Intervista a Nadia Shira Cohen

Intervista a Nadia Shira Cohen
Intervista alla fotografa
Nadia Shira Cohen
in occasione dell'inaugurazione della
Mostra fotografica
OnionTown
Giovedì 8 Gennaio alla B> Gallery
(Piazza Santa Cecilia 16, Trastevere)

 

Domani, Giovedì 8 Gennaio, inaugura alla B>Gallery (Piazza Santa Cecilia 16, Trastevere) la mostra personale di Nadia Cohen, una giovane fotografa americana dal linguaggio estetico assai personale e con una forte urgenza espressiva di impegno sociale che vuole rappresentare mondi e luoghi lontani dalle nostra visione e fraintesi dai network di informazione.
La mostra-reportage, che rimarrà aperta al pubblico fino al 23 Gennaio, porta il nome di una città non luogo che si trova vicino alla grande mela: OnionTown, un posto immerso nei boschi in Dover Plans, sulla strada 22.
Oniontown è un luogo abitato da una grande famiglia allargata che vive all'interno di un gruppo di roulotte.
Le famiglie si mantengono grazie ad assegni di sostentamento e pensioni di invalidità, alla coltivazione della loro terra, cacciando cervi nei boschi dell'entroterra e allevando animali da vendere.
Molti bambini vivono in case diroccate, alcuni con un genitore in prigione, mentre altri vengono allontanati dai genitori. Questi bambini prendono amore dove possono trovarlo, spesso dai nonni e dai bisnonni.

Una cittadina cipolla, una realtà a strati, che nasconde il suo cuore dietro una moltitudine di piani di lettura che solo la volontà di ricerca, e la tenacia, permettono di approfondire.
Oniontown non è un buon posto dove andare. La polizia locale mette in guardia gli ignari e raccomanda di starne alla larga, Youtube diffonde video in stile "Blair witch project", la gente non è cordiale, e stranieri, curiosi, turisti e passanti non sono i benvenuti.
Si tratta di un trailer park, quello che nella sua accezione positiva sarebbe un parcheggio allestito per i caravan, ma nella versione denigratoria corrisponde ad un campo di case mobili o prefabbricati, inizialmente pensato per far fronte ad un'emergenza, ma che troppe volte diventa una soluzione permanente per sfuggire alla condizione infima di senza tetto (dal testo critico di Chiara Oggioni).


Un gruppo sociale dolente rinchiuso nei suoi caravan, in un luna park ormai abbandonato che ha perso la magia frivola dei giochi e il brusìo costante delle risate.
Nadia Cohen è entrata silenziosamente in questa realtà, con lo sguardo capace di carpire le atmosfere intime di una piccola società agli estremi del mondo anche se compresa nel primo degli Stati più avanzati che detta le leggi degli equilibri mondiali.
Ha rappresentato con dolcezza le abitudini dei suoi abitanti, i sentimenti, i riti sociali.
Come fosse uno specchio che riflette senza trasfigurazioni e giudizi, il suo obbiettivo riflette con una luce languida e le foto hanno in qualche modo il potere commovente di essere come delle foto ricordo senza tempo definito.
Un reportage che ha anche il valore di esprimere il concetto che poi in fondo gli abitanti emarginati di questi luoghi sono simili a quelli di New York o di Roma, lo sono nelle loro abitudini comuni , perché i gesti dell' umanità nella vita quotidiana sono gli stessi in ogni parte del mondo.
Crakweb ha intervistato in esclusiva Nadia Cohen, per farsi raccontare più nel dettaglio le impressioni di questa sua esperienza, non solo artistica, ma sopratutto di fusione umana.

 

Immagino che vivere a stretto contatto con gli abitanti di OnionTown ti abbia in qualche modo influenzato umanamente.
Quale incontro ti ha maggiormente colpito in questa esperienza?Quali sono le abitudini di vita, i gesti quotidiani degli abitanti di questo non luogo?

Avvicinandomi ad Oniontown il mio primo sentimento fu di timore e cercai di dimenticarmi tutto quello che di negativo le persone della zona mi avevano raccontato su questo posto. Andare ad Oniontown e decidere di documentare la vita di queste persone significava anche affrontare i miei stessi pregiudizi e mi sono sforzata di essere mentalmente più aperta e sono stata ripagata con l'amicizia e la fiducia dei residenti di Oniontown.
E' molto interessante documentare un' ambiente completamente diverso dal tuo in quanto inizi ad osservare le similitudini e le differenze fra te stesso e le persone che fotografi e questo non ha fatto altro che avvicinarmi a queste persone.
Anche se vivevano in maniera completamente diversa dalla mia, potevo vedere l'amore fra un nonno e sua nipote, le difficoltà di una madre con il marito in galera, la nascita di un nuovo figlio,la malattia e la morte di un famigliare, e ho iniziato a sentire che la vita di questo posto a me estraneo mi stava cambiando per sempre.
Il mio desiderio era quello di testimoniare la vita quotidiana e i rituali presenti in questo posto, i bambini che giocano, compleanni, i tagli di capelli, e talvolta anche il semplice atto di guardare la televisione.



Nella realizzazione di OnionTown ha influito di più l'urgenza comunicativa di impegno civile o la ricerca estetica-artistica?

Ogni qualvolta incomincio un progetto personale cerco di avere la compassione necessaria nell'affrontare e trasmettere una condizione sociale e questo è successo anche con Oniontown. Devo provare dei sentimenti per le persone che fotografo e per la loro condizione e questo devono sentirlo anche le persone stesse che fotografo come mi successe ad Oniontown in cui i residenti si resero conto della genuinità delle mie intenzioni e questo permise alla maggior parte di loro di aprirsi nei miei confronti.
Ogni qualvolta incomincio a provare dei sentimenti e delle emozioni per i miei soggetti, le fotografie vengono naturalmente anche se cerco comunque di prestare la massima attenzione alla ricerca estetica.
Il mio scopo ad Oniontown era quello di creare immagini che avessero si compassione nel ritrarre il soggetto ma anche dignità e che ritraessero la dura realtà di un padre in prigione, la noia e la solitudine ma anche l'amore fra bambini e fra questi e i loro nonni.
Volevo ritrarre la spazzatura ma volevo farlo in modo estetico e simbolico perchè per me le persone di Oniontown non si rendevano non si considerano povere e non volevo ritrarle solo come della povera gente.
La vita che loro conducono è l'unico modo di vivere che conoscono e sono ricche sotto altri punti di vista anche se per loro il più delle volte la vita è molto dura.



Quali differenze riscontri tra Italia e America per quel che riguarda la fotografia?
Pensi che il nostro paese dia il giusto rilievo a tale forma artistica e ai giovani talenti?

Direi che L' Italia è più ricettiva verso i fotografi giovani e sconosciuti, la maggior parte delle pubblicazioni Italiane da un' importanza e uno spazio maggiore alla fotografia di quanto succeda negli Stati Uniti dove la parte editoriale ha molto più potere di quella fotografica. Trovo i photoeditor in Italia più ricettivi. Però allo stesso tempo trovo che la maggior parte dei fondi a Roma vengano indirizzati più nel promuovere grandi mostre per attrarre turisti piuttosto che verso la fotografia. Negli Stati Uniti è più semplice costruirsi una carriera come fotografo forse anche grazie alla diversa e più dinamica struttura del mondo del lavoro e alla quantità maggiore di fondi, pubblicità, pubblicazioni.

 

I tuoi prossimi progetti per il futuro?

In questo momento non posso esattamente rivelare a cosa sto lavorando ma posso solo dire che è un progetto che mi viene dal cuore e che è molto vicino ad un'esperienza personale che mi è accaduta.

 

La mostra è curata da Giammaria e Valeriano De Gasperis
della rivista fotografica
REARVIEWMIRROR Magazine
www.rearviewmirror.it

 

Giulia Ananìa



07-01-2009

"Paz e Pert": le tavole in esposizione

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Palazzo Incontro
Via dei Prefetti, 22
dalle 10 alle 19
costo: 6€
Lunedi chiuso

12 Marzo, Liquid Light -Petulia Mattioli

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Galleria Giulia, Via della Barchetta 13.
Vernissage con spoken word di Raiz.

Unione tra Arte e Progresso

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Fino al 4 Marzo
Simone Vinciarelli e Patrizio Piastra
Faenas Cafè

Creativeroom - Gianluca Cavallo

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Fino al 7 Marzo
Via Tommaso Campanella, 36
Tel 06 39728186
Fax 06 39728187

Dorothy Circus Gallery

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Via Nuoro, 17
Tel 06 7021179 • 06 70161256
Fax 06 70391661

Claes Oldenburg

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Stoccolma 1929