Morrissey - Years of refusal

L'ex cantante degli Smiths e autore di una splendida carriera solista tornata ad alta livelli con gli ultimi dischi, si ripresenta con il nuovo cd

Morrissey - Years of refusal

"Years of refusal"
(Polydor/Decca)
Voto: 6,5
2009

 

 

 

 

 

 

Quando si ascolta un disco nuovo di Morrissey bisogna fare uno sforzo. Enorme. Bisogna ignorare (o almeno fingere d'ignorare) il suo passato glorioso, o si corre il rischio di un confronto che può finire per diventare impietoso. D'altra parte credo che anche lui desideri questo: che la gente ascolti il suo nuovo disco senza aspettarsi il nuovo disco degli Smiths. Che, sia detto per fugare ogni residua e probabile illusione, sono morti vent'anni fa.

 

Con "Years of the refusal" fanno dieci, raccolte e live esclusi. A cinquant'anni suonati Morrissey ha una voglia matta di scrivere canzoni, di suonarle e di farle ascoltare, anche se il contagio non sempre investe in egual misura l'ispirazione.
E questa è in fondo una costante di tutta la sua ormai lunga carriera solista: al fianco di dischi importanti (il sobrio e raffinato "Vauxhall and I" e l'estroverso "You Are The Quarry" su tutti), nel discografia di Morrissey ci sono lavori francamente dimenticabili.

 

"Years of the refusal" si piazza nel mezzo. E' un disco onesto, sincero e appassionato. Una raccolta di canzoni schiette e vibranti, senza vertici memorabili e senza vistose cadute di tono, in cui la parte del leone spetta senza dubbio alla voce, che non solo non mostra alcun segno di cedimento ma sembra quasi consolidarsi con il passare degli anni, e alle chitarre, sempre esuberanti, abbondantemente distorte e talvolta quasi impetuose, come in "Mama Lay Softly on the Riverbed", un brano pop con venature progressive (!) che potrebbe non dispiacere ai fans dei Dream Theater (!!). Pochi i momenti di tregua: "It's not your bithday anymore" vibra della medesima romantica ipocondria di "The boy with the thorn in his side" (anche se quella magia resta largamente insuperata), mentre in "You were good in your time", metafora toccante sulla vita e sul tempo perduto, Morrissey preconizza la fine ipotetica della sua parabola artistica ("You said more in one day/than most people say in a lifetime/it was our time/and we thank you"), commuovendo con garbo accorato e in un certo senso inedito.
E visto che alla fine è impossibile riuscire nell'intento che si diceva all'inizio, credo che saranno in tanti a sobbalzare (lievemente) dalla sedia ascoltando una canzone come "When I spoke to Carol", che inizia con un riff inopinatamente simile a quello di "Bigmouth Strikes Again", trasformandosi poi in un rock melodioso e intrigante venato di palos e Andalusia, grazie anche alla tromba dell'onnipresente Mark Isham, in quello che è probabilmente l’episodio migliore del disco.

 

Prim’ancora che cantautore, Morrissey è indubbiamente un’icona, il simbolo indiscusso di una stagione indimenticabile e indimenticata. Come spesso avviene in questi casi, i trascorsi carichi di valenze simboliche finiscono per diventare un peso, un ostacolo sulla strada di una riaffermazione umana e artistica che però lui merita ugualmente, perché nel 2009 chiamarsi Morrissey e cantare e suonare con la verve e la passione di un ventenne innamorato della musica è segno, prima ancora che di un talento mai disconosciuto, di grande e profonda umanità.

 

Sito Ufficiale
Myspace

 

Marco Florio



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