Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

TENDER PREY
NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
Mute, 1988
musicisti:
Nick Cave – voce organo armonica pianoforte
Mick Harvey – basso
Blixa Bargeld – chitarra
Kid Congo Powers – chitarra
Roland Wolf – Piano
Thomas Wydler - batteria
E’ il 1988, e Nick Cave viene da arresti per droga e risse ai concerti. E’ quello della corda del microfono stretta attorno al collo del batterista in un concerto dei Birthday party, è quello delle rabbiose espolsioni punk dei suoi primi album solisti.
E’ il 19 Settembre 1988, quando nei negozi di dischi Nick Cave appare da una copertina nera, guardando da un’altra parte, tenebroso e quasi irridente.
E’ il 19 Settembre 1988, quando i sette minuti e diciassette secondi di ‘The Mercy seat’ ci presentano la nuova versione del costruttore di incubi australiano, piazzandolo di diritto nell’Olimpo dei grandi del rock.
‘Tender prey’ è una palingenesi storpia, ossessiva che espode già al primo accordo del disco, quasi un tuono, mentre il Nick Cave di ritorno dagli inferi racconta un condannato a morte pronto a ‘prendere il suo posto accanto a Dio’. Un condannato a morte che cita le parole ‘Good’ e ‘Evil’ tatuate sulle mani di Robert Mitchum in ‘The night of the hunter’ splendida fiaba nera del cinema americano classico. E aspetta di friggere sulla ‘Mercy seat’ ripetendo ossessivamente il ritornello in un crescendo che sembra senza fine.
A seguire, il blues infernale di ‘Up jumped the devil’, e i cori beat sulla angelica e mortale Deanna (che racconta la fuga di due giovani criminali, facedo il paio con la ‘Nebraska’ di Springsteen), la morbosa ‘Watching Alice’ e la delicata distorisione di ‘Mercy’, che consegnano alla storia della musica un Cave mai così calibrato, che ha aggiunto al suo arco, così ben capace di raccontare il lato scuro, quelle frecce che da qui in poi diventeranno i suoi punti di forza: un pianoforte che genera incubi, le ballate assassine, la commistione sapiente di generi e umori, come una corda tesa tra malattia e rinascita, tra fede e follia, tra perdizione e riscatto. Un Tom Waits ‘addicted’ all’eroina e non al whisky di marca, uno Springsteen senza salvezza, annerito e ritorto, baconiano (inteso come Bacon Frances, il pittore…), mostrificato.
Poi ancora il blues apocalittico e colpevole di ‘City of refugee’, con quel ritornello ossessivo che ripete ‘You better run’ (citando un brano di Blind Willie Mc Tell), la litania dell’abbandono in ‘Slowly goes the night’, gli incubi drogati di ‘Sunday’s slave’ e ‘Sugar sugar sugar’, fino alla resurrezione di ‘New morning’. Quasi un’invocazione religiosa, un gospel, un’illuminazione.
Bad Seed in gran forma per tutto il disco, anche se ancora senza Warren Ellis (diventerà un ‘cattivo seme’ soltanto nel 1995) e Martin P. Casey (che entrerà nel 1992, sostituendo Mick Harvey al basso, che a sua volta andrà a prednere il posto alla chitarra di Kid Congo Powers), con Blixa Bargeld perfetto nella ‘gestione’ degli incubi e della voce scura di Cave.
Un disco che è costruito come un viaggio lento dal buio alla luce, una tortuosa riflessione sul bene e il male, sulla malattia e sulla sua guarigione, ma soprattutto un disco che parla della predestinazione, dell’impossibilità di scegliere, dell’impossiblità di vivere senza peccato.
Fino alla conciliazione finale di ‘New morning’, che apre le porte al capolavoro che vedrà la luce due anni più tardi: quel ‘The Good son’ che sembra più morbido e pacificato, ma che inizia esattamente da dove era finito ‘Tender prey’.
Nicola Ravera Rafele
24-01-2008
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