14 dicembre al GranTeatro
V.le di Tor Di Quinto, 1 ore 21
Info: 06.54220870

Il 9 maggio 1978 è considerata una delle date più tragiche della storia italiana del dopoguerra. Quel giorno le Brigate Rosse fecero ritrovare a Roma in via Caetani il corpo di Aldo Moro; fu l’epilogo drammatico di una delle tante vicende sanguinose e oscure di quegli anni.
A qualche centinaio di chilometri di distanza e per una singolare coincidenza, nelle stesse ore la mafia uccideva Peppino Impastato, attivista politico nell’area della sinistra extra-parlamentare, giornalista, conduttore radiofonico di Cinisi, in provincia di Palermo. L’attenzione mediatica fu interamente concentrata sul caso Moro, e nel clamore di quei giorni non fu difficile liquidare nel sostanziale silenzio quanto accaduto a Cinisi, accreditando prima la tesi dell’”incidente” e poi quella del suicidio: a lungo fu infatti sostenuto, con la complicità delle istituzioni e delle forze dell’ordine, colpevoli allora di tragica leggerezza o di vero e proprio depistaggio (come verrà dimostrato molti anni dopo) che Peppino Impastato saltò in aria mentre tentava di collocare dell’esplosivo sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Basterà ricordare che il 30 maggio del ’78 il maggiore dei carabinieri Subranni, dopo “ulteriori indagini in seguito alla presentazione dell'esposto di alcuni compagni di Peppino, conferma la sua tesi: suicidio compiendo scientemente un attentato terroristico”. Soltanto la determinazione di alcuni amici, del fratello e della madre, che avevano nel frattempo spezzato ogni legame con i familiari mafiosi, permise negli anni successivi di riaprire il caso e di arrivare alla condanna dei mandanti, il boss Gaetano Badalamenti e un suo fedelissimo, Vito Palazzolo.
A trent’anni di distanza dal brutale assassinio di Peppino Impastato, la Nuovi Equilibri pubblica nella collana “Eretica Speciale” un libro che raccoglie le trascrizioni di alcune puntate di Onda Pazza, quelle che coprono i suoi ultimi 4 mesi di vita (febbraio-maggio 1978); Onda Pazza, la “Trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali”, come gli stessi autori amavano definirla, andava in onda sulle frequenze di Radio Aut, fondata da Peppino insieme ad alcuni compagni, e si proponeva di denunciare le collusioni tra mafia e politica locale attraverso una satira spesso improvvisata ma lucida e feroce, coraggiosa e sbeffeggiante. Nella sua nota introduttiva, l’amico e compagno Salvo Vitale racconta che “Onda Pazza era una ‘non-trasmissione’, forse il luogo di una lucida follia essenzialmente articolato sulla satira dei costumi di certi ben individuati personaggi. Rispetto ai tempi attuali, in cui la satira viene intimidita ed è oggetto di “editti bulgari”, denunce penali, licenziamenti di artisti e accuse di oscenità, noi avevamo osato andare oltre: non risparmiando improperi, accuse, denunce a nessuna delle ‘persone per bene’ che tenevano in pugno il paese di Cinisi e dintorni. In effetti, avevamo fatto venir meno uno dei codici più ferrei della cultura mafiosa, cioè il ‘rispetto’ verso l’ ‘uomo d’onore’ e quanti detenevano un qualsiasi potere”.
Se non si conoscesse il contesto di degrado sociale e culturale in cui nasce Onda Pazza e soprattutto il tragico epilogo della vicenda, a leggere queste pagine, talvolta esilaranti, ci sarebbe da ridere, e di gusto. Strepitoso in questo senso il dialogo tra l’impiegato e il disoccupato, splendida caricatura satirica in dialetto siciliano di quella desolante sottocultura impiegatizia e clientelare che soprattutto al Sud ha sempre costituito nutrimento silenzioso ma essenziale per l’affermazione dell’intreccio perverso tra politica e malaffare. Sul loro valore letterario si può infine discutere, ma sarebbe puro esercizio di stile. Cioè che rende preziose queste trascrizioni e le registrazioni contenute nel cd allegato (con la voce di Peppino e dei suoi compagni) è lo spirito di rivalsa, il coraggio manifesto tradotto nel mezzo potente della parola e del verso satirico, il senso di ribellione al tragico e letale cortocircuito criminal-istituzionale che da decenni corrode il tessuto sociale del Sud, e che oggi come allora ne sfianca gli spiriti, ne tramortisce i corpi. Peppino Impastato, i suoi compagni e tutti coloro che dopo la sua morte hanno lottato contro i poteri forti perché venisse fatta luce sulla sua fine, sono l’espressione migliore di quella meravigliosa gente di Sicilia che nonostante tutto combatte e freme, che nonostante tutto lotta per tener viva la memoria, unico antidoto possibile contro quel male assoluto che è la rassegnazione.
Peppino Impastato è stato colui che ha urlato la sua voce e sfidato lo strapotere della mafia prima ancora di Falcone e Borsellino, che ha creduto nella politica come strumento di lotta per la giustizia sociale e per i diritti dei più deboli, un’idea di politica che oggi, a trent’anni di distanza, appare così tragicamente frantumata e dissolta in un contesto che demolisce le passioni e spinge anche gli spiriti migliori all’apatia e all’indifferenza.
Forse la colpa più grande della politica di questi anni, al di là delle nefandezze manifeste e della complicità impotente, non sempre fatta solo di silenzi, di chi tali nefandezze avrebbe dovuto combattere, è proprio questa: l’aver privato i giovani (ma anche chi giovane non è più) della speranza, costringendo alla resa chi si era sempre contrapposto a quell’idea perversa di convivenza (in)civile secondo la quale vince il più forte, il più furbo, il più ricco.
Ma di quella speranza in queste pagine si può riscoprire il valore e la potenza, se ne può rintracciare il senso e la portata, se, come racconta Vauro nella prefazione al libro, ci ricordiamo che “Trent’anni fa hanno spento quella voce, ma non quel sorriso. Quel sorriso lo troviamo oggi sul volto di tanti ragazzi del sud e non solo che, nonostante tutto, ancora credono che si possa cambiare e che cambiano loro per primi: non limitandosi alla denuncia ma praticando in mille modi diversi , ricchi di fantasia quanto concreti, quella solidarietà sociale che uno dei più forti antidoti al veleno mafioso. Allora, anche chi come me ha oggi l’età che avrebbe avuto Peppino se non gli fosse stata strappata la vita, non ha diritto alla disillusione , al cinismo di chi ha già visto come va a finire. Non ha il diritto di lasciar soli quei ragazzi. Non ha il diritto di lasciare solo Peppino.”
Marco Florio
04-10-2008
14 dicembre al GranTeatro
V.le di Tor Di Quinto, 1 ore 21
Info: 06.54220870