MATERIE PRIME: Spirit Of Eden (Talk Talk)- 1988

Mark Hollis spezza il legame sempre più tenue dei suoi Talk Talk con il pop radiofonico, e li porta in un... altrove che ancora non ha paragoni.

MATERIE PRIME: Spirit Of Eden (Talk Talk)- 1988

Talk Talk - Spirit Of Eden 

EMI /Parlophone, 1988

Composizioni: Mark Hollis & Tim Friese-Greene

Produzione artistica: Tim Friese-Greene

Musicisti (formazione complessiva): Lee Harris (batteria); Paul Webb (basso elettrico); Tim Friese-Greene (harmonium, piano, organo, chitarra); Mark Hollis (voce, piano, organo, chitarra): Mark Ditcham (percussioni); Robbie McIntosh (chitarra dobro, chitarra 12 corde); Mark Feltham (armonica); Simon Edwards (basso messicano); Danny Thomspon (contrabbasso); Henry Lowther (tromba) Nigel Kennedy (violino); Hugh Davies (shazygs); Andrew Stowell (fagotto); Michael Jeans (oboe); Andrew Marriner (clarinetto); Christopher Hooker (cor anglais); Coro della Chelmsford Cathedral.

 

 

Cronaca di un suicidio commerciale annunciato, potrebbe essere il sottotitolo di questa voce di "Materie Prime" in cui ci occupiamo del quarto lavoro in studio dei Talk Talk. Annuciato magari non dai primi passi, ma molto presto nella loro decennale carriera, che li ha visti anche toccare il successo di classifica, e gestirlo come meglio hanno creduto.  Il primo album, The Party's Over, esce su EMI nel 1981, ed è inciso da Mark Hollis (voce), Lee Harris (batteria)  e Paul Webb (basso) in quartetto con il tastierista Simon Brenner, i synth del quale hanno la parte del leone nell'iniziale economia sonora del progetto. E' solo  synth pop, di buon livello se vogliamo, che poco si distingue dalla moda dei vari Spandau Ballet e Duran Duran in voga all'epoca (con i Duran condividono persino il primo produttore, Colin Thurston) se non per la vocalità di Hollis, già piuttosto personale, sebbene la sua vena più autentica di compositore debba ancora esplodere. I primi segni di trasformazione avvengono con l'estromissione di Brenner e l'ingresso del produttore e polistrumentista Tim Friese-Greene, che fino alla naturale consunzione del progetto Talk Talk resterà partner creativo di Hollis, il tipo di cantante, per dire,  tanto timido da imbracciare dal vivo una chitarra solo perchè dietro al microfono si sente troppo nudo. E' con It's My Life ('84), che apre le porte dello studio anche al contributo di validi turnisti, che sbocciano i veri Talk Talk, con una formula che riesce a occhieggiare alla fruibilità commerciale (i singoli Dum Dum Girl, Tomorrow Started, Such a Shame, It's my Life fanno il botto un po' ovunque) nonostante la scrittura di Hollis si sia fatta originalissima, e la raffinatezza, la profondità delle atmosfere, la cura dei dettagli negli arrangiamenti  pongano qualitativamente il gruppo più di una spanna al di sopra di qualunque band pop "plastificata" del tempo. 

 

Avremmo potuto scegliere come materia prima di Crakweb il terzo LP, quel The Colour of Spring (1986) cui partecipano ospiti di pregio come Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic) o David Rhodes, dove le tensioni sperimentali, la ricerca timbrica e strumentale, la tendenza a dilatare le lunghezze dei brani si fanno più pressanti, ma il tutto resta ancora in perfetto equilibrio con le esigenze radiofoniche e commerciali. Una specie di uovo di colombo, miracoloso (e consigliatissimo, non c'è bisogno di dirlo). Invece scegliamo il quarto.

 

In Spirit Of Eden (1988) si compie definitivamente il salto. Nessuno si spaventi, la musica non è particolarmente ostica (men che mai oggi, semmai è attualissima), e tantomeno gratuitamente "strana". Qualcuno ha parlato di ambient-pop. Ci potrebbe stare, se non fosse che nel disco che un intera generazione di musicisti creativi ha mandato a memoria (parliamo di certo intelligent pop, più o meno elettronico e più o meno jazzy, dai Pram, agli Stereolab, ai  Laika...) gli ambienti che Hollis evoca, in preda a un'inquietudine che possiede alcuni tratti della ricerca spirituale, sono quelli siderali o quelli interiori. Il vuoto cosmico o  le profondità dell'anima. L'antitesi di qualsiasi idea di ambiente. Per far questo, oltre ad arruolare lo sconcertante esercito di musicisti che trovate elencato in testa all'articolo (di estrazione rock, jazz, folk, classica)  Hollis e Friese-Greene optano per una registrazione che è anti-pop, e più vicina ai criteri con cui si riprenderebbe un'orchestra classica. Quasi totale assenza di compressione, e altissima dinamica. Il che significa, gli inquieti che pensano che il disco sia registrato troppo basso (per i criteri pop può sembrare così, per buona parte della sua durata) e smanettano su e giù con la manopola del volume è meglio che trovino pace, perchè Spirit of Eden suona pianissimo quando vuole, e quando cresce riesce benissimo a bucarci le orecchie senza la nostra collaborazione. Meccanismi di tensione-rilascio, questi, in che in ambito indie sarebbero tornati di moda solo negli anni '90, con l'esplosione di tutto il fenomeno definito sbrigativamente post-rock.

 

Le iniziali The Rainbow, Eden e Deisire sono di fatto legate insieme in un'unica suite (23 minuti e rotti) in cui gli strumenti giocano continuamente alla mimesi timbrica. Pochissime note (quelle giuste) e un'orchestrazione esemplare. Il singulto di un'oboe si stempera nel fischio di una chitarra elettrica, che a sua volta si confonde con un ribollire d'organo, grave e sommesso. La ritmica elettrica, potente e precisa di Webb e Harris sa tacere  a lungo, e ogni volta che entra lo fa con un significato e un peso specifico enormi. La parte centrale di Eden si fa talmente astratta ed ed eterea  che non sai più se ti trovi in un disco di rock - molti suoni dopotutto sono ancora quelli - o di rarefatta improvvisazione, o di classica contemporanea, e quando arrivano il crescendo ritmico e il grido di Desire hanno la valenza liberatoria di un orgasmo.

 

Tutto il disco brilla tuttavia, di un gusto quasi post-impressionista per il colore strumentale, elaborato con fantasia e rara disciplina. Viene un po' paura a pensare, leggendo l'elenco degli strumentisti, all'uso che se ne sarebbe fatto in un contesto vetero-progressive, per fortuna quanto di più distante. Il coro che intona un Kyrie sulla coda di I believe in you, che suggerirebbe ascesi, è apparentemente sporcato da ronzii d'organo, veloci cavate d'archetto del contrabbasso, piccoli clicks semicasuali di corde di chitarra  distrattamente sfiorate, sorprendenti colpi percussivi. Elementi di disturbo? Forse. O no? Non è piuttosto il rumore del quotidiano, dell'attività, come se Hollis, un'introverso sempre più tentato dalla contemplazione e da una scelta di vita di tipo "passivo", ricordasse a se stesso di stare anche nel mondo? Forse. Ma è altissima poesia, in un caso o nell'altro. Il gruppo si congeda con Wealth, che Hollis intona con la mente calma e il cuore caldissimo. La Emi lascia al loro destino i Talk Talk, ormai ingestibili, inclassificabili (l'idea stessa di "singolo" applicata alla loro produzione matura fa sorridere).

 

Sarebbero tornati nel '91, per un canto del cigno su Verve/Polydor, The Laughing Stock, ancora più spinto, prima di sciogliersi. Hollis pare abbia lasciato definitivamente il music business, per lui troppo pesante, dopo aver dato alle stampe nel 1998 un album solista  omonimo, che prosegue sulla linea delle ultime cose del gruppo. Una figura defilata, che ci auguriamo torni a incidere, magari occasionalmente, quando se la sente e senza l'assillo della "professione", perchè è un artista di raro spessore. Harris e Webb hanno continuato a suonare insieme, negli O'Rang e in molti altri progetti. Tim Friese-Greene si dedica ancora alla produzione, in ambito sperimentale. 

 


Adriano Lanzi


07-03-2009

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