Milk (Gus Van Sant)

Deludente il molto decantato biopic su Harvey Milk. Regia di maniera del talentuoso Gus Van Sant, ma strepitosi gli attori.

Milk (Gus Van Sant)

 

Milk

Usa 2008

Un film di Gus Van Sant

Con: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna

Sceneggiatura:  Dustin Lance Black

Fotografia: Harris Savides

Montaggio: Elliot Graham

 


Gus Van Sant è ormai da molto tempo che si alterna tra film hollywoodiani e film (apparentemente) indipendenti, alternativi al mainstream: in realtà, a un’attenta osservazione, tali categorie, nel regista di Louisville non sono altro che due facce della stessa medaglia. La categoria dei film alternativi, con la scusa della freddezza e del distacco emotivo, spesso Van Sant l’ha risolta con meri esercizi di stile fini a se stessi (il remake di “Psycho” (1998), “The Last Days”(2005) e “Paranoid Park” (2007), questi ultimi due ripetizioni del riuscito “Elephant” del 2003).

L’altra categoria, quella hollywoodiana, appartiene a quel filone di film che da un punto di vista tematico (e anche drammatico) possiamo definire ‘film emotivamente ricattatori’, poiché pone allo spettatore una questione che egli recepisce come “siete contro i gay, i neri o le minoranze?”, facendolo sorvolare sulla costruzione e sull’efficacia del film in quanto tale. A questa  categoria  appartiene questo   “Milk” , che ha come predecessori  “Will Hunting Genio Ribelle” (1997) e “Scoprendo Forrester”  (2000). Film che fanno leva per l’appunto sull’emotività dello spettatore ponendo l'implicita  domanda di cui sopra, domanda alla quale lo spettatore non può che rispondere  (più in maniera inconsapevole che consapevole)  "no", che non ce l'ha con i gay, motivo per cui il film ‘piace’ per forza.

In "Milk", film biografico sulla vita e la morte di Harvey Milk, attivista gay degli anni '70 a San Francisco, non si può non notare come questo escamotage ricattatorio sia portato alle estreme conseguenze dal regista, il quale utilizza tutti gli espedienti filmici a disposizione per enfatizzare al massimo il tema dello stesso.

La struttura cornice con lo stesso protagonista che racconta la sua vicenda a un registratore, interpuntando continuamente lo sviluppo drammatico principale, l’osceno ralenty, come l’avrebbe definito Serge Daney, utilizzato nel momento culminante della sua uccisione come successo in “Dead Man Walking” (1995) di Tim Robbins (curiosamente in entrambi i film l’attore principale è lo straordinario Sean Penn), l’inserimento di scene documentarie (molte delle quali prese dal bellissimo documentario del 1984 “The Times of Harvey Milk” di Robert Epstein), la fotografia sgranata che ricorda i tipici colori delle pellicole fine anni 70 ecc., ecc.

Questi espedienti vengono spesso utilizzati quando la vera struttura drammatica del film (e lo sviluppo narrativo-visivo della stessa) risulta carente e inefficace, come in questo caso. Nonostante ciò la prova recitativa di Penn risulta strepitosa, non tanto per il suo mimetismo che tutti conosciamo (uno degli ultimi veri eredi dell’Actor’s Studio), quanto per la sua capacità di dare vita al personaggio attraverso un lavoro di sottrazione, tutto trattenuto in tono minore e  non, come suo solito, per accumulazione di tic e di parossismo (un esempio su tutti la splendida figura dell’avvocato Kleinfeld in “Carlito’s Way” del 1993), altrettanto sbalorditivi gli altri attori, dall’irriconoscibile Emile Hirsch passando per Josh Brolin fino al bravissimo Diego Luna.

Ora bisogna vedere quanto ciò sia merito di Van Sant nel dirigere gli attori o altresì quanto, nonostante una pessima regia, siano stati gli stessi a riuscire a far risaltare le loro straordinarie doti recitative.

 

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Alessandro Morera

 



28-01-2009

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