Di Don Winslow
Einaudi
320 pp.
16,00 euro

Jennifer è una musicista del suono delle parole. Non a caso ha tradotto Amelia Rosselli, e non vedo l’ora di vedere come, in inglese. La sua lettura in occasione della presentazione del libro - il 14 giugno nella sede della casa editrice romana - è stata un flusso infuso di parole che si incastravano le una alle altre attraverso linee curve di vocali e consonanti che si muovevano da sole con le loro stesse leggi di natura. E la natura delle parole oggi, e in questo la Scappettone è molto contemporanea (non a caso è di New York, una capitale delle avanguardie), è quella di essere snaturate, di essere lontane al loro oggetto, in conflitto col loro significante, in uno stralunato rapporto con il loro significato. Jennifer ci porta cibo di questo, fa suonare le disarmonie della vita, e per vita si intende la vita seriale e alienata in città, nella grande città mondiale che è il ventunesimo secolo, una parte significativa di esso. E lo fa con un tono serio e attento, non oscuro, in un parlando confidenziale che ha anche una natura sottilmente, ma con affondi memorabili e ripetuti (“imparai ad assaggiare il buon soldato”), sensuale. Ci parla di tutto, salta di qua e di là, ci disorienta e poi torna a fissarti negli occhi con frasi come “mi persi così tanto nella lessicografia che scordai / che le cose sono figli della terra,” in cui una saggezza antica e primitiva appare nel mezzo di un marasma di frasi tangenti che gravitano intorno a un centro che di fatto manca, non c’è, perché lo si sta cercando, così come anche io lo cerco e quanti altri chissà.
Comunque, la mia è solo un’impressione superficiale forse, quella di un primo approccio, successive letture potrebbero anche rivelare un sottotesto più centrale e chiaro, limpido e rivelatore, che però a quel punto fonda una religione, tanto intensa è l’intenzione. Naturalmente io sarò la prima adepta, e sarò ben contenta di esserlo, visto che ieri quando Jennifer leggeva aveva steso un’aura esistenziale così densa di particelle ricche di senso.
La traduzione del testo in italiano l’ha fatta lei, in dialogo con Marco Giovenale. Praticamente è un vero e proprio altro testo speculare e degnissimo che dialoga con quello originale in inglese. Una traduzione che di fatto ha arricchito. Proprio per via del fatto che tutti quei problemi in cui sarebbe incorso qualsiasi altro traduttore, avendoli trattati chi il testo l’ha quantomeno partorito, si possono considerare risolti in un modo assolutamente perfetto e indiscutibile, e un discorso nel testo di Jennifer è un po’ come un ginepraio ambiguo elaborato e succulento, e con dei frutti raffinati di altissimo livello. Va anche detto che non c’è bisogno (semmai sono cose in più rispetto all’essenziale) di conoscere i (molteplici) riferimenti e le citazioni, i doppi e tripli sensi del testo per goderne, basta lasciarsi anche solo andare. L’editore è La camera verde e il libricino ha una buona carta gradevole al tatto, certo costa dieci euro, però la mia copia firmata dall’autrice ne vale molti di più.
Laura Cingolani
16-06-2008