Romanzo Criminale - La serie

Qualche riflessione sulla nuova serie targata Sky, tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo.

Romanzo Criminale - La serie

Romanzo Criminale

Sky, Cattleya 2008

Regia di Stefano Sollima

Con: Francesco Montanari, Vinicio Marchioni, Alessandro Roja, Marco Bocci

Scenggiatura: Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti, Paolo Marchesini

Da un romanzo di : Giancarlo De Cataldo

Fotografia: Paolo Carnera

Montaggio: Patrizio Marone

 

IN ONDA SU SKY CINEMA 1, OGNI LUNEDì ALLE 21.00

 

Nel 2005 un libro appassionante fu compresso in un film così e così.

Oggi la serie televisiva restituisce l’opera di De Cataldo in un adattamento che ne rispetta i ritmi e le ambientazioni, ordendo una trama che intreccia fantapolitica, racconti di strada e procedural police, tutto in un’ambientazione anni settanta-ottanta-primi novanta ben resa da costumi e scenografie, e racchiuso nella splendida e immortale cornice romana.

Intendiamoci, la serie non obbedisce a nessun canone di fiction cui è abituato lo spettatore delle 21:00 sulle TV nazionali; il linguaggio è duro, sia visivamente, sia nei dialoghi, con largo utilizzo del dialetto (o inflessione – è questione annosa) romanesco. Qualcuno ha paventato la necessità di sottotitoli, a noi è sembrato esagerato: i dialoghi sono abbastanza chiari, e gli attori sono bravi nel rendere la calata romana comprensibile ai più. Ma la domanda che più ci preme è cruciale:

Esiste un problema etico nella rappresentazione di una realtà del genere?


La risposta non è semplice, né tanto meno immediata: regista e attori hanno dichiarato di rappresentare una storia amorale, e hanno più volte ribadito che i personaggi di Romanzo Criminale sono dei bastardi, e non dei “fighi”. Sono persone che commettono errori, e poi li pagano. Il fatto è che si tratta di dichiarazioni dovute.

La realtà emotiva che scatena questa narrazione, almeno nei primi episodi, è una realtà di riscatto; feroce, ottuso e meschino, ma pur sempre riscatto. Quanti impiegati sfruttati da capi senza scrupoli possono dire di non avere mai pensato a fare una rapina? Magari imbottigliati in un traffico asfissiante, frustrati da una giornata priva di senso che diventa una sera e una notte priva di senso. Romanzo Criminale mette in scena cosa è successo a chi ha fatto un certo tipo di scelta di vita. Il dubbio è inerente alle riflessioni che scaturiscono da una storia del genere: trattasi di invito a delinquere, o di monito a non farlo? Come tutte le storie ben riuscite (e quella di De Cataldo lo è), l’equilibrio si colloca nel mezzo. Proprio in quella zona di indeterminatezza tra gioia e sofferenza, piacere e dolore, amicizia e opportunismo, potere e sottomissione, giusto e sbagliato. Ecco perché qualsiasi riflessione di ordine etico è destinata a frangersi: non si può cadere in facili giudizi (un po’ papisti, diciamocelo) parlando un’opera d’arte. Si chiamerebbe censura, e andrebbe ben al di là della speculazione intellettuale; a ben pensarci, andrebbe nella direzione opposta. Quello che resta è uno spaccato spietato, violento e senza veli di una realtà criminale di casa nostra.

Tecnicamente, il progetto è interessante. Dopo Boris e Boris 2, un’altra serie italiana che ricodifica il linguaggio televisivo.

Boris è diventato una piccola perla, orgoglio di Fox e già piccolo culto per appassionati. Romanzo Criminale sembra già bene avviato su questa strada.

Vero è che CRAK! vi relaziona su una realtà prevalentemente romana, e da queste parti ci sono quasi sempre pochi gradi di separazione tra un uomo qualunque e un affiliato alla Banda della Magliana. Inoltre non è raro – a Roma -  trovare gente che parla delle grandi efferatezze della Banda con una punta di compiacimento: un frutto bacato nato dal seme dell’aneddotica, concimato con l’estetica di massa corrente a base di Veline, cocaina, denaro ed egoismo, e maturato al sole del più becero dei campanilismi. Dopodichè, il Libanese è un bastardo criminale, ma ha anche caratteri di decisionismo quasi militari, ed è animato da una necessità di riscatto di un’urgenza coinvolgente. Il Freddo vive una realtà di criminalità, ma contemporaneamente sogna Roberta con la colonna sonora del Baglioni anni settanta.Del Dandi è disarmante il desiderio d’amore, inseguito con l’unica arma a disposizione del suo deserto emotivo: i soldi. Tutti personaggi che ammazzano, minacciano e soverchiano arbitrariamente, ma che presentano un lato che ce li rende vicini. E’ il commissario Scialoja, il Comunista a restarci – paradossalmente – lontano. Un supersbirro, che non sembra avere debolezze o difetti. Un uomo coerente, puntiglioso e dotato di principi sani e solidali. E’ il primo a capire di trovarsi di fronte a qualcosa di grande, prima ancora dei servizi segreti. E determinato nel proseguire la sua indagine, anche se gli costa fatica e lavoro non retribuiti. Scialoja, insomma, è di un’antipatia epidermica. E’ lontano da noi, ed è per questo che è perfetto nella meccanica narrativa: serve a riportare un certo margine di astrattezza, che serve allo spettatore di riprendere il controllo dell’emotività, e a ricordarsi che è sbagliato uccidere, anche se frutta denaro, cocaina e puttane. Scialoja è un Maurizio Merli 2.0, un duro dal cuore d’oro, in più infarinato di uno sbiadito, Veltroniano progressismo. Poi c’è Patrizia: “la mejo puttana dell’Esquilino”, ché a vederla ti viene voglia di andare a vivere a Piazza Vittorio: una bellezza che della prostituta ha ben poco, e un carattere di ferro; lei non ha pistole, ha la seduzione, il suo corpo e una disperazione interiore che più che col Dandi la affratella al Libanese. Patrizia ha la sua intimità e la sua identità chiuse dentro la sua stanza, una cameretta rosa cui  hanno accesso solo le persone a lei più care; il lato oscuro di Scialoja si manifesta proprio lì: il commissario non cede alle lusinghe e alle moine di Patrizia, ma ne viòla la camera, e la chiama col suo nome di battesimo, Cinzia. Ecco, per certi versi il gesto del commissario appare come lo stupro più ripugnante. Uno “stupro psicologico”, da poliziotto, che calpesta l’individualità in funzione del “bene comune”; forse lo fa per distrazione, ma questo non ce lo rende più simpatico.

Attendiamo, insomma, lo svolgersi degli eventi, e faremo finta di non aver letto il libro.

 

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Anadi Mishra


27-11-2008

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