Mulatu Astatke & The Heliocentrics

L'ultimo grande della "Swinging Addis" con il gruppo londinese di Malcolm Catto,tra noise-jazz,Africa e funk cosmico.

Mulatu Astatke & The Heliocentrics

 

Inspiration Information

Strut/!K7 (distrib. Audioglobe) 2009

Voto: 8

 

Chi ha visto il film Broken Flowers (2005), di Jim Jarmusch, forse ricorderà il brano musicale che il metafisico scapolone interpretato da Bill Murray ascolta ossessivamente in automobile, nel suo viaggio attraverso gli States alla ricerca di quattro vecchie amanti. Quel pezzo è Yekermo Sew, di Mulatu Astatke, e la scelta del regista, che con la musica ha da sempre un rapporto molto stretto, ha dato un contributo decisivo alla nuova popolarità del suo autore, padre del cosiddetto ethio-jazz, presso il pubblico occidentale.

 

Classe 1943, compositore, arrangiatore, vibrafonista e percussionista, Astatke è stato uno dei protagonisti, negli anni ’60 e ’70, di quel fermento che oggi chiamano un po’ forzatamente Swinging Addis, che amalgamava la musica tradizionale d’Etiopia, prevalentemente modale, con influenze jazz, funk, soul e pop. In tale ondata di rinnovamento, ben documentata nelle ristampe in CD della serie Ethiopiques (in 20 volumi!), si distinsero anche Ayalew Mesfin, Mahmoud Ahmed e, su un versante più folk, Alemu Aga e altri. Profondo conoscitore delle radici musicali della sua terra, Astatke non è nuovo agli scambi con l’Occidente. Già in gioventù fu il primo studente africano del Berklee College of Music di Boston; conobbe poi John Coltrane e sua moglie Alice, e suonò come ospite dell’orchestra di Duke Ellington durante la sua visita in Etiopia nel ’71. Risale a pochi anni fa la collaborazione con l’americana Either/Orchestra, mentre esce in questi giorni su Strut l’ottimo terzo volume della serie Inspiration Information, inciso con i londinesi  Heliocentrics del batterista Malcolm Catto, che è forse il più moderno interprete della percussione funk, nel senso più ampio, e lo ha dimostrato già dagli anni ’90 al fianco di DjShadow, e con le produzioni per la Mo’ Wax, etichetta che meglio rappresentò l’onda trip-hop.

 

Il disco in questione è galvanizzante, dalle calme progressioni pianistiche dell'iniziale Masenqo, alla distorta e scurissima Addis Black Widow, dallo slow-burner Esketa Dance ai pezzi in cui l'influenza africana si fa più evidente, seppure in un'ottica modernissima, con le scale non temperate della tradizione etiope che subiscono trattamenti elettronici senza perdere nella fisicità e nel groove, ed è il caso di Live From Tigre Lounge e e Dewel. Fire in The Zoo sembra uno scherzo di Rahsaan Roland Kirk aggiornato al terzo millennio, e i 10 minuti di Anglo Ethio Suite, dal titolo programmatico, chiudono il cd con una sintesi perfetta.

A guardare alle influenze degli Heliocentrics (il jazz cosmico di Sun Ra, al quale devono persino il nome, il soul di James Brown, le colonne sonore di Morricone e le produzioni pionieristiche di David Axelrod, il tutto proiettato nell’era del tribalismo digitale) e alla loro avventura con “Mulatu Of Ethiopia”, sembrerebbe che  Londra si ricordi ancora, di tanto in tanto, di essere il melting pot culturale che è stata per decenni. Lo so che siamo appena ad aprile, ma questo rischia seriamente di essere il mio disco dell'anno. Ne riparleremo.


Adriano Lanzi


09-04-2009

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