Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5

"Surfer Rosa"
(Elektra)
Anno: 1988
Formazione:
Black Francis – chitarra, voce
Joey Santiago – chitarra
Kim Deal – basso, voce
David Lovering – batteria
Ho sempre avuto un dubbio.
Se Frank Black, o Black Francis (all’anagrafe Charles Thompson) come in base alle fasi lunari sceglie alternativamente di chiamarsi da un quarto di secolo, fosse stato bello e maledetto come Kurt Cobain, probabilmente racconteremmo un’altra storia.
Invece il paffuto e pur carismatico frontman dei Pixies ha sempre avuto il sex-appeal di una mangrovia obesa, il che gli ha forse precluso la strada del grande successo di massa.
E pensare che senza i Pixies non avremmo avuto i Nirvana, come lo stesso Cobain non si stancava mai di ripetere.
Tanto per citare un gruppo a caso.
Nel 1986 il sempre lungimirante Ivo Watts Russell, titolare di quella 4AD che non per nulla riecheggia spesso nelle pagine dedicate alle materie prime, mette sotto contratto un quartetto che annovera, oltre il già citato Mr. Black, il chitarrista Joe Santiago, la bassista Kim Deal e il batterista David Lovering.
Il primo risultato è un ep intitolato “Come on Pilgrim”, che già include alcuni dei loro cavalli di battaglia (“Vamos”, “Levitate Me”) e contiene in potenza tutti gli ingredienti che faranno di almeno un paio dei lavori successivi dei veri e propri classici del rock.
Il primo è proprio “Surfer Rosa”, che esce nel 1988 per la Elektra e irrompe con grande veemenza nel panorama indie e delle college-radio americane (il vero banco di prova dell’epoca per tutti gli aspiranti rockers - veri o presunti – alternativi).
Parliamo tra l’altro di un periodo di grande vivacità per l’underground americano (e non solo), quello che precede il ciclone grunge che invece arriverà a confondere le acque, sdoganando verso le grandi platee sonorità fino ad allora rimaste nell’ombra dei circuiti alternativi ma che poi, a contatto con la grande popolarità, perderanno inevitabilmente buona parte dello spirito originario, sacrificato sull’altare del dio denaro.
Ciò che riesce ai Pixies è un’operazione che molti gruppi hanno tentato spesso invano nella storia della musica pop: frullare in un grande calderone sonorità e influenze anche molto distanti tra loro, riuscendo però a creare un cocktail immediatamente riconoscibile in brani che –in questo caso- suonano indiscutibilmente “Pixies” .
Fin dall’inizio la band di Boston elabora un gran numero di segnali e ingredienti sonori, dagli sketch sghembi dei Violent Femmes all’elettricità abrasiva degli Husker Du, passando per la schizofrenia orgiastica dei Pere Ubu, polverizzando il tutto in frastuoni sbilenchi che sanno tanto di punk quanto di garage-rock, ma senza mai perdere di vista la componente melodica, talvolta goliardica e quasi consolatoria in un contesto altrimenti potenzialmente nevrotico.
Molti dei loro riff e ritornelli sono passati alla storia (si fa per dire), come per l’iniziale “Bone Machine”, che svela subito un altro dei loro grandi punti di forza: i coretti sgangherati in cui Frank Black e Kim Deal sembrano fare a gara a chi si prende meno sul serio, passando con disinvoltura da registri cantautoriali e voluttuosi a strepitii sgraziati e talvolta goliardici, quasi da punk-cabaret, dando sempre l’impressione di sopportarsi a malincuore.
E questa sensazione sarà in un certo senso avvalorata dalle esperienze successive dei due leader: cantautoriale e decisamente tradizionale quella di Frank Black, incostante ma costellata da strepitose vette creative quella di Kim Deal, autrice con i suoi Breeders di un disco (“Last Splash”) che arriverà a sfiorare i vertici raggiunti con i Pixies, dimostrando inopinatamente qualche anno più tardi che la vera mente creativa del gruppo, più che il frontman cicciottello, fosse proprio lei.
Tornando a “Surfer Rosa”, fin da un primissimo ascolto è evidente come dal punto di vista strumentale la parte del leone spetti indiscutibilmente alle chitarre, con Santiago che sembra aver mandato a memoria la lezione di Bob Mould e dei suoi Husker Du, ma che non si limita a riciclare tecniche e arrangiamenti già sentiti; il suo punto di forza, più che nella tecnica – nessun componente della band, d’altra parte, è un virtuoso del proprio strumento - stà nella capacità di inventare riff che entrano immediatamente in testa e faticano a uscirne, nonostante siano spesso proprio quei riff a deturpare l’incedere melodico e scanzonato di certi brani (“Break my body”, “Vamos”, “Gigantic”), un po’ come accadeva nelle canzoni dei Television tanto mirabilmente sfregiate dalla chitarra di Tom Verlaine.
E chi ha un po’ di dimestichezza con un certo suono di chitarra più simile all’effetto di una sega elettrica che non a quello più tradizionale di una sei corde, non farà fatica a riconoscere la mano diffusa di sua maestà Steve Albini, qui impegnato dietro la console di uno dei tanti dischi che a partire da quegli anni contribuiranno a creare il suo culto di straordinario producer, superiore persino a quello di musicista che gli conferiranno le rumorosissime avventure targate Big Black e Shellac.
Tra omaggi nemmeno troppo ossequiosi al punk (“Broken Face”, “Oh my Golly”) e schegge sgraziate di pura goliardia come “Tony’s Theme” e “I’m Amazed”, il disco trova forse i suoi momenti migliori nella straordinaria “Where is My Mind”, un anthem acido e seducente tutto giocato sull’ennesimo riff incendiario e su una specie di coretto mefistofelico che sembra provenire direttamente dagli inferi, e nella psichedelia cadenzata di “Caribou”, che la solita chitarra affilata e il canto irriverente di Frank Black non mancano di deformare accuratamente.
Quanto pesante sia stata l’eredità dei Pixies è storia nota.
Qualcuno si è spinto fino a ritenerli, assieme ai Sonic Youth, il gruppo più influente del rock americano dell’epoca.
Affermazioni in un certo senso abbastanza indimostrabili, ma che testimoniano l’importanza di un gruppo che, pur senza innovazioni rivoluzionarie, ha lasciato un segno profondo e palpabile nella storia del rock degli anni Novanta.
E soprattutto un grande rimpianto per una fine decisamente precoce.
Marco Florio
27-11-2008
PIXIES "Where is my mind"
Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5
Auditorium Parco Della Musica, Sala Petrassi - Roma
16 Aprile 2009
Voto: 7,5