Gomorra (Matteo Garrone)

Finalmente 'Gomorra'. Dopo mesi di attesa, arriva in sala (e a Cannes) il nuovo film di Matteo Garrone, tratto dal romanzo di Roberto Saviano.

Gomorra (Matteo Garrone)

Gomorra

Italia, 2008

Un film di Matteo Garrone.

Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo.

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso,

Roberto Saviano

Fotografia: Marco Onorato

Montaggio: Marco Spoletini


Gomorra è un film neorealista. E’ un film neorealista perché la fabula passa nettamente in secondo piano rispetto ad una miriade di intrecci che hanno come solo scopo di mostrarci il mondo di Scampia. Per 135’ veniamo sprofondati nella realtà narrata da Saviano senza un solo cedimento al compiacimento estetico (se non in quel prologo che è la scena d’apertura). E come nella migliore tradizione del neorealismo Matteo Garrone procede ad una minuziosa ricostruzione della realtà che diventa, attraverso il prisma dell’arte, più vera del vero. Nell’era di You Tube e dell’alfabetizzazione audiovisiva di massa l’unico modo di avere una sincera rappresentazione del reale, non mediata da un desiderio di apparire delle persone inquadrate dalla macchina da presa, sembra infatti essere quello di affidarla a consumati attori. In questo caso tutti i personaggi sono magistralmente interpretati da attori professionisti (in gran parte provenienti dall’ottimo vivaio dei Teatri Uniti), perfino i giovanissimi, reclutati nella compagnia teatrale di Scampia. E nonostante ciò (ma in realtà proprio in virtù di ciò), non c’è una sola battuta che appaia scritta, e ancor meno recitata. Tutto è semplicemente vissuto, ad eccezione di Servillo, tradito in questo frangente dalla sua eccessiva notorietà che ce lo segnala immediatamente come qualcosa di altro rispetto allo spaccato di realtà narrato. Il fatto che la prestazione, come sempre impeccabile, di Servillo stoni, non è altro che una riprova dello straordinario esercizio di neorealismo della messinscena di Garrone. Il suo sguardo, che bracca i personaggi con la macchina a mano da lui stesso manovrata, è oggettivo fin quasi al distacco. Narra vicende “di pancia” dove la testa quando non è totalmente assente è asservita a logiche prive di senso al di fuori del “più grande spaccio di droga a cielo aperto del mondo” che è il quartiere di Scampia. Una fotografia fredda e pulita ritrae il rabbioso calore della violenza che pulsa sotto il sudiciume rappreso negli ambienti, nei costumi, nei volti. Il film andrebbe rivisto più volte per assaporare quella miriade di particolari che non sono direttamente narrativi ma che ritraggono quello che più che un semplice mondo è un vero e proprio universo. Uomini come pianeti ordinati in galassie e dalle orbite sempre pericolosamente confinanti fino all’immancabile collisione. Come nell’universo, non esiste un fuori, l’altrove è solo sinonimo di nulla, e chi esce dall’universo entra, per i suoi abitanti, nel nulla – cosa che Saviano sa fin troppo bene. La colonna sonora riassume tutto ciò che si è detto finora. Non è tesa ad accompagnare la narrazione, ma si limita a farci partecipi della musica che permea la vita dei personaggi. Dalla musica house pompata dagli stereo degli scugnizzi/corrieri di droga durante i loro giri di consegne, al pop cinese che accoglie il sarto Pasquale in casa della famiglia Xian, fino agli onnipresenti gorgheggi dei cantanti new melodici, sconosciuti al grande pubblico ma vere e proprie istituzioni dell’universo di cui sopra. Musiche non di ma in scena, tese ad impreziosire una splendida colonna audio (opera del sound designer Leslie Shatz) che riesce ad accompagnare drammaticamente la narrazione arricchendone al tempo stesso il realismo.

Nel rapporto fra cinema e letteratura è buona regola interrogarsi circa l’opportunità dell’adattamento cinematografico della pagina scritta. Spesso si rischia di compiere un’ operazione un po’ pleonastica (vedi Caos Calmo) o anche di snaturare l’opera letteraria. Una buona trasposizione cinematografica richiede che l’oggetto film sia fondamentalmente diverso dalla pagina scritta in ciò che l’audiovisivo può aggiungere al puro logos conservandone però il significato. Nel caso di Gomorra l’operazione è in parte superbamente riuscita e in parte no. La resa plastica del mondo descritto dalla penna di Saviano è quasi paradigmatica di quello che si intende per quel “in più” che lo specifico filmico può dare ad un opera letteraria. Il significato però rischia pericolosamente di venire meno. Garrone mostra chiaramente di non voler fare un’indagine sociologica che vada a esplicitare i meccanismi della camorra, e quindi non aiuta la comprensione del fenomeno camorristico da parte dello spettatore. Gli interessi, i rapporti di potere, la spartizione del territorio, tutto è solo accennato evitando volutamente l’approfondimento. Si tratta di una scelta, scelta non di per sé condannabile. Maggiore perplessità suscita invece un’altra questione: non si soffre mai. La scelta di un’austera oggettività condanna lo spettatore ad una totale mancanza di empatia con i personaggi e ciò provoca lo strisciante sopraggiungere della noia una volta passati i 100’ di film. E, quel che è peggio, il venire meno di quel sano sentimento di sdegno che spinge ad uscire dal cinema gridando “bisogna fare qualcosa!”.

Era dunque opportuno fare questo film? Certamente si, sia economicamente (fare un film da un best seller è oggi giorno quasi obbligatorio), sia moralmente (tenere accesi i riflettori su Saviano è il modo migliore per contribuire a proteggerlo dalla camorra e consentirgli di continuare a svolgere la sua meritoria opera di ricerca della verità). E’ dunque opportuno vedere questo film? Certamente sì, vuoi per le ragioni morali di cui sopra, vuoi per l’interesse che dovrebbe suscitare un così esaustivo affresco etnologico di un universo a noi così vicino geograficamente eppure lontano anni luce. Manca qualcosa a questo film? Certamente sì, diversamente che nelle precedenti opere di Garrone a questo film manca qualcosa. Probabilmente l’anima.

L'ANALISI: DAL LIBRO AL FILM 


Lorenzo d'Amico De Carvalho


17-05-2008

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