MATERIE PRIME - Rock Bottom (Robert Wyatt)

L'album più amato nella vasta discografia di uno dei musicisti più influenti e originali del nostro tempo.

la copertina della riedizione Rykodisc del '98
la copertina della riedizione Rykodisc del '98

Robert Wyatt: Rock Bottom

 

(Virgin Records, 1974)

Musicisti (formazione complessiva): Robert Wyatt (voce, piano, tastiere, chitarra, percussioni); Richard Sinclair (basso); Hugh Hopper (basso); Mongezi Feza (tromba); Ivor Cutler (voce); Alfreda Benge (voce); Gary Windo (clarinetto basso, sax tenore); Fred Frith (viola); Mike Oldfield (chitarra); Laurie Allan (batteria). Produttore: Nick Mason.




Difficile tenere a freno l'emotività nel raccontare di Rock Bottom, al neofita come al vecchio fan, perchè al di là dell'aura mitica che lo circonda (la critica lo considera unanimamente uno dei capolavori della storia del rock, non solo britannico, e almeno due generazioni di appassionati sono d'accordo) è opera che come poche altre punta dritta al cuore di chi ascolta. Con una sincerità e una schiettezza che chi fruisce della musica distrattamente può persino scambiare - a torto - per ingenuità, approssimazione, o assenza di pudore.

 

A 35 anni dalla sua pubblicazione  si è ormai detto e scritto tantissimo di questo album (il secondo nella carriera solista del suo autore, dopo gli acerbi esperimenti di The End Of An Ear). Però potremmo cominciare col dire che non è un disco triste. La voce di Robert Wyatt suona triste, per natura, d'accordo. E Rock Bottom è l'opera di un ex-batterista, che dopo essersi espresso per un decennio picchiando sui tamburi (in seno ad almeno un paio di gruppi fondamentali del jazzrock/progressive inglese, Soft Machine e Matching Mole, e collaboratore di tanti altri nella fertile promiscuità dei tardi '60 / primi '70), cade  da una finestra e perde per sempre l'uso delle gambe. Una cosa abbastanza atroce per chiunque, senz'altro. Eppure è un disco che dice alla vita. Risolutamente, con gioia. E' una rinascita artistica e umana, lo spartiacque tra il Wyatt giovane (batterista energico e fantasioso, e un po' irresponsabile) e quello maturo, che si concentra sul canto, sulla composizione, e su tutti gli strumenti che non gli sono preclusi, in compagnia dei musicisti a lui più vicini (spesso grandissimi).

 

La line-up  è da spavento, perchè c'è mezza  Canterbury - i bassisti Hugh Hopper e Richard Sinclair, che caratterizzano tre pezzi a testa con i loro approcci allo strumento opposti, quasi speculari, la batteria di Laurie Allan  -  e in più  il trombettista sudafricano Mongezi Feza (determinante nel dialogare con la voce del leader su Little Red Riding Hood Hit The Road, e abilissimo a districarsi improvvisando nella complessa struttura armonica del brano), il sassofonista anglo-americano Gary Windo (un alieno, un jazzista aperto ed eclettico, e un uomo molto spiritoso che se ne è andato troppo presto,  su Alife), Fred Frith (oggi compositore contemporaneo di prima grandezza, allora  "solo" il chitarrista degli Henry Cow - ma qui suona la viola), un imberbe Mike Oldfield (lacerante nella conclusiva Little Red Robin Hood Hit the Road, con la poesia abrasiva di Ivor Cutler). 

 

Rock Bottom  è anche uno straordinario disco d'amore, un regalo di nozze: esce il 26 luglio del '74, e nello stesso giorno Wyatt sposa la pittrice, illustratrice e poetessa polacca Alfreda Benge, tutt'ora suo "complemento" artistico e umano. Il primo nucleo del disco nasce infatti prima dell'incidente, quando Wyatt, nell'attesa di un nuovo gruppo dopo la deflagrazione dei Matching Mole, accompagna a Venezia Alfreda, per lui e per tutti Alfie, che ha un impiego come assistant editor sul set del thriller psicologico di Nic Roeg Don't Look Now (Venezia: un dicembre rosso shocking lo sciagurato titolo italiano). Alfie regala a Robert un organo giocattolo, il Riviera (presente su Rock Bottom e su quasi tutti gli LP successivi del nostro) per fargli ammazzare il tempo mentre lei è al lavoro, ed è su questo strumento poverissimo, ma dal timbro sorprendente, che Wyatt concepisce ad esempio Sea Song,  una delle sue melodie più geniali e toccanti, dove il mare in questione è quello della laguna.

 

Precipitare da un quarto piano non è qualcosa a cui ci si possa preparare. Completare tra una seduta di fisioterapia e l'altra  i pezzi iniziati a Venezia, inciderli e pubblicarli, significa aggrapparsi alle cose - e alle persone - che si hanno a disposizione, e cominciare a immaginare una nuova esistenza.

 

Non è questa la sede per riassumere il resto della parabola artistica di Wyatt fino ad oggi, la sua piena presa di coscienza politica, le sue infinite collaborazioni con il gotha del pop, del rock e del jazz, la sua discografia fatta di uscite quasi tutte splendide e mai scesa sotto la decenza, la  persistenza del suo nome nell'elenco delle influenze più significative di artisti di cui potrebbe essere il nonno. C'è wikipedia, ci sono tutti i siti che volete. Rock Bottom è un'insuperata vertigine, tra astuzie progressive, surrealismo, melodia pop sempre accessibile e virtuosismi jazz mai compiaciuti.  E' a questo amalgama, e non altri (ma gli esatti dosaggi possono variare, e c'è di sicuro qualche ingrediente segreto) che si riferisce l'aggettivo wyattiano.

 


Adriano Lanzi


02-02-2009

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