CRAK! è andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone. Andare o non andare?

Italia 2008
Un film di Alessandro Baricco
Con: Noah Taylor, Clive Russell, Leonor Watling, John Hurt, Tim Barlow
Sceneggiatura: Alessandro Baricco
Fotografia: G.Gossi
Montaggio: G.Franchini
Tentativo di trama: Il professore universitario Mondrian Kilroy, molto amato dai suoi studenti per la bizzarria delle sue lezioni, tenne un corso per demolire 141 capolavori artistici, secondo lui sopravvalutati. La lezione numero 21 è la memorabile lezione che Kilroy dedicò alla nona sinfonia di Beethoven: alla sentita spiegazione il professore fa sovrapporre la vicenda surreale del violinista Hans, trovato morto congelato con il suo violino su un lago vicino a Vienna.
Come andarono davvero le cose quella sera del 7 maggio 1824 quando Beethoven presentò la nona a un pubblico oramai stanco di lui? Mondrian Kilroy non ha dubbi…
Presentato in piazza grande al 61° Festival di Locarno, “Lezione 21” segna il debutto di Baricco dietro la macchina da presa, dopo il successo planetario dei suoi libri. La produzione Fandango di Procacci testimonia ancora una volta la sua arditezza e fiducia nel cinema italiano, concedendo al cinquantenne torinese un cast eccezionale e mezzi importanti: lui ripaga mostrando un inaspettato e discreto talento registico. Lo scetticismo tipicamente italiano nei confronti di chi vuole iniziare a confrontarsi con un altro medium (vedi Battiato) trova qui un’altra parziale conferma. Parziale perché l’esordio cinematografico del cinquantenne torinese non è così negativo, anzi il Baricco regista è forse la nota più positiva insieme alla fotografia e alla recitazione di un cast notevole (merito della produzione re Mida Procacci).
Riuscito è anche l’apparato «didattico» che fa capo al Baricco (notevole) musicologo, divulgativo e coinvolgente nel ricostruire i fatti della sera del 7 maggio 1824 e del “silenzio” che precedeva quell’esecuzione.
Ma poi c’è il Baricco scrittore, è lì è tutta un’altra faccenda. O lo si ama o lo si odia, si dice. Forse sarebbe più utile solamente analizzarlo, scoprirne le fonti e gli scopi. La sceneggiatura è Baricco 100%, tanto da pervadere anche il gusto finale del film, lo stesso che si sente dopo la lettura di un suo libro: Mondrian Kilroy è uscito da “City”, con le sue stravaganti convinzioni sui capolavori sopravvalutati e i suoi studi sugli oggetti curvi. Gli altri personaggi sono sulla falsa riga di quelli che popolano la produzione letteraria dello scrittore torinese: il maestro del ghiaccio a cui si parla solo sottovoce e che insegna a ascoltare i suoni ne è un esempio evidente. C’è persino la musica vista come sfida sborona tra un uomo e il suo rivale: T. D. Lemon Novecento combatteva contro Jelly Roll Morton, Beethoven combatte contro l’umanità. La sceneggiatura, per seguire le caratteristiche poetiche di ogni personaggio e situazione, finisce per perdere il filo del discorso, risultando polverosa proprio là dove si cerca la leggerezza: per seguire le belle scene e le frasi ad effetto si lascia sfilacciare una storia che, nel suo spirito “iconoclasta”, si rivelava coinvolgente. I baci che fanno zittire il cinguettio degli uccelli, le frasi come “senza silenzio non può mai succedere niente” oppure “il mondo si ferma sempre quando muore un uomo” e “è sempre il vuoto a generare i passi impossibili”, riempiono occhi e bocca, ma scompaiono con l’impalpabilità dei contenuti.
Peccato. Peccato perché la regia ha buone intuizioni: l’idea di “giocare con il cinema” parlando in camera verso gli spettatori è riuscita, le citazioni (o ispirazioni) da Jarman (“Wittgestein” soprattutto), Shyamalan (l’atmosfera di “The village”), Peter Greenaway, Ken Russell e molti altri sono ben integrate nel tessuto narrativo. Le immagini nel ghiaccio sembrano ispirarsi a Caspar David Friedrich e la potente musica fa da ottimo contrappunto alle immagini. Anche l’approccio al genere musicale-biografico è inedito e ben scelto, basti pensare che Beethoven appare solo per 4 secondi e di spalle. E anche se i finali delle tre storie annodate le une sulle altre non hanno tutte una conclusione degna, il messaggio storico musicale è ben congeniato e evita molto bene gli stereotipi. Il difetto del Baricco regista è forse lo stesso del Baricco scrittore: la ricerca di un poeticismo così impalpabile e superficiale da scomparire subito, il tendere a una leggerezza che scompare nel linguaggio usato. Per usare una sua immagine, Baricco è come quel pittore che, solo sulla spiaggia, dipinge la tela con l’acqua del mare. Bella immagine, ma non resta niente.
Francesco Clerici
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10-11-2008
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