Recensione live: Los Campesinos

I sette gallesi Los Campesinos hanno proposto un set vivace e pregno di trascinanti canzoni. Peccato per la scarsa affluenza di pubblico

Recensione live: Los Campesinos

Los Campesinos live
il 14 novembre 2008
Piper
Roma
Voto: 7   
 

 

Foto: Donatella di Filippo & Giovanni Cerro

 

Questi 7 studenti universitari di Cardiff avevano esordito sulla lunga distanza a Febbraio 2008 con “Hold on now, youngster”; un disco che aveva sorpreso gli addetti ai lavori tanto che alcune riviste li avevano già additati come rivelazione indie dell’anno.
Loro invece di godersi l’esplosione della hit “Death to los Campesinos” fanno uscire un altro lavoro a fine ottobre: “We are beatiful, we are doomed”.
L’autorevole rivista NME recensisce questo secondo lavoro con 9/10 e ai primi ascolti convince anche noi, tanto da spingerci ad andare a sentirli al Piper nella loro data romana.

 

The Base, tra gli organizzatori dell’evento, annuncia che i concerti inizieranno alle 19,30  per terminare alle 22.30, notizia scritta anche a chiare lettere sul biglietto della serata.

 

Sconcertati da questi inusuali orari riusciamo ad accedere al Piper alle ore 21 per scoprire con sorpresa che in tutto siamo 20 persone.
A suonare in quel momento è un trio di giovanissimi, per la prima volta fuori dall’Inghilterra, che si chiama “Lovvers”. Niente di trascendentale.

 

Quando mezz’ora dopo fanno il loro brevessimo punk-set gli “Sky Larkin” gli spettatori non arrivano a 50 unità.

 

I Los Campesinos si presentano  alle 22 passate sul grande palco di Via Tagliamento, e il pubblico è formato da un centinaio di persone (in maggioranza giovanissimi),e nonostante la band ci rimanga male si sforza di non darlo a vedere.

 

La strumentazione colpisce la nostra curiosità.
Due postazioni di sintetizzatori con strumenti che vanno dalla semplice diamonica, allo xilofono, a piccole parti di batteria per i due cantanti.
Effetti dalle sonorità studiatissime per i due chitarristi, un violino classico e una sezione ritmica formata da una bassista e da un batterista dal tipico approccio punk britannico.

 

Il risultato è una formazione che si diverte, che suona bene e i cui membri si guardano costantemente, per cercare una fedeltà sonora con grande concentrazione e affiatamento.
La band  cerca il coinvolgimento  di un pubblico così esiguo  seguendo l’esempio di una mezz’ora prima degli Sky Larkin che avevano fatto salire il pubblico nel gradone tra platea e palco (vd foto).
L'effetto a livello di immagine è quantomeno bizzarro.
La platea del Piper è vuota con attorno divani riempiti qua e là da qualche coppietta.
Il concerto è riservato tutto alle (sole) due file di persone sotto ai musicisti.

Un disco fresco d’uscita totalizza, come è giusto che sia, ha la maggior parte delle presenze in scaletta.              
Si comincia con la traccia che apre il nuovo lavoro “Ways to make it through the wall” poi “The International Tweexcore underground” e “All  your Kayfabe friends”.

 

Il pubblico comincia a scaldarsi su quel che conosce meglio quindi al quarto brano “Death to los Campesinos”. 
Di lì in poi il concerto vola e i musicisti che capiscono di avere l’auditorio dalla loro parte danno vita alla festa.

A livello musicale le trovate  sono sempre originali  e i complicati arrangiamenti arrivano come li si ascolta sul disco.

 

Nelle canzoni successive alcuni musicisti cominciano ad esplorare il resto del Piper e a non limitarsi al palcoscenico.
In un brano  il cantante invita gli astanti a scendere in platea e a ballare un lento per la gioia del gruppo.
Ovviamente è un bluff e la pista si trasforma in una animata discoteca.

 

Il cantante si affida a una ragazza nel pubblico per farsi tradurre qualche frase, dai complimenti agli accorsi alle critiche per la scelta di una location decisamente troppo grande.

 

Il finale è un crescendo dalla brevissima “My year in lists” all’inno “You! Me! Dancing!”, che è il pezzo più riuscito della serata  e quello dove i presenti sembrano scatenarsi maggiormente.
A seguire la traccia che dà il titolo al nuovo disco “We are beatiful, we are dommed” per arrivare tutti in piedi ai saluti di “Sweet dreams, sweet cheeks” che sembra pensata con il finale giusto per chiudere un concerto con 6 elementi in piedi sulle spie a cantare in coro e solo il violino a suonare.

 

Il bis concesso dopo alcuni “one more song” è effettivamente di una sola canzone: “Broken Heartbeats sonds like breakbeats”.

 

Un’ora in tutto, ma l’impressione è che di questi 7 ragazzi, che prendono ispirazione dalla “famiglia Ramones”  e che hanno tutti il cognome “Campesinos”, ne sentiremo parlare.   

 

Tra 2 settimane il nuovo disco uscirà anche nel mercato americano e a gennaio ci sarà il tour statunitense.
E’ intuibile che se l’esperienza negli States andrà bene come crediamo, la prossima volta in cui i Campesinons saranno di scena a Roma i numeri di fans presenti saranno dalla loro.

 

Sito Ufficiale
Myspace

 

Donatella Di Filippo
Giovnni Cerro

 



17-11-2008

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