Recensione Live: Mahjonng

Trascinante concerto del quintetto di Chicago autore di uno scarno funk percussivo molto urbano figlio della scuola Talking Heads e Brian Eno

Recensione Live: Mahjonng

Mahjongg live
8 ottobre 2008
Init
Roma
Voto: 7.5

 

 

Purtroppo il pubblico dei concerti è sempre meno curioso e numeroso, disposto a spendere nella maggior parte dei casi solo per nomi di grido o trendy nel circuito pseudo underground.

Poi capita che vengano in Italia cinque musicisti di Chicago quali i Mahjongg i cui lavori hanno circolato in maniera ancor più sotterranea e così le presenze all’Init risultano non proprio esigue ma quasi.

Chi non c’era però dovrà nutrire rimpianti perché il set della formazione si è conferamto all’altezza del loro eccellente secondo disco “Kontpab” edito dalla storica K di Olympia, label amatissima da Kurt Cobain.

 

Ma in questo combo non c’è nulla di grunge bensì un’attenzione per il funk più percussivo e tribale che però viene trasportato all’interno delle grandi metropoli, un pò come fecero Brian Eno e David Byrne sia nell’album dei Talking Heads “Remain in light” che nel singolo lavoro del duo “My life in a bush of ghost”.

Ebbene i Mahjongg hanno dimostrato ancora una volta di più come quell’ispirazione sia stata fondamentale presentando così con forza anche su palco linee di basso scheletriche quanto pulsanti ripetitivo groove, doppia batteria dai montaggi più classici l’una mentre l’altra con solo cassa e rullante. Ed ancora tasterine, computer, synth e campionatori, chitarra tagliente e produttrice solo qualche importante posizione, voci effettate (anche con il vocoder) e tanta giungla urbana a farla da padrone.

 

Con i Mahjongg poi indubbiamente si balla, grazie a quelle rtimiche che dal vivo assumono ancora più corpo come se i !!! o i Rapture fossero spogliati di tutta la loro area disco per essere ricondotti alle origini, un’operazione che però non risulta biecamente intellettualoide.

 

Anzi il quintetto è più che mai sincero, forse sin troppo quando non si cura di creare una sorta di trait d’union tra un brano e l’altro lasciando parecchi vuoti che talvolta spengono il fuoco che si è creato.

Inoltre i Mahjongg sono tutti polistrumentisti e ad ogni canzone si alternano ai diversi strumenti, facendo perdere così ulteriore tempo alla fludità del set, non risultando però scollati nelle varie esecuzioni ma anzi capaci di trascinare sempre con la medesima efficace vivacità.

Peccato per chi non c’era, ma la “moda” non passa da queste parti.

 

Myspace


Gianluca Polverari


09-10-2008

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