Crak Interviste: Idan Raichel

A colloquio con il musicista e compositore israeliano, che ci racconta della multiculturalità del suo "Project".

Crak Interviste: Idan Raichel

Abbiamo incontrato il musicista e compositore Idan Raichel, di passaggio a Roma prima di iniziare il tour europeo che promuove l'ultimo album del suo affollato Project, Within My Walls.

 

Puoi dirci qualcosa sulle prime esperienze e sugli incontri (musicali e no) che hanno contribuito a formare la tua sensibilità di musicista?

 

Bè, da bambino ho iniziato suonando la fisarmonica, che è lo strumento meno alla moda, meno "fico" di tutti, ma allo stesso tempo è molto usato nelle musiche popolari di tutto il mondo, e mi ha aiutato a crescere tenendo gli occhi e le orecchie aperti. Dall'Argentina, con il tango, alla Francia, alle tarantelle dell'Italia meridionale ritrovi immancabilmente fisarmoniche, organetti, strumenti a mantice di varia natura. Così la fisarmonica è stata molto importante per me. In secondo luogo, Israele stesso è un Paese multiculturale, ci sono persone che sono arrivate dalle nazioni più diverse. Geograficamente, la supermoderna Tel Aviv, con la sua vita notturna e tutto il resto, è vicinissima al mondo antico di Gerusalemme. Con un'ora di automobile attraversi 3000 anni. La musica che faccio oggi mescola antico e moderno, l'elettronica e il folk, la musica tradizionale delle tribù dell'Africa Orientale e la musica classica dell'Europa dell'Est.

 

Per chi non conosce la realtà odierna di Israele questa influenza della musica etiope nell'amalgama sonoro del tuo Project può essere sorprendente. C'è dunque una comunità etiope di Israele.

 

Fino a non molto tempo fa non c'era nessuna rappresentanza africana in Israele a dire il vero. Alcuni studiosi ritengono che gli ebrei etiopici siano una delle "tribù perdute" di Israele,  i discendenti dell'unione di Re Salomone e della Regina di Saba, o di coloro che fuggirono sparpagliandosi fino a tutto il Corno d'Africa al tempo della distruzione di Gerusalemme. Sono, di fatto, africani di religione ebraica, che hanno preservato  per millenni l'ebraismo com'era ai tempi di Salomone. C'è stata, negli anni '80 (in tre ondate fino al '91, ndr) una massiccia operazione  per riportare l'85 % della comunità ebraica etiope e sudanese in Israele, attraverso un ponte aereo. Così è arrivata una comunità est-africana in Israele praticamente dal giorno alla notte. Hanno portato tutta la loro cultura, incluso l'amharic pop, e una lingua particolare, la lingua delle preghiere. Ho svolto il mio servizio militare come musicista, è lì che ho iniziato a parlare con i soldati etiopi  e a conoscere il loro mondo, In seguito ho lavorato come assistente sociale, e avevo a che fare con ragazzi venuti dall'Africa Orientale e con altri dell'Europa dell'Est. Alcuni degli etiopi non conoscevano l'elettricità, quindi per loro arrivare in Israele significava scoprire il mondo moderno. Per altri ragazzi venuti dall'Europa, invece, era un passo indietro in un paese "del terzo mondo". E' stato interessante anche per capire come si genera il razzismo, quando una comunità ignora fino a un'istante prima l'esistenza dell'altra.  Sentivo, ed è quello che mi avrebbe poi dato l'idea per il Project, che alcuni di questi ragazzi avrebbero buttato via la loro tradizione, in un certo senso avevano una gran fretta di diventare Israeliani, ma prima di diventare israeliano devi ricordare ciò che sei, preservare le tue tradizioni. La sfida per me era mantenerli orgogliosi delle loro radici.

 

Come hai trasferito questo atteggiamento dal sociale alla tua produzione musicale? Come hai organizzato i vari contributi dei partecipanti al Project?

 

In ogni singola traccia del disco hai musicisti e cantanti differenti. La cosa più importante per me era che, indipendentemente dall'età - il più giovane ha 16 anni, il più anziano 88 - tutti portassero al microfono il loro linguaggio, la loro cultura, la loro verità. Si tratti di una verità politica, che sia l'elettronica o la cultura tribale, noi cercheremo il modo di mescolarle tutte, finché non troviamo quello che funziona meglio. Nelle radio mainstream di Israele normalmente si ascolta musica mainstream, prevalentemente dal mondo occidentale, ma questa è stata la prima volta che le radio hanno programmato un singolo che non fosse cantato nella lingua ufficiale di Israele, e potevi sentire, per dire, un cantante marocchino trasmesso subito dopo Madonna. Immagina se in una radio mainstream romana di colpo sentissi una hit prodotta a Roma ma cantata in cinese. Suona inverosimile. giusto? Eppure a Roma ci sono così tanti cinesi, ed è gente di cui non si sa nulla. 

 

Con quale line-up affronti questo tour europeo?

 

Cambia continuamente! Abbiamo già suonato a Roma pochi mesi fa, ma quando torneremo a giugno (il 28 all'Auditorium per Luglio Suona Bene, ndr) sarà una line-up totalmente diversa. Quella di questo tour è una delle migliori con cui abbia mai suonato. Ci sono Marc Kakon (chitarra) dal Marocco, Ravid Kalahani, Cabra Casay e Maya Avraham (voci), Rony Iwryn (percussioni), il mio co-produttore Gilad Shmueli (batteria), Ziv Rahav (basso), Shalom Mor (tar, oud, chitarre, Eyal Sela (flauti, sax). A Berlino e Parigi saremo raggiunti sul palco dal cantante senegalese Pape Armand Boye. Ma ho fatto concerti, sempre come Project, con me come unico musicista, al pianoforte, e un solo cantante. L'idea del progetto è che ci sono un certo numero di pezzi e strutture, all'interno dei quali c'è spazio perché ogni ospite si esprima a suo modo. In Italia spero di collaborare con il Solis String Quartet, ad esempio, adoro il loro approccio.  Tutto è molto aperto, molto dinamico. In Italia ci sentiamo come a casa. Non ho idea del perché, forse perché condividiamo lo stesso mare, ma l'accoglienza ai nostri concerti generalmente è caldissima.


Adriano Lanzi


07-05-2009

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