info: 06.54220870

Cadono le due torri e Lui è lì dentro. Riesce a salvarsi in mezzo a fuliggine e panico e sirene. Attraversa la città come in trance e torna da Lei, la sua ex moglie.
Questo l’inizio de ‘L’uomo che cade’ di Don Delillo, uno degli scrittori di maggior talento della sua generazione (‘Rumore bianco’ è il libro più influente degli ultimi vent’anni? Forse, e se non lo è poco ci manca...).
Maestro di strutture romanzesche ‘esplose’, molto abile nel sovrapporre allo stampo della realtà l’assurdo o l’improbabile, grande indagatore delle moderne nevrosi e capace di alternare ellissi temporali a minuziosissime descrizioni del particolare. Tutto questo ha fatto di Delillo un gigante della letteratura.
Di ‘Rumore Bianco’ si è già detto, ma vanno ricordati anche ‘Underworld’, e ‘Americana’, ‘Mao II’. Accanto a questi, qualche episodio un pò meno riuscito, come ‘Running Dog’.
In ogni caso, tracce evidenti dell’eredità di DeLillo si possono trovare in buona parte della nuova migliore letteratura americana: Foster Wallace, Dave Eggers, e, soprattutto, Jonathan Frenzen e Lethem.
Leggendo questo ‘L’uomo che cade’, però, verrebbe da dire che proprio i meriti straordinari di DeLillo sono anche i suoi limiti.
La sua capacità di raccontare la nevrosi e di destrutturare il romanzo, qui si trasformano in freddezza narrativa, schema asettico, gioco mentale.
‘L’uomo che cade’ è un libro senza carne, a tratti perfino insincero, mai emozionante, prigioniero di un teorema: raccontare in modo non ancora raccontato il troppo raccontato 11 Settembre.
Certo, non mancano descrizioni memorabili. A scrivere non si disimpara, ci mancherebbe.
Ma all’ammirazione iniziale si sostituisce con il passare delle pagine un senso di ‘non necessario’, una stanchezza progressiva che allontana il lettore dalle storia.
I capitoli che raccontano il ricongiungimento tra Lianne e Keith dopo il disastro, sono alternati con il racconto di uno degli attentatori prima dell’11 Settembre. Questa seconda traccia è un pò più fresca, ma a tratti perfino ingenua, superficiale.
Insomma, pura esecuzione autoriale, ma senza anima.
Un’ultima nota: dopo 7 anni di commissioni che raccontano falsità, di dubbi, incongruenze e false testimonianze su cosa davvero è successo quel giorno, forse, da uno dei massimi intellettuali newyorkesi viventi ci si poteva aspettare un pò più di riflessione attorno alla verità.
Certo, non sono i romanzi che si devono preoccupare delle teorie del complotto, ma il risultato è che la visione di ‘Zero ’ (il film di Giulietto Chiesa e altri sull’11 settembre) è molto più appassionante della lettura di questo libro...
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Nicola Ravera Rafele
07-05-2008
14 dicembre al GranTeatro
V.le di Tor Di Quinto, 1 ore 21
Info: 06.54220870