Fleet Foxes - Fleet Foxes

Tra sorridenti suggestioni hyppie-folk e psichedelia bucolica, un disco di cui sentivamo decisamente la mancanza

Fleet Foxes - Fleet Foxes

"Fleet Foxes"
(Sub Pop)
Voto: 7.5
2008

 

 

 

 

 

 

Di dischi del genere c’è un gran bisogno, sempre.
Lavori impregnati di luce e che rispediscono al mittente il dogma del dolore e dell’inquietudine quali fonti uniche d’ispirazione per opere degne di menzione (e che poi queste opere siano d’”arte” o meno sta sempre alla sacra opinione di chi ascolta).

 

E’ il caso del cd d’esordio degli americani Fleet Foxes, cinque ragazzi di Seattle – non l’avrei mai detto - che sembrano i gemelli buoni di Devendra Banhart, un vero e proprio inno alla Natura, ai suoni e ai colori di paesaggi vitali ed esultanti, lontani anni luce dal caos e dai tormenti metropolitani. L’ingrediente principale è senz’altro un certo neo-folk westcoastiano, medesima musa ispiratrice del già citato Devendra Banhart, dal quale però i Fleet Foxes prendono le distanze enfatizzando le sonorità con un onnipresente canto corale e con arrangiamenti piuttosto preziosi.
Siamo forse più vicini ai territori già (ri)esplorati negli ultimi anni da gruppi come Panda Bear e Animal Collective, ma con un maggior tasso di fruibilità.

 

Tutte le canzoni hanno indiscutibilmente una forte intonazione retrò, e costruiscono un ponte ideale tra un passato glorioso (quello appunto del folk psichedelico americano degli anni Sessanta) e le nuove suggestioni musicali degli anni Duemila.
Probabilmente se i Beach Boys o CSNY avessero inciso per la Motown le loro canzoni avrebbero suonato più o meno così.

 

Persino laddove la malinconia prende il sopravvento (come in “Tiger Mountain Peasant Song” o in “Meadowlark”, soffice bozzetto alla Paul Simon) la sensazione è sempre quella di una riflessione che rincuora, piuttosto che del peso di una nostalgia che addolori.
Canzoni come “White Winter Hymnal” o “Ragged Wood” potrebbero tirare su il morale ad un casellante depresso nella nebbia, mentre ballate bucoliche e armoniose come “He doesn’t know why” faranno strizzare copiosamente gli animi dei più romantici.
Degne di menzione anche l’iniziale “Sun it Rises”, graziosa ballata crepuscolare in crescendo ben giocata sull’intreccio di banjo, chitarra acustica ed elettrica, e “Your Protector”, brano dal forte sapore morriconiano con ritornello indimenticabile.

 

Se volete bene a qualcuno e vi preme farglielo capire, provate a regalargli questo album.

 

Myspace

 

Marco Florio



23-12-2008

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