Interviste Musica: Giovanni Tommaso

Crak! incontra un grande protagonista del jazz italiano, in occasione dei suoi 50 anni di carriera.

Interviste Musica: Giovanni Tommaso

50 anni di attività musicale non sono cosa da poco. Li festeggia il 30 settembre Giovanni Tommaso, contrabbassista, compositore e docente, alla Sala Petrassi del Parco della Musica, con un concerto che lo vedrà esibirsi con alcune delle formazioni in cui ha militato, o che ha fondato e guidato a suo nome, dagli esordi a oggi.

 

 

Alcune riunite per l’occasione: il Quartetto di Lucca, sua primissima esperienza col fratello Vito al piano, Antonello Vannucchi e Bruno Biriaco, o il Perigeo, gruppo cardine del jazzrock europeo degli anni '70, con tutti i membri originali (Franco D’Andrea, piano, Claudio Fasoli, sax, Tony Sidney, chitarra, e Biriaco, batteria) di nuovo insieme dopo 30 anni. Altre più recenti - un trio con Bollani e Roberto Gatto, un quintetto con Flavio Boltro (tromba), Pietro Tonolo (sax), Danilo Rea (piano), Gatto e Carla Marcotulli (voce) – o di stretta attualità, come Apogeo, con Daniele Scannapieco (sax), Bebo Ferra (chitarre), Claudio Filippini (piano), Anthony Pinciotti (batteria). Previsti gli interventi critici di Gino Castaldo, Franco Fayenz, Dario Salvatori, coordinati da Marco Molendini.

 

Raggiungiamo al telefono il musicista nella sua casa romana, in piena attività, e gli rivolgiamo un paio di domande.

Come si sente rispetto a questa specialissima festa?

 

Mi sento bene, cerco ancora di sfidare prima di tutto me stesso e poi l’ultima generazione di jazzisti. Mi fa sentire vivo musicalmente e creativamente. Se dobbiamo parlare di obietivi, uno è quello di rivolgermi ai giovanissimi, e dire che... non sono ancora rincoglionito.

Musicista onnivoro che negli anni si è concesso alla canzone come strumentista e produttore (dalla Oxa a Cocciante fino a Rino Gaetano) e alla musica per il cinema, Tommaso spiega:
Guardo, come modello, alla continua capacità di rinnovamento di Miles Davis. Ritengo che il maggior contributo musicale di Miles sia nella produzione degli anni ’50 e nella collaborazione con Gil Evans, eppure sono stato folgorato da Bitches Brew, disco che cambiò non solo il mio stile ma la tutta la mia esistenza. Facevo il turnista perché i concerti jazz non mi davano da vivere, ero diventato come un minatore nello studio di registrazione nel senso che entravo all'alba e uscivo a notte alta, e incidevo di tutto: canzoni con Battisti, i Rokes, Patty Pravo ["La Bambola",per dirne una, ndr] colonne sonore con Morricone. Presi la svolta elettrica di Davis a pretesto per portare in primo piano la mia parte creativa. Oggi percorro altre strade, mi piace la scommessa di un jazz acustico che sia attuale.

 

Paolo Conte si è espresso recentemente in modo molto critico sullo stato del jazz italiano, lo ha definito "gelato e con un vizio" , cioè come imborghesito e

lontano dallo spirito con cui era nato. Lei cosa ne pensa?

 

Rispetto Paolo Conte e lo stimo moltissimo, lui non solo è un grande autore di canzoni ma è proprio one of a kind, come si dice, ma mi permetto di dissentire totalmente da questa sua affermazione. Può darsi che non frequenti più il jazz assiduamente, oppure che abbia fatto ascolti deludenti. Sono aumentati gli eventi, i musicisti, il livello tecnico, in tutto il mondo, non solo in Italia. Non ci sono più schemi fissi da seguire o tabù stilistici, e i grandi capiscuola se ne sono andati quasi tutti, è vero, ma c’è un enorme fermento, e il jazz è sempre stato contaminazione, E' chi invoca la fissità e l'austerità del jazz a tradirne in un certo senso lo spirito. Il problema semmai, è che il sistema gira su se stesso. Perciò direi: discografici, promotori, giornalisti, muovete il sederino, uscite più spesso di casa e date valore e importanza ai giovani di talento quando ancora non sono nessuno. Invece anche nei grossi festival si investe sempre sugli stessi nomi a rotazione. Chi è il più in voga, X? Non è disponibile, chi viene subito dopo, Y? Chiamiamo lui... In questo senso l'affermazione di Conte è comprensibile. Da docente tuttavia, ad esempio agli esami di fine anno, mi accorgo di tante proposte originali, magari tecnicamente sgangherate ma con un’aria di novità, e per queste non si trova spazio. E magari gli dico: "Non sapete ancora sonà, studiate ancora un po' ma mi raccomando, non perdete di fantasia e di voglia di fare..."

 

Questa intervista è pubblicata - in forma diversa - anche sulle pagine romane de L'Unità


Adriano Lanzi


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