Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

(Il grande romanzo americano 1972/2007)
a cura di Leonardo Colombati
Sironi Editore, 2007
663 pp. 24 euro
Di libri su Bruce Springsteen ne sono usciti tanti. Dalle raccolte di testi fino agli spendidi di lavori di Ermanno Labianca e Antonella D’Amore, intrisi di passione e di capacità di analisi sul fenomeno del ragazzo del Jersey diventato il più grande rocker del pianeta.
Per questo mi sono accostato con un po’ di diffidenza al lavoro di Leonardo Colombati, ‘Come un killer sotto il sole’, temendo di non trovare nulla di nuovo rispetto al tanto che già ho letto.
‘Come un killer sotto il sole’ colleziona i testi di Bruce Springsteen dividendoli per tema, non cronologicamente, e leggendo il lungo saggio introduttivo di Colombati (113 pagine densissime e intelligenti) ci si rende conto che questa scelta non è soltanto un vezzo, ma una necessità.
Perché dividere per temi (spesso un capitolo prende a prestito il titolo di una canzone, e poi a questa ne associa altre sei o sette per assonanza narrativa) l’enorme corpus testuale springsteeniano?
Perché qui si parla di letteratura e non di musica. Il sottotitolo del libro è infatti ‘Il grande romanzo americano 1972-2007’ , e Colombati esordisce con una introduzione che cerca di rispondere all’eterno tormentone: ‘Possono i cantanti essere definiti poeti?’.
La risposta è ovviamente si, e gli esempi che fa l’autore per sostenere la sua tesi sono piuttosto convincenti. Risolta la questione di porre sullo stesso piano Bob Dylan e Robert Frost, si passa ad analizzare la carriera di Bruce Springsteen non tanto dal punto di vista, già ampiamente celebrato, della ‘macchina da rock ‘n’roll’, ma da quello letterario.
Gli esordi ad Asbury Park New Jersey, la voglia di riscatto e poi il disincanto, la canzone come strumento di autoanalisi prima e di analisi del reale poi, la precisione dello sguardo e la coerenza interna della scrittura. Molti aspetti vengono trattati e convergono verso un punto: per anni il grande talento letterario di Bruce Springsteen è stato sottovalutato.
Ma andiamo con ordine.
Colombati analizza le fasi della poetica del cantautore di Freehold. L’impatto autobiografico dei primi anni 70, che sfocia nel ‘ritratto dell’artista da cucciolo’ di 'Born to Run', lascia spazio, a partire da 'Darkness in the edge of town', a una scissione tra Springsteen e i suoi personaggi. Perché Springsteen, come tutti i grandi poeti, non mente. E quando lui diventa un cantante affermato e ricco le sue storie di sconfitti continua a raccontarle, ma inserendo nel testo nome e cognome del protagonista. Così l’autobiografia si fa storia collettiva (tante piccoli quadri che compongono una collettività), e il disincanto prende piano piano il posto delle illusioni del ragazzo di 'Thunder Road'. Già, perché lo Springsteen di ‘Darkeness…’ comincia a raccontare la truffa che sta dietro il sogno americano, e lo fa senza parlare di politica, ma collezionando storie di singoli.
La tendenza si rafforzerà in ‘Nebraska’ e in ‘Born in the USA’, disco che Colombati definisce ‘uno dei più grandi misunderstanding della storia’. Perché ‘Born in the USA’ è uno dei dischi più duri contro l’America del Vietnam e del reganismo, ma, complice la bandiera a stelle e strisce in copertina, in molti a fatto comodo far finta di non vederlo.
Seguirà lo Springsteen intimo e amaro di ‘Tunnel of love’, ‘Lucky Town’ e ‘Human Touch’, una trilogia dell’amore perso e ritrovato, e poi il maturo cantore politico dell’America contemporanea che ci ha consegnato quella gemma di intelligenza che è l’ultimo ‘Magic’.
Secondo Colombati, all’interno di questo percorso sono due i sintomi della grandezza dello Springsteen scrittore.
Il primo è la coerenza, unita alla sincerità. Springsteen ha raccontato la giovinezza da giovane, ma poi non è caduto nella goffa ripetizione di uno schema (vedi Rolling Stones, per fare un esempio). Ha saputo cantare l’amore maturo, la paternità, i dubbi e le sconfitte della crescita. E se sintomo di ricchezza poetica è la necessità e la forza nell’analizzare le proprie emozioni, a questo il boss non è mai venuto meno.
Il secondo fattore è l’intuizione che Springsteen è un grande autore di ‘short stories’. Colombati argomenta questa tesi portandoci nel mondo dei più evidenti punti di riferimento springsteeniani: Steinbeck, Faulkner, Flannery O’Connor, Raymond Carver, e ci dimostra come il loro lavoro entri nelle canzoni di Springsteen condensato, come una folgorazione, in una storia che dura quattro minuti.
Proprio questo immenso talento nel racchiudere un universo nel giro di una canzone è sempre stato il grande talento del rocker di Freehold. Questo, e quello sguardo compassionevole e lucido, mai scontato, mai carico di pregiudizi, che è, poi, in fondo, il vero attributo dei grandi artisti.
Leonardo Colombati ci porta dentro questo sguardo con una passione sincera, dove il fan si mischia allo studioso (ma lo fa nel modo giusto, candidamente, senza che questo sia mai fonte di fastidio), e la sua cavalcata nell’opera di Springsteen diventa anche una scusa per ripercorre tanta letteratura americana del novecento.
Oltre al saggio e ai testi in nuova traduzione, il libro è arricchito da una bella e completa appendice, da un’introduzione di Ennio Morricone, e da una lunga sezione di parole autobiografiche di Bruce Springsteen.
Per chi non lo sapesse il titolo, ‘Come un killer sotto il sole’, è la traduzione italiana di un verso (‘like a killer in the sun’) di ‘Thunder Road’.
Leonardo Colombati è anche curatore del sito su Bruce Springsteen:
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