Marissa Nadler - Little Hells

L'artista statunitense continua nel recupero della tradizione folk del proprio paese con un lavoro che si segnala tra le migliori uscite del genere

Marissa Nadler - Little Hells

"Little hells"

(Kemado)
Voto: 7.5
2009   

 

 

 

 

 

 

Non ci sono molti dubbi, ormai: è il folk, in tutte le sue variopinte declinazioni (art, alt, nu, freak, free, psych, apocalyptic e via all’infinito, per la gioia dei label-lovers), il vero protagonista della musica indipendente degli ultimi anni, al punto che più che di revival possiamo senz’altro parlare di una nuova era del folk.
E non ci sono solo gli ormai affermati menestrelli d’oltreoceano – Devendra Banhart, Will Oldham, Micah P. Hinson, solo per fare qualche nome -  a fortificare la schiera dei musicisti tutti pane e fingerpicking; la vera novità di questi ultimi anni è rappresentata dalle donne. Da Joanna Newsom a Josephine Foster, da Essie Jane a Jessica Bailiff, passando per Elizabeth Anka Vajagic e, naturalmente, Marissa Nadler.

Una schiera foltissima di cantautrici che hanno saputo rielaborare la lezione di Vashti Bunyan e Joni Mitchell ma senza snaturarla, al punto che molte delle loro canzoni hanno un indiscutibile fascino retrò, e non avrebbero sfigurato affatto in uno dei lavori pubblicati ormai diversi decenni fa dalle due muse cui si faceva cenno.

 

Nel suo quarto disco la Nadler può vantare un cast d’eccezione, guidato dal produttore Chirs Coady, già con Cat Power (e fin lì..), TV on The Radio e Blonde Redhead, mentre al solito Myles Baer si affianca proprio il batterista dei Blonde Redhead, quel Simone Pace che conosciamo da tempo come musicista  sopraffino e grande amante della ricerca sonora a tutto tondo.
Inevitabile quindi attendersi novità rispetto al passato, che ci sono e consistono principalmente nelle percussioni (in alcuni punti sostenute da una drum machine), e in tastiere e sintetizzatori spesso in bilico tra modernariato (dream)pop e sonorità vintage che rendono gli arrangiamenti meno scarni ed essenziali che in passato.

 

Funziona? Funziona, quasi tutto. Due brani più di altri sono il simbolo di questa sorta di new-deal: l’ibrida “River of dirt” e la sorprendente “Mary Come Alive”, canzoni in cui la mano di Simone Pace si fa sentire almeno quanto la voce della Nadler, che forse per suggestione sembra quasi riecheggiare i fremiti sottili di Kazu Makino (vocalist dei Blonde Redhead).
Chi ha amato le atmosfere soffuse di “Mexican Summer” trarrà piaceri intensi dall’ascolto di “Rosary”, un ibrido perfetto tra la cadenzata e romantica spossatezza dei Mojave 3 e la seduzione onirica dei Mazzy Star; interessante il classico folkabilly di “Little Hells” e “Loner” – un brano, quest’ultimo, dominato dal fantasma intrigante di Hope Sandoval -, mentre altrove (“Ghosts and lovers”, “Brittle crushed”) la Nadler sfoggia quel fingerpicking che dei dischi precedenti è stato, al pari della voce, il suo indiscutibile marchio di fabbrica. Gli episodi migliori sono forse la malinconica “The Hole is Wide”, che ruba la frase di pianoforte a “Maybe Not” di Cat Power, e soprattutto l’iniziale, magnifica, “Heart Paper Lover”, brano di straordinaria intensità in cui il synth e il vibrafono elettrico fanno da semplice ed essenziale contorno ad una delle sue più profonde e accorate interpretazioni vocali.

 

Un disco bello e importante, che conferma il talento di una cantautrice capace di dissimulare la ruvida e talvolta disperata introspezione dei testi con la grazia di suoni sempre suggestivi e raffinati, eleganti e discreti.
Aristocrazia folk.

 

Sito Ufficiale
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Marco Florio



28-02-2009

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