Interviste Cinema: Silvano Agosti

Il regista e "spacciatore di vita" ci racconta qualcosa dei suoi primi 70 anni

Silvano Agosti alla macchina da presa
Silvano Agosti alla macchina da presa

Per molti che non hanno troppa familiarità col suo cinema, Silvano Agosti è ancora, testualmente, “quello che lavora coi matti”. A metà degli anni ’70 fece rumore la denuncia di Matti da slegare, film diretto con Marco Bellocchio, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, dedicato alla condizione dei malati di mente prima della legge Basaglia. Sulle battaglie del promotore dell’antipsichiatria sarebbe tornato, più poeticamente, nel 2000 con La Seconda Ombra, ma l’opera personalissima e la sensibilità del regista bresciano cominciano prima e guardano al di là di questo soggetto.

 

Diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel ’62, specializzato in Tecnica del Montaggio all’Istituto di Stato del Cinema di Mosca nel ’65, Agosti è uno di quegli autori che hanno tradotto in immagini gli anni della contestazione, e le profonde istanze di cambiamento che la animavano, con uno sguardo così personale che è vano separare documentario e film di finzione, inchiesta e poesia, realismo e trasfigurazione visionaria.

 

L’esordio del ‘67 con Il giardino delle delizie, dura critica all’istituzione matrimoniale e alla famiglia cui rispondono, sedici anni più tardi, le folgoranti interviste su tenerezza, sessualità e amore di D’amore si vive. Il clima fantapolitico di N.P. Il Segreto (1971); l’onirico autobiografismo di Uova di garofano (1992): sono pochi titoli sparsi di una vasta filmografia.

 

Estraneo ai circuiti della grande distribuzione, Agosti vive senza rimpianti una rigorosa autonomia artistica e produttiva che è prima di tutto indipendenza di pensiero. Nelle due sale dell’Azzurro Scipioni, che gestisce nel quartiere Prati a Roma, trovano spazio i capolavori della storia del cinema e film scelti tra le produzioni odierne.


Tra pochi giorni compi settant’ anni: auguri!

No, devi detrarre i primi diciassette, trascorsi tra scuola e famiglia, che non contano, sono un inesistente. Quindi compio 53 anni, quelli che tutti mi danno, la mia vera età! Vivendo una vita fiabesca, senza aver mai chiesto niente a nessuno, posso anche permettermi il lusso di decidere quando me ne andrò. Voglio andarmene nel 2037, lucido, autosufficiente, dopo aver salutato gli amici.

Non ho paura di morire: al mattino vivo l’emozione della nascita, la sera quella dell’addormentamento, piccola allusione che la natura fa alla morte. Chi va a letto dopo una giornata intensa non chiede che di dormire; dopo una giornata scialba invece, dormi sonni inquieti e al risveglio sei un immondo insetto, come Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka.


Nel tuo libro Lettere dalla Kirghisia descrivi una società diversa dal modello occidentale.
Un posto dove nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto è tempo per amare, imparare, giocare, vivere. Ad ogni cittadino a 18 anni viene regalata la casa, il governo è una forma di volontariato, l’accesso alle fonti di conoscenza è libero, l’essere umano viene rispettato. Un’etica non ipocrita dovrebbe partire da un essere umano che ha una risposta minima ai suoi bisogni. Se hai da magiare e un tetto e vai a rubare sei davvero un ladro, se lo fai perché ti manca l’essenziale sei un essere umano costretto all’umiliazione di rubare.


Hai in progetto un nuovo lungometraggio?

Sì ma, vedi, non ho l’esigenza di fare un film solo perché ne ho fatti altri. Se non ho un’idea che mi dia la sensazione di innovare almeno un po’ il linguaggio, di lasciare una traccia vera, allora non mi interessa. Voglio essere uno "spacciatore di vita". Il cinema è il linguaggio dell’invisibile, deve farti capire che tu credi di aver visto ma in realtà non hai mai visto nulla. C’è un abisso tra guardare e vedere. Molti oggi prendono in mano la macchina da presa senza rendersi conto che produrre immagini è un mistero.

 

 

Bisognerebbe provare a fare film che giustifichino il tempo, sacro, che la gente spenderà per vederli. Quando girai il mio primo corto, con una macchinetta a molla, al Centro Sperimentale si scatenò un macello – anche perché si trattava di una donna che entrava in chiesa e faceva l’amore con Gesù - eppure la fotografia era giusta per quell’opera, la farei ancora così, dopo 13 film. Un’immagine non è bella perché ci sono soldi dietro. Una donna non fa l’amore bene perché la paghi: farà la prostituta, non l’amore.

 

I soldi non c’entrano niente, né con l’amore né con l’arte. Per Uova di Garofano mi sono preso il lusso di farmi prestare un treno del '43, e delle camionette sempre degli anni della guerra... Oggi anche una semplice caffettiera, se serve in un film, si preferisce comprarla, anonima, senza storia, alla Standa piuttosto che da Ikea, invece che andare a cercare in giro e magari trovare un oggetto meraviglioso, che racconti qualcosa.

Ho avuto quattrocento comparse a costo zero, invitando le bande musicali dei paesini del bresciano a suonare, ripagandoli con qualche bicchiere di vino (un amico me ne aveva regalate delle casse) e creando così curiosità tra la gente, che aveva voglia di partecipare: finivano per invitarmi a casa loro, spesso mostrandomi in soffitta cose che poi sono diventate fantastici oggetti di scena.


Hai un aneddoto sugli anni della tua permanenza in Russia?
Una volta ho dovuto fare da interprete a Fellini che era venuto a ritirare il primo premio del Mosca Film Festival per Fellini 8 e 1/2, in una sala congressi enorme, e lui disse “Vorrei che il mio film venisse visto come le confidenze che vi farebbe un ubriaco mentre viene accompagnato a casa, grazie”!


E sul tuo ritorno in Italia?

Un episodio della mia formazione umana più che cinematografica: filmavo l’occupazione di un palazzo vicino alla Stazione Termini, cento famiglie erano entrate dalle caldaie, alle quattro del mattino. Hanno aperto tutte le finestre contemporaneamente al grido di “E’ ora, è ora, la casa a chi lavora”. All’esterno nel frattempo la scena si era fatta surreale, con una prostituta che in tutta risposta gridava “C’hanno ragioneee!”.

C’erano cinque macchine della polizia a tenere d’occhio la situazione, pronte a intervenire. Arriva una sesta macchina, che frena sgommando, e le donne dalle finestre in coro: “A fanatico!” … Il poliziotto mette la mano sull’automatica, e le donne: “A scemo!”. Rulli e Petraglia erano in strada, io giravo nei corridoi. Incontro una vecchietta con una candela in mano, le chiedo cosa sta facendo. Mi risponde con voce flebile, tremante: “Sto a occupa’! ” . Ho pianto di commozione.


C’è qualcosa che ti interessa nelle tendenze del cinema attuale?

Ho da poco visto un corto notevole di uno studente dell’Università di Los Angeles, di cui non farò il nome: può diventare un grande autore. In tutto il film c’è appena una battuta, di tre parole: “Come to eat”. E’ un desolante quadretto domestico, madre-e-figlio, e gli ho suggerito di intitolarlo United States 2008. Lui ci ha pensato un po’ su e ha detto: “That’s the title!”.

Il poeta Majakowsky aveva già descritto nel 1927 come l'industria da un lato, i regimi totalitari dall'altro siano capaci di togliere al cinema la sua vera forza: "... il cinema è malato, l'industria gli ha gettato negli occhi una manciata d'oro..."

Non sono contrario all’industria, ma all’uso ideologico che se ne fa. Il cinema industriale è terrorizzato dal cinema d’autore. Per questo sto facendo della mia sala un piccolo Louvre: proietto le opere degli autori immortali, con un occhio al buon cinema attuale.


Hai un’ultima dichiarazione per Crak! ?
Vorrei dire che in questo paese non c’è quasi più nulla di creativo perché è diventato tutto “esecutivo”. Le persone che occupano posti di potere, quasi tutte, invariabilmente mi fanno pensare a quei bambini che toccano il volante dell’automobile del papà facendo Vvvrrroumm vvvrrroumm, e si esaltano quando il padre li lascia credere, sterzando appena un po’, che la macchina vada dove vogliono loro.

 

Pubblicato (in forma ridotta) anche sui quotidiani del gruppo E-Polis.

 

SITO UFFICIALE SILVANO AGOSTI / AZZURRO SCIPIONI 


Adriano Lanzi


18-03-2008

dal film "D'AMORE SI VIVE" di SILVANO AGOSTI

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