Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

"Red House Painters I"
(4AD)
Anno: 1993
Formazione:
Mark Kozelek (vocals, guitar)
Gordon Mack (guitar)
Anthony Koutsos (drums)
Jerry Vessel (bass)
Phil Carney (guitar)
Mark Kozelek è uno dei più grandi cantautori americani dell’ultima generazione, quella venuta alla ribalta tra gli anni ’80 e il decennio successivo e che si è poi frantumata in una miriade di percorsi artistici differenti ma tutti accomunati da un marcato piglio esistenzialista (Mark Eitzel, Mark Oliver Everett, Will Oldham) o dal baratro funesto della tossicodipendenza (Mark Lanegan, Kurt Cobain), dai quali di volta in volta si “affrancano” con esiti tragici o di parziale resurrezione.
Il primo disco dei Red House Painters (“Down Colorful Hill”) si chiudeva con una canzone intitolata “Michael” e dedicata ad un amico scomparso.
Un’elegia dolente e tenerissima per colui che Mark Kozelek alla fine del brano definiva, con l’innocenza di un dodicenne, “My best friend”.
E questo tono dimesso ma sincero, il disincanto che quasi sconfina nella mancanza di pudore sarà una costante in tutti i lavori firmati dai Red House Painters, che poi sono fondamentalmente la sua creatura. Lavori che invece, a partire da “Ocean Beach”, percorreranno sentieri musicalmente anche molto diversi, smarrendo però per strada la magia degli esordi.
Nel 1992 l’esordio cui si accennava aveva subito creato il culto, complice anche la firma prestigiosa della britannica 4AD, la storica etichetta di Ivo Watts Russell.
La musica dei Red House Painters è un cortocircuito emozionale di rara intensità, capace di coniugare la psichedelia narcotica di Codeine e Galaxie 500 con il minimalismo tragico di Nick Drake e Leonard Cohen.
Sono questi i nomi a cui l’arte di Kozelek sarà subito inevitabilmente accostata, per quanto lui in tutte le interviste abbia sempre citato John Denver quale sua prima icona ispiratrice e Neil Young come vero eroe musicale della sua giovinezza.
Il secondo disco esce nel 1993 e rappresenta un vero e proprio manifesto dell’esistenzialismo cantautoriale di un’intera generazione.
Un disco imponente per durata (quattordici canzoni per quasi un’ora e mezzo) e soprattutto per spessore poetico, un viaggio che l’allora venticinquenne Mark Kozelek, reduce da un’adolescenza travagliata e segnata dalla tossicodipendenza, intraprende sulla scia del precedente quale via unica di redenzione.
L’iniziale ”Grace Cathedral Park” è un piccolo poema dell’incomunicabilità che però si snoda tenera e aggraziata su pochi accordi di chitarra, creando un contrappunto prodigioso tra l’apparente levità armonica e l’inconsolabile tragicità dei versi.
Sulla stessa scia si pone la successiva superba “Down Through”, la canzone che Nick Drake non ha mai scritto, una toccante miniatura sui sensi di colpa e sulla redenzione impossibile, cantata col tono sommesso di chi si rifugia nel sogno come nel tentativo estremo di recuperare l’innocenza irrimediabilmente perduta (“We'll have a house on the shore/That showers my soul/Washes away the violence that/Runs in my blood/Drains the pain that i caused you” – “Avremo una casa sulla spiaggia/così che io possa purificarmi l’anima/spazzare via la violenza che mi scorre nelle vene/e scacciare la sofferenza che ti ho causato”).
"Katy Song” è un altro vertice assoluto del disco, una delle canzoni più depresse di sempre sul tema tanto abusato dell’amore finito (“Glass on the pavement under my shoe/without you is all my life amounts to” – “Vetri sul pavimento sotto le mie scarpe/solo questo è la mia vita senza di te”), nettamente suddivisa tra una prima parte in cui i versi dolenti di Kozelek s’incastrano alla perfezione con un tenue arpeggio di chitarra elettrica, e una seconda che sprofonda lentamente in una sorta di mantra onirico e spettrale che si chiude in dissolvenza. E’ difficile rintracciare in tutta la musica del tempo un altro autore capace di scavare nella disperazione con tale disarmante sincerità, fino a farla brillare di una bellezza tanto luminosa quanto rassegnata.
“Mistress” è una fiammata di trance elettrica, una parentesi epica, quasi esuberante se paragonata al resto delle canzoni come alla successiva “Things Mean a Lot”, nella quale Kozelek con il consueto “garbo” ci ricorda quanto la vita possa essere futile (“Things mean a lot at the time don't mean nothing later” – “Le cose che sembrano importanti adesso non avranno alcuna importanza tra qualche tempo”).
La lunghissima e spettrale “Funhouse” riprende i temi, le atmosfere e la rassegnazione di “Katy Song” dilantandoli ulteriormente, mentre con “Take Me Out” si torna all’acquerello acustico dipinto sopra lo sfondo dell’ennesimo fallimento (“if only you could take me out/ instead of back in/ to a relationship i don't understand” – “Se solo tu potessi tirarmi fuori/invece di spingermi dentro un legame che non capisco”).
Siamo un passo oltre la disperazione: di fronte all’ineluttabilità del destino e all’agonia dell’esistenza è come se Kozelek non lasciasse trasparire alcun fremito di rabbia, ma declamasse sottovoce la sua incapacità di stare al mondo, sublimandola in un unico lunghissimo vagito di estatica tenerezza. Non capisce niente della vita, ma sa dirlo come pochi altri.
In “Rollercoaster” la voce di Kozelek tocca vertici di lirismo difficilmente superabili, trascinata da languidi feedback in perfetta scuola 4AD e dalle consuete disarmanti dichiarazioni di resa (“There's the sun/ going down/ creating that florescent glow/ reminding me i'll never be able/ to relive this day/except in memory” – “C’è il sole al tramonto/crea un riflesso brillante/e mi fa pensare che non sarò mai capace di vivere questo momento se non nel ricordo”).
Gli standard del disco si mantengono sostanzialmente immutati (e altissimi) fino alla fine, passando tra le altre per una splendida versione pianistica di “Mistress” e per i tredici minuti di “Mother”, una vera pietra miliare dello slow-core.
Questo è uno di quei dischi che lasciano il segno.
Nel cuore, nell’anima, sulla pelle.
Un segno profondo come accade per i versi dei grandi poeti del novecento, da Pessoa a Montale, per coloro che di fronte ai grandi misteri dell’esistenza smontano la tentazione della rabbia autodistruttiva e del nichilismo inconcludente, preferendo cercare conforto in una contemplazione agonizzante ma morbida e confortevole, silenziosa, rassegnata, e tutta intrisa di umile e poetica bellezza.
Marco Florio
20-10-2008
RED HOUSE PAINTERS "Katy Song"
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