Guida per riconoscere i tuoi santi (Dito Montiel)

Ad Aprile uscirà il nuovo film di Dito Montiel, “Fighting”, occasione per ricordare la sua opera prima.

Guida per riconoscere i tuoi santi (Dito Montiel)

Guida per riconoscere i tuoi santi

Usa 2006

Un film di Dito Montiel

Con: Robert Downey Jr., Chazz Palmintieri, Diane Lane, Rosario Dawson

Sceneggiatura: Dito Montiel

Fotografia: Eric Gautier

Montaggio: Jack Pushinky & Cristopher Tellefsen

 

Ad Aprile uscirà il nuovo film di Dito Montiel, “Fighting”, occasione per ricordare la sua opera prima, uscita da noi circa un paio di anno fa e passata molto sotto tono, anche sulle riviste specializzate.

L’opera prima del regista, musicista e narratore punk, “A guide to recognizing your saints (Guida per riconoscere i tuoi santi, 2006)”, è stata tratta dall’omonimo libro incentrato sulla sua adolescenza nei sobborghi di New York: un esordio folgorante che ricorda lo strabiliante esordio di John Cassavetes con “Shadows (Ombre 1959-1960)”; il paragone non sembri irriverente, perché se è vero che troppo spesso in maniera inappropriata viene citato il magistrale cineasta newyorchese di origine greche, padre putativo di tutto il cinema indipendente, qui l’accostamento non è tanto sul piano tematico o produttivo (un film comunque indipendente prodotto da Trudy Styler – la moglie di Sting – con solo un milione e mezzo di dollari e con un cast di star di primo livello pagate sindacalmente), quanto prettamente linguistico.
Un discorso che in realtà non è assolutamente applicabile al primo Martin Scorsese o al primo Jim Jarmush, come invece è stato ripetutamente fatto.

La storia dell’adolescenza di un ragazzo e dei suoi amici cresciuti in un quartiere difficile e duro come quello dei Queens, soffocato da un padre che lo ama in maniera totale, viene espressa attraverso un linguaggio cinematografico capace di trasmettere allo spettatore quella sensazione di freschezza tipica dell’improvvisazione jazzistica: una sensazione tipica dell’epoca del primo jazz, quello che va da Duke Ellington e Count Basie a Thelonious Monk passando per Charlie Parker e tanti altri, dove l’improvvisazione non significava fare senza nessun appoggio quel che a uno passava per la testa, ma bensì aver assimilato così tanto la parte tecnica da poter ogni volta esprimerla in maniera diversa attraverso una spontaneità basata su una forte rete di sicurezza: quando s’improvvisava su una partitura composta da punti fermi e prestabiliti sui quali formare una struttura base, altrimenti invece che di improvvisazione si parlerebbe di caos, poiché equivarrebbe a costruire un edificio senza fondamenta.

Al pari di Shadows (e dei successivi film di Cassavetes) si comprende come in quest’opera prima Dito Montiel abbia effettuato un lavoro pre-registico assolutamente ferreo con gli attori, cosi da poter ri-creare il senso d’improvvisazione spontanea anche da parte degli attori nella fase delle riprese. Allo stesso modo la scelta degli angoli e della durata delle inquadrature, il ritmo del montaggio, la plasticità delle immagini sembrano sorgere da effetti di spontaneità, mentre poi sappiamo bene come per creare un tale senso di spontaneità sullo schermo si necessita di un allenamento meticoloso e profondo da parte di tutti i componenti della troupe (dal direttore della fotografia agli attori). Ecco, da questa preparazione pre-registica scaturisce un film potente che ha ben poco di cinematografico dal punto di vista classicamente inteso e ha invece molto di vitale, nel senso che sembra sceneggiarsi mano a mano che la vicenda si evolve sullo schermo, attraverso la casualità tipica della vita di ogni essere umano. E’ l’ebbrezza della vita che entra nel film, come accadeva esattamente nelle opere cinematografiche di Cassavetes. Assodata la strepitosa interpretazione da parte di tutti gli interpreti (da Chazz Palmintieri a  Robert Downey Jr. passando per il nuovo talento di Hollywood Shia LaBeouf fino a Dianne West e Rosario Dawson), non si può attribuire solo al loro magnifico contributo la freschezza vitale di cui il film è impregnato, di conseguenza grande merito a questo giovane esordiente che ha saputo trasportare la vita reale attraverso la pellicola, una cosa sempre più rara, se non unica, fin dai tempi per l’appunto delle regie di Cassavetes. Speriamo che Montiel sia riuscito anche nella sua seconda opera cinematografica a mantenere quella freschezza e quella struggente bravura nell’improvvisare (sempre attraverso un ferreo lavoro pre-registico) che ha ampiamente dimostrato al suo esordio cinematografico.


Alessandro Morera

 

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11-02-2009

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