Recensione Live: Oren Ambarchi

Performance di rara intensità, eppure controllatissima, per il chitarrista "elettronico" australiano. In apertura i romani SAT ASAT.

Recensione Live: Oren Ambarchi

Sinister Noise, Roma

24 Marzo 2009

Voto: 8

 

Prima di dire dell'ottima prova del chitarrista e drone-maker australiano, spendo volentieri qualche riga per segnalarvi il gruppo che si è esibito in apertura. I Sat Asat sono un quartetto romano (Paolo Campilongo, sax tenore;  Marco Francescangeli, sax alto e baritono; Daniele De Santis,batteria; Alessandro Salerno, chitarra) che si distingue dall'indigestione di gruppi di cosiddetto jazz-core  o  post-jazz dell'attuale scena capitolina, se non altro per la scelta intelligente del chitarrista di utilizzare una chitarra classica amplificata, piuttosto che un'elettrica. Le corde di nylon conferiscono una rotondità, all'occorrenza capace comunque di mordere,  e a tratti una cupezza quasi contrabbassistica. Bell'impasto, e discreto impatto, con i sax indecisi tra voli pindarici e residui grumosi. Qualche asperità di troppo, a mio parere, nel tocco del batterista (mi riferisco sempre all'equilibrio sonoro dell'insieme). Un invito potrebbe essere quello di trovare il modo di integrare meglio le parti più free con quelle più rigidamente composte, o basate sui "riff".

 

 

Al cambio palco, Oren Ambarchi prende posizione dietro uno degli array di effetti e filtri - in larga parte analogici - più deliranti che abbia mai visto in termini di configurazione e cablaggio. Nelle performance solistiche di Ambarchi, severo cesellatore di paesaggi elettronici, il ruolo fisico della chitarra, la sua matrice rock nel senso più ampio, è solo il primo anello della catena. Trasfigurato, reso quasi metafisico, eppure presente, non sai dire se atteso, ricordato, sperato, minacciato. I primi minuti, impeccabilmente asciutti e minimali, dal tratto isolazionista (tanto per riesumare un termine fuori moda da quindici anni) prendono presto una piega austera, quasi lugubre. Quando inizio a temere il peggio, cioè un intero set meditativo e va bene,  ma pure su toni mortiferi, Ambarchi imprime una svolta alla materia sonora, e inizia a cavalcare  ondate di feedback  modulate ritmicamente, in un crescendo denso, comunicativo, caldissimo, a tratti aggressivo ma mai inopportuno. Un vigoroso massaggio che investe i presenti, letteralmente: la pressione sonora riempie l'ambiente del Sinister Noise. Il contatto diretto con la chitarra resta, con rigore, minimo per tutta la durata del set. Felicissimo il controllo delle frequenze, mai "pericolose" anche quando il tutto si fa davvero loud. A fine concerto è due volte più surreale riemergere al piano superiore del locale, che vive una sua vita autonoma, con clienti che non necessariamente costituiscono il pubblico dei live che si svolgono due piani di scale più in basso.

 

OREN AMBARCHI  SITO UFFICIALE

SAT ASAT MYSPACE


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