Recensione live: Michel Portal Unit

Un pezzo di storia del jazz europeo all'Auditorium, con una performance intensa, concentrata, carica delle più diverse suggestioni.

Recensione live: Michel Portal Unit

"Out Of France"

Eric Legnini Trio - Michel Portal Unit

 

Auditorium Parco Della Musica, Sala Petrassi - Roma

16 Aprile 2009

Voto: 7,5

 

C'era uno degli autentici artefici del jazz europeo, giovedì sera all'Auditorium, all'interno di un evento un po' grossolanamente intitolato "Out Of France", che accostava il titano - lui sì francese - del sax e del clarinetto, ormai settantaquattrenne, al più giovane Eric Legnini, pianista, che invece è belga, ma saprà bene come gli abitanti del plat pays cantato da Jacques Brel da noi diventino francesi loro malgrado, "per estensione".  In un breve set,  Legnini (in trio con Mathias Allamane al basso e Franck Agulhon alla batteria) ha presentato per intero le composizioni del suo album Trippin, forte di un onesto, agile tocco funk, che richiamava ora Herbie Hancock ora vaghe suggestioni d'Africa, e di una buona fluidità del discorso melodico.

 

Al cambio palco, quando entra in scena l'ultima incarnazione della Unit di Michel Portal (con Bojan Z al pianoforte e al piano elettrico, Bruno Chevillon al contrabbasso e Eric Echampard alla batteria) bastano i primi minuti di performance a rendere evidente un contrasto che è spunto per più di una riflessione. Non approfondiremo in questa sede, ma davvero la musica del pur bravo Legnini (classe 1970) parla un idioma che diremmo passivamente importato, mentre nella proposta di Portal, oltre a tutto il jazz assorbito negli anni '50 e alla lezione free di Ornette Coleman del decenio successivo, continua a sentirsi profondamente  l'Europa. Non a caso, il clarinettista è stato al centro di quella stagione di fermento musicale (che ebbe un corrispettivo sociale nel culmine del maggio '68) in cui l'interesse per la pratica dell'improvvisazione accomunava tanto i jazzisti - quelli afroamericani che in Francia erano venuiti a vivere, e quelli europei - quanto alcuni compositori di estrazione classico-contemporanea (all'interno dell'ensemble New Phonic Art, ad esempio, Portal ebbe modo di lavorare su materiali di Karlheinz Stockhausen, Mauricio Kagel, Luciano Berio, ed altri). Non arrivo a dire che la musica di Portal del 2009 sia più nuova, in assoluto, di quella di un pianista che ha la metà dei suoi anni. Si sente, il peso della Storia, nel bene e nel male.  Però ad ascoltarlo non viene in mente solo la vecchia Europa, ma anche un Europa - e un mondo - a venire, allora come oggi appena intuiti, suggeriti. A maggior ragione oggi non va dimenticato l'esempio di quel momento storico, in cui in ogni campo, musica inclusa,  cultura alta e bassa complottavano (complottano) per un ripensamento radicale della socialità (le regole del gioco, le responsabilità individuali e collettive).

 

Portal si è dedicato per l'intero set al clarinetto basso, tenendo gli occhi quasi sempre chiusi ed abbandonandosi spesso ad una gestualità entusiasta, che avrebbe qualcosa di autistico se la complessità di certi temi, stacchi e poliritmie non rivelasse, da parte sua e di tutto il quartetto, uno strettissimo controllo sulla materia sonora, al pari della profonda consapevolezza  dei momenti in cui "mollare la presa". Molto bella, anche nelle parti più scomposte o astratte, l'attenzione costante al seme della melodia, sempre ispirata, a tratti esaltante, del tutto priva di leziosità. Alcune frasi all'unisono abbastanza intricate sono risolte con agilità da Bojan Z, mano sinistra sul piano elettrico, mano destra sul gran coda. Peccato per l'uso un po' gratuito e poco preciso di un delay/looper sul fender rodhes (il solito "line 6", che sarà pure user-friendly ma l'abbiamo visto immancabilmente far danni, in più di un contesto).


Adriano Lanzi


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