Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

"Nevermind"
(Island)
Anno: 1991
Musicisti:
Kurt Cobain (voce e chitarra)
Chris Novosleic (basso)
Dave Grohl (batteria)
Prodotto da: Butch Vig
Possono bastare oltre 25 milioni di copie vendute a quantificare la grandezza di un disco? Tre ragazzi semi sconosciuti catapultati nell’Olimpo delle rockstar in pochi mesi, una delle scene underground più floride del rock improvvisamente messa in prima fila da tutte le radio, le riviste e le televisioni.
Una moda? Il luogo comune della rabbia adolescenziale? Canzoni semplici da suonare che rilanciavano il motto punk del “tutti possono farlo”? Il fascino di un ragazzo biondo con gli occhi azzurri? La forza dell’industria discografica che impone un prodotto fino ad ucciderlo?
Spiegare razionalmente perché Nevermind è uno dei più grandi dischi della storia è dannatamente difficile.
L’affascinante copertina con un bambino di 4 mesi che nuota sottacqua cercando di afferrare un biglietto da un dollaro è nell’immaginario collettivo almeno quanto le canzoni contenute all’interno.
Kurt Cobain è un ragazzo che si è sempre impegnato al massimo per la sua band, le canzoni che ha scritto nel ultimo periodo sono grandiose. I tre del gruppo hanno appena firmato per la Geffen, label che assicura loro una produzione molto più grande di quella che Jack Endino si era dovuto inventare per il primo promettente lavoro "Bleach.
In cabina di regia ora c'era il paziente Butch Vig, il quale convinse Kurt che era necessario cantare per l’ennesima volta una canzone, quando i risultati non erano soddisfacenti, raccontandogli di come anche il suo mito John Lennon lo avesse fatto.
Molti giorni dopo ne esce uno dei primi missaggi di dischi rock a essere omogeneo, molto attento ai picchi di volume e con una dinamica sonora sorprendentemente esplosiva. Ciò consentì ai dj delle radio e delle discoteche di programmare i brani senza starsi troppo ad ammattire sui mixer.
Sull’incrocio dei 4 accordi presenti nei primi secondi dell’ascolto sono stati spesi fiumi d’inchiostro, c’è addirittura chi ha detto che sono stati capaci di cambiare la storia della musica.
Certo è che l'iniziale “Smells like teen spirit” ha segnato una delle più alte esposizioni mediatiche di una canzone, arrivando anche a far disprezzare dalla band i fan che si erano avvicinati ai Nirvana per quel brano. Sembra che anche il titolo, idealizzato come manifesto dei nuovi giovani arrabbiati degli anni ‘90, in realtà provenga semplicemente da un deodorante per teenagers, una fragranza simile a quella che Kurt emanava una sera. Infatti fu un’ubriaca Kathleen Hannah delle Bikini Kill a scrivere su un muro durante l’alcolica nottata la famosa frase “Kurt smells like teen spirits”.
“In Bloom” è un altro piccolo capolavoro, un giro di basso che colpisce nel segno, la batteria che batte con inaudita forza colpi doppi sui tamburi, e i 4 ottimi versi della strofa cantati con un registro basso che fa da contraltare all’urlatissimo ritornello. L’assolo più acido di tutto il disco fa da ciliegina sulla torta. Kurt considerava questa come una canzone molto adatta all’associazione con le immagini, nei suoi diari aveva già provato alcuni disegni per accompagnare le note e in seguito verranno rilasciati 2 videoclip diversi per questa seconda traccia.
“Come as you are” si fonda su arpeggio che spesso veniva suonato con la chitarra volutamente scordata, fino a farla diventare una canzone sblilenca, con un equilibrio instabile simile a quello di una sbornia triste, l’andamento è meno arrabbiato ma il dolore espresso non è meno intenso. Anche in questa canzone, come già era accaduto sulla traccia d’apertura, l’assolo di chitarra imita la melodia del cantato, la parola ricorrente “Memoria” fu inizialmente il titolo provvisorio del pezzo, e il verso ripetuto con ossessività “…and i swear that I don’t have a gun” (trad. …e giuro di non avere una pistola) in realtà celerebbe (stando a una dichiarazione del cantante) il giurare di non avere nessuno da cui nascondersi.
“Breed” è aperta con un riff veloce e grintoso sul quale Dave Grohl piazza una rullata memorabile, di quelle che fanno venire voglia di imparare a suonare la batteria, il ritmo è incalzante.
Il testo è breve e ripetivo anche se dietro l’apparente semplicità delle liriche spesso Cobain nasconde significati nascosti. Ad esempio quasi nessuno, prima della pubblicazione dei diari di Kurt, sapesse che la canzone in questione si sarebbe dovuta intitolare “Imodium” e che era stata scritta durante il tour in furgone con i Tad e che Kurt mal sopportava la convivenza con i tre corpulenti musicisti di supporto e soprattutto i frequenti attacchi di diarrea del loro cantante-chitarrista.
“Lithium” è l’altro singolone del disco oltre al brano di partenza, anche qui come in molte delle canzoni presenti nell’album i Nirvana ripropongono l’arrangiamento pulito nella strofa e distorto nel ritornello che era stato già presente nelle opere dei Pixies ma che i tre di Seattle svilupperanno fino a farne un loro segno distintivo.
Quando esplode il ritornello con il suo “Yeeeeeah yeeeeeeieeeeeeeah” è impossibile non muovere ritmicamente la testa e chi porta i capelli corti sente un irresistibile voglia di lasciarli crescere per farsi trovare pronto quando sarà arrivato il momento di riascoltare la canzone.
“Polly” è una ballata, calma ma con un motivetto contagioso, registrata abbandonando le “Fenderone” dal timbro riconoscibile in favore di una scadente chitarra usata comprata per venti dollari.
Questo è il segreto dietro al suono della canzone e le molte cover band che cercano di riprodurne fedelmente il suono si trovano in difficoltà a ricreare l’atmosfera che il brano lascia sull’incisione del disco.
“Territorial Pissing” inizia parodiando il testo di una canzone hippy degli anni 60 “Get Togheter”.
E poi 2 minuti e 20 secondi per la canzone più furiosa dell’intero lavoro, tre accordi, rullate di batteria a profusione, e le poche righe di testo urlate come se si stesse subendo una tortura medievale.
“Drain You” è l’unica canzone che inizia subito con il cantato, andatura serrata sull’orecchiabile melodia della strofa e sul breve ritornello, al termine del quale c’è un lungo interludio scandito dalla cassa, nel quale si sente un rallentatissimo “you” accompagnato dal suono di alcuni giocattoli per bambini.
Prima che ricominci la strofa Kurt piazza un urlo lunghissimo e dilaniato che è tenuto in secondo piano dalle scelte del fonico, ma nelle riproposizioni dal vivo di questa canzone spesso era capace di scatenare il più classico dei brividi dietro la schiena.
Ad aprire “Lounge Act” ci pensa il basso di Cris Novoselich, un’altra grande canzone in un disco senza passaggi a vuoto. Nell’ultima strofa il cantato di Kurt sale di un’ottava regalando a tutta la canzone un crescendo che si riesce a apprezzare appieno solo dopo molteplici ascolti.
“Stay Away” alza ancora di più il tiro, una canzone tiratissima scandita con tre battiti di rullante, perfetta per un pogo violento, anche se i Nirvana dal vivo l’hanno eseguita raramente. L’ultimo verso “God is gay” (Dio è gay) cantato dopo aver ripetuto all’infinito il titolo è assoluto colpo di genio.
Si arriva alla traccia 11: “On a plane” ha un’intensità più soffusa rispetto alle ultime canzoni ed il suo finale vede sovrapporsi le voci di Kurt e Dave che ripetono due note mentre il resto del brano sfuma.
Sembrerebbe la chiusura perfetta per il disco.
Invece a concludere c’è “Something in the way” uno dei testi più poetici mai scritti da Kurt in ricordo di alcuni giorni passati sotto un ponte. La melodia è semplice e l’accompagnamento essenziale, anche l’arrangiamento che Butch Vig ci cuce sopra sembra voler rispettare al massimo l’importanza dell’immagini evocate dalle parole.
Poi tutto sembra silenzio e il disco sornione scorre in punta di piedi per 17 lunghi minuti in cui ci si sofferma a cercare di catturare le emozioni suscitate da un album che fin dal primissimo ascolto sembra un’opera imprescindibile.
Ma ecco che a sorpresa arriva la furia di “Endless Nameless”, traccia nascosta che sembra suonata semplicemente cercando di spaccare tutti gli strumenti presenti in studio, le urla che si sovrappongono e le chitarre che si schiantano per terra sembrano una liberazione da tutta la sofferenza contenuta nel disco.
Ora che il bambino della fotografia in copertina è un adolescente si dice contento di aver fatto parte del lavoro, e piace anche pensare che l’allora infante Spencer Elden, possa mano mano diventare un giovane, poi un uomo e poi un vecchio mentre la sua foto subacquea resterà meravigliosa in eterno, come il disco che c’è dentro.
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Giovanni Cerro
11-10-2008
NIRVANA "Smells like teen spirits"
NIRVANA "Come as you are"
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