Interviste Musica: Luigi Cinque

Dal Canzoniere del Lazio al terzo millennio:incontro con il Maestro Luigi Cinque. Parlando del suo album "Passaggi" e di molto altro


Il percorso del Maestro Luigi Cinque, compositore, strumentista e in qualche modo anche lucido osservatore, nel suo ambito, delle implicazioni estetiche e filosofiche del villaggio globale, trova in Passaggi (Radio Fandango/Edel) il più recente tassello della sua produzione matura. L’artista attraversa dagli anni ‘70 le frontiere di stili e linguaggi, dalla contemporanea al jazz, dal recupero della tradizione mediterranea (fondamentale il lavoro con il Canzoniere del Lazio) fino alle esperienze legate al teatro e alla nuova danza, l’esplorazione delle nuove tecnologie, la multimedialità e la didattica (insegna Storia della Musica presso l’Università per Stranieri di Siena). Il suo profilo Myspace indica i generi minimalista/roots music/classica: coordinate che spiegano Luigi Cinque solo in parte. Nel nuovo cd c’è un gruppo eterogeneo di musicisti, tra i quali i jazzisti Danilo Rea, Maurizio Giammarco, Gianluigi Trovesi, il violino di Alex Balanescu, le voci di Lucilla Galeazzi, del griot senegalese Badara Seck, di Nicole Ewang (Nigeria) e Uma-Chahar-Tugchi (Mongolia), il bandoneon argentino di Walter Rios.

Disco personale ma anche corale. Come hai composto Passaggi?

Nel casting è insita la partitura. Considero la scrittura quasi un elemento di arroganza del compositore. Rispetto quelli che scrivono, ovvio che scrivo anch’io, ma cerco di tenere conto della complessità del musicista. Parto da tracce di improvvisazione; poi cambio le carte in tavola, rinnovo i meccanismi sulle armonie. Si può parlare di un’antropologia della musica, di musica basata sul musicista. Sono favorito dall’assenso e rispetto concessomi dai partecipanti, tutti virtuosi nel loro genere. C’è poi un processo di avvicinamento, un lavoro di editing che riporta i contributi al mio stile personale. Con me tutti loro finiscono per essere un po’ diversi da loro stessi, diventano parte della Hypertext Orchestra e creano questo stile degli stili, o post-contaminazione.

E’ un contenimento che dà al solista una dimensione nuova?

Anche una grossa apparente libertà. Con molta umiltà penso a Miles Davis: in Bitches Brew si circondò di musicisti anche più grandi di lui per dar loro un contenimento o un carattere che non è quello che avrebbero avuto da soli.

Procedendo così non c’è il rischio che la “contaminazione” sia tale solo in superficie?

Il rischio c’è. Tocca cominciare a considerare filosoficamente che siamo nel terzo millennio. Usiamo ancora le categorie del Novecento, che si è chiuso. Siamo già tutti contaminati dalla globalità del villaggio: contaminazione è un dato di partenza, non un punto di arrivo. Non ha neanche più l’effetto antagonista dei tempi del Canzoniere del Lazio, quando cantare canzoni contadine magari con strumenti elettrici e col ritmo del blues era opporsi alla canzonetta borghese dell’Italietta democristiana. Pensa all’impatto della negritudine sull’Occidente dalla fine dell’Ottocento. L’arrivo della fisicità, di un certo linguaggio che dal blues portò alla Beat Generation: mia mamma che ha ottant’anni se sente un blues lo riconosce. Il futuro sarà un fiore che canta, possiamo non essere d’accordo ma la Storia va lì. Si abbattono le barriere tra le etnie e persino tra le specie. L’uomo contemporaneo deve abbattere i recinti all’interno di sé stesso, essere transgenico rispetto alle culture. Come uomo del mio tempo prendo ciò che mi emoziona, che sia jazz, contemporanea, etnica, voce mongola o egiziana, i Sigur Ros, o Mahler. Passaggi è questo, vuole essere un esempio abbastanza lucido di transgenìa musicale. Chi ascolta giudicherà se è più o meno riuscito. Vorrei dire finalmente, basta con questa storia dell’etnica, non ho mai fatto musica etnica, i riferimenti per i fiati col Canzoniere erano Coltrane e lo Shenai indiano…

Prossimi progetti?

Makina Fabric dal vivo all’Auditorium di Roma il 19 dicembre, sul mondo del precariato. Parteciperà buona parte dell’Hypertext Orchestra, Andrea Biondi, Raiz, Antonello Salis, il Balanescu Quartet, Michael Gross (già con Frank Zappa): si può parlare anche a Natale non solo di panettoni o Moby Dick ma anche di chi deve fare sette lavori per campare, quando li trova. Poi cè un DVD in produzione, TransEuropa Hotel, un po’ fiction un po’ documento su dieci anni di concerti in giro per il mondo e di incontri con personaggi straordinari, di riflessioni non solo sulla musica ma sulla contemporaneità.


Pubblicato anche sui quotidiani E Polis.













Adriano Lanzi


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