Re Lear al Globe Theatre
Ugo Pagliai incarna uno dei personaggi più profondi dell'opera Shakespeariana nel verde di Villa Borghese; Quando il potere logora chi ce l'ha!
Villa Borghese - Sull’onda emotiva del ricordo di Sogno di una notte di mezza Estate, ci apprestiamo a ripercorrere il percorso simbolico dell’esistenza umana, osservato attraverso la lente della poetica Shakespeariana. E’ il Re Lear, il potere che sacrifica sè stesso sull’altare dell’amore filiale, che rende dimentico l’uomo della sua condizione, e lo rende miope, al punto di non sapere più discernere il vero dal falso, il male dal bene, la verità dalla menzogna; Il potere tracotante, che invecchia prima di diventare saggio. Una morte, quella di Lear, che in realtà è tre morti: quella del cuore, data dal tradimento delle figlie, Goneril e Regan, che lo privano della dignità regale e lo spogliano della sua autorità. Quella dell’intelletto, dove Lear – dopo aver perduto il suo avere, perde anche il suo essere; infine la morte finale, sul cadavere della figlia ritrovata Cordelia, assassinata dall’ombra di quel potere che ha divorato il padre, prima di lei. Un percorso di spoliazione progressiva, atroce nella sua ineluttabilità, di cui Ugo Pagliai ha portato i segni sulla carne. L’attore è stato protagonista assoluto, nel rappresentare il viatico della storia del rapporto tra potere e uomo. Definitivo il suo lamentarsi – in apertura di II tempo – in preda agli elementi della natura, ormai fiaccato nello spirito prima ancora che nel corpo; lacerante il pianto sul corpo di Cordelia, durante la comprensione della fine della speranza. E lì, Pagliai-Lear muore, regalando a quest’atto un profondo senso di pace, l’unico della tragedia, non a caso l’ultimo.
Sullo sfondo, eventi piccoli (le vicende di Casa Gloucester) e grandi (la guerra dei Francesi di Cordelia per rimettere Lear sul trono di Britannia) si intrecciano meticolosamente, ordendo una trama ricca di spunti e di colpi di scena, sempre carichi di simbolismi. Ne sia un esempio per tutti (sono troppi!) la figura di Edgar (Gianluigi Fogacci), il figlio legittimo del conte di Gloucester: messo in trappola dai disegni del fratellastro Edmund (che sarà artefice effettivo della disgregazione del potere che una volta era stato di Lear), si trova braccato dagli uomini del padre, il quale ne vuole la morte poiché convinto del suo tradimento da una lettera falsa scritta dal figlio bastardo. Per sfuggire alla cattura, decide di scappare da sè stesso, di rinunciare a sè, diventando Tom o’ Bedlam, un povero pazzo reietto che vive di elemosina, vagando senza possedere nulla. Si ritroverà a badare al padre accecato, e proprio grazie al suo percorso di redenzione, di recupero della dimensione più umana, ad essere il predestinato a ricostruire tutto ciò che il fratello ha contribuito a distruggere.
Per quanto riguarda la messa in scena del Globe, è stata di livello senz’altro molto alto: a parte il già Citato Pagliai, che ha giganteggiato interpretando un personaggio che oscilla tra autorevole tracotanza e follia più lunare, ogni ingranaggio della macchina narrativa ha funzionato a perfezione: il laido intreccio fra i traditori (Edmund, Goneril e Regan, rispettivamente Giacinto Palmarini, Melania Giglio e Loredana Piedimonte), è stato reso benissimo da tutti e tre gli interpreti: Regan sadica, Goneril lussuriosa ed Edmund “re della foresta” esprimono un profondo senso di malvagità; il fido Kent (Alfonso Veneroso) che fedele al re anch’egli fino a rinunciare a sè stesso, decide di morirgli accanto, vegliandolo fino a condividerne la tragica sorte; e – last but not least - The Fool, il buffone: (Francesco Colella) l’occhio spietato dell’ironia, fedele al potere, ma riguardoso verso la persona che lo porta; dalla parte di Lear e di Cordelia, non smetterà mai di essere la voce della coscienza del Re, che infatti si prodigherà per aiutarlo fino alla sua uscita di scena. Godibilissima la regia di Daniele Salvo, che sa trovare equilibrio tra meccanismi tradizionali e nuove tecnologie, e gestisce alla grande una macchina imponente, rendendola agile. La traduzione e adattamento di Emilio Tadini sono ottimi, ma di livello lievemente inferiore a quelle della Traversetti, che ha curato il Sogno; bellissime alcune battute (“Se la vita è una frase, sto per mettere il punto”), ma l’allusione ai “Politici” grida ancora vendetta. Non per il concetto, ma per la scelta della parola: “basta con questi politici” lo posso sentire al bar o davanti a una partita, non di fronte al King Lear.