Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

THE CURE
“Faith”
(Fiction/Polygram)
Anno: 1981
Musicisti:
Robert Smith – chitarra, tastiere, voce
Simon Gallup – basso
Laurence Tolhurst – batteria
Prodotto da: Mike Hedges & The Cure
“The party just gets better and better/I went away alone with nothing left/ but Faith”.
Questa è la frase manifesto posta in conclusione del terzo album della formazione inglese nata a Crawley.
“Faith” (il brano e l’intero lavoro) è l’emblema, forse ancora non pienamente riconosciuto dalla critica, del percorso artistico e personale di Robert Smith, un giovane che visse l’esperienza punk ’77 gettando le basi, insieme ai Joy Division, per il suo post.
“Three Imaginary Boys” (1979) è l’esordio grezzo ma pregno di incisive canzoni che mostrano come l’irruenza dei Sex Pistols e la melodia elettrica dei Buzzcocks potesse avere anche un lato più intimista.
Canzoni come “10.15 Saturday night” o la stessa title track evidenziano quali potenziali percorsi potesse intraprendere la musica dei “tre ragazzi immaginari”.
Infatti basta solo un anno affinché il punk perda la sua carica sovversiva, dopo aver dato un necessario quanto fondamentale bel calcio nel sedere al progressive e ai suoi virtuosismi facendo così uscire il rock dai salotti borghesi riportandolo al popolo attraverso il messaggio: “Questi sono tre accordi, imparali e corri a formare una band.”
Ma, come detto, in breve il tutto si trasforma in moda e tendenza da cartolina e coloro che avevano vissuto quell’autentico sconvolgimento anche sociale, che comprendeva le dimostrazioni di piazza contro le politiche britanniche in un’epoca di grave recessione economica e di anni bui che porteranno al governo Thatcher, mutano la loro reazione in lotta introspettiva.
Quella furia ora diviene concentrata più su insofferenze personali che vanno a trasformare il mood infuocato delle origini in analisi e struggimento interiore.
Nel 1980 esce “Closer” dei Joy Division, l'ultimo disco della band di Manchester oltremodo drammatico per via del suicidio del leader poco prima della pubblicazione, e “Seventeen Seconds” il secondo fondamentale ritorno dei Cure.
Si apre in questo modo un decennio artistico/musicale stimolante e ricco di innovazioni che solo pigri ascoltatori reputano da dimenticare, forse perché alle loro orecchie e ricordi (o conoscenze) c'è solamente la musica dei Duran Duran e Spandau Ballet, il pop commerciale e la Milano da bere.
In verità questo periodo è foriero di nuovi stili (si pensi anche all’industrial, la crescita ed evoluzione dell’elettronica, l’hip hop, la new wave, solo per citare qualche esempio), che ancora oggi sono materiale di studio e di ispirazione per nuove giovani bands.
Come segnalato, il primo album dei Cure presenta alcuni brani più cupi e lenti, composizioni che prendono totalmente il sopravvento nel successivo “Seventeen Seconds”, in cui l’anima inizia a porsi tante domande esistenziali.
La copertina bianco grigia, con uno sfocato panorama all’orizzonte , indica perfettamente lo stato mentale del suo maggiore artefice che nel frattempo ha accolto nella line up il nuovo (che poi diverrà storico) bassista Simon Gallup ed il tastierista Matthieu Hartley.
E’ un’atmosfera ovattata, soffocante ma che nello stesso tempo riesce ad essere fortemente comunicativa con brani quali “A forest”, “Play for today”, “Secrets”, “In your house” che sono ancora tra le canzoni più amate dai fans grazie a melodie ripetitive quanto incisive.
Ma questo episodio è solamente il preambolo a quello che probabilmente è il disco più temebroso quanto spirituale del gruppo; “Faith”.
E’ il 1981, la band ha un inaspettato seguito, ma è nello stesso tempo stressata da lunghi tour e dal sempre più alto uso di droghe ed alcool.
Matthieu Hartley non è più nella band. La sua collaborazione, soprattutto dal vivo, è vissuta con insofferenza ed il rapporto necessariamente si interrompe da ambo le parti.
Robert Smith non è un credente ma si chiede, forse con qualche invidia, come invece tante persone traggano forza dalla Fede. Come è arrivata loro questa verità? E’ qualcosa di innato, di rivelato o semplice indottrinamento?
La sua famiglia è religiosa, ma egli non prova eguale trasporto.
Ha però bisogno nello stesso tempo di credere in qualcosa, e non solo lui.
Infatti il gruppo ha subito in questo periodo luttuose perdite ed anche la mamma di Lol Tolhurst è gravemente malata, incurabile.
Le registrazioni non sono facili, la band è esausta dai continui abusi e tensioni e tutto questo si riversa su due inconcludenti sessions che non riescono a trasmettere coerentemente quello che vuole essere il tema emotivo e sonoro alla base dell’album.
La morte, la disperata ricerca di aggraparsi ad una speranza, la confusione di tante domande ancora senza risposte sono argomenti che possono trovare una sorta di catarsi e di condivisione con la musica, ma lo scopo può realizzarsi solo con la perfetta riuscita delle proprie intenzioni.
In questo senso si rivela fondamentale l’intervento, a mò di papà che controlla i bambini del manager Chris Parry, ma soprattutto del produttore Mike Edges che riesce a ricreare al mixer un’aura mistica quanto funerea, tirando fuori dagli strumenti e dalla voce di Smith gli esatti sentimenti nella forma più drammatica e palpabile.
Smith trae ispirazione per i brani frequentando assiduamente le chiese e le sue varie funzioni, osservando le reazioni della gente e come questa faccia forza nella fede per continuare nella propria esistenza.
“The Holy Hour” (“L’ora sacra”) è l’emblematico brano di apertura, in cui il musicista descrive perfettamente queste sue partecipazioni nei luoghi sacri.
Il brano termina con delle campane a morto.
“Primary” è una delle due canzoni più dinamiche ed in questo caso “pop” del disco. Viene decantata l’innocenza dei bambini, i loro primi stupori e meraviglia, l’emozione del primo amore e poi il dolore: lo scontro con esso quando si cresce, quando il sorriso diventa lacrima e sconforto. Ma i più piccoli questo non lo sanno: “sleeping children in their blue soft rooms still dreams” (Bambini addormentati nelle loro soffici camere blu sognano ancora).
“Other Voices”, la meravigliosa “All cats are grey” (a firma Tolhurst), “The Funeral Party” non fanno che confermare in maniera eccellente i disagi ed i dubbi dell’artista.
E proprio il “Doubt” (dubbio) a caratterizzare la più selvaggia, adirata, sanguigna composizione di “Faith”.
La leggenda vuole che spesso Smith componesse versi ispirato dalle immagini di alcuni suoi personali sogni: Tear at flesh/And rip at skin/And smash at doubt/I have to break you/Fury drives my vicious blows/I see you fall but still I strike you/Again and again/Your body falls/The movement is sharp and clear and pure/And gone (Strappo la carne/e lacero la pelle/ e mi frantumo nel dubbio/devo distruggerti/la collera guida i miei colpi furiosi/ti vedo cadere ma ti colpisco ancora e ancora e ancora/il tuo corpo crolla/il movimento è preciso, chiaro, pulito/ e finito).
Qui il proprio disagio è pura crudeltà fisica in cui la violenza assume connotati inauditi.
Si continua con “Drowing man”, la commovente storia di Fuschia che si getta nelle acque con una descrizione dei suoi ultimi istanti e pensieri attraverso una poesia lirica e sonora da brivido.
E si arriva alla conclusione con il capolavoro: “Faith” si protrae per oltre sei minuti.
Scarni e lenti colpi di batteria con effetto come provenisse dall'aldilà, basso ciclico e profondo, una chitarra dalle poche note soffuse che crescono con emozione nel finale, la voce di Smith totalmente persa nella sua macerazione.
Tristezza, ansia di sapere, dolore di non avere soluzioni va a concludersi solo con questa profonda riflessione: “Me ne sono andato da solo con niente altro che la Fede”.
Leggi anche la recensione del concerto di Roma al Palalottomatica (29 febbraio 2008)
Gianluca Polverari
13-02-2008
THE CURE "OTHER VOICES" dall'album "FAITH"
THE CURE "PRIMARY" dall'album "FAITH"
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