Il musicista israeliano ci racconta la multiculturalità del suo "Project".

"Time and space in the long now" è l'esplicativo sottotitolo dell'ultima installazione di Brian Eno, che il 20 febbraio ha inaugurato Futuroma. il tempo e lo spazio nel lungo ora. Annullati, come presagiva Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto Futurista di cui ricorre il centenario. Movimento complesso e vitale il Futurismo, da collocare (e ricollocare) criticamente nelle Avanguardie Storiche del Novecento. Le protesi tecnologiche di cui oggi ci serviamo per ricevere, trasmettere e processare informazioni, in teoria tutte a nostra disposizione simultaneamente e continuamente, vanno ben oltre i sogni più selvaggi, la fascinazione per la macchina dei futuristi, spesso fieri fascistoni - da noi almeno, ed è giusto ricordarlo - riscattati dall'Arte.
Il testo riprodotto sui pannelli che accompagnano il pubblico fino all'ambiente che ospita l'installazione - ma è solo "la sala in fondo a sinistra", mi dice un custode - azzarda un parallelo tra Eno, per sua stessa definizione da sempre non-musicista, e Luigi Russolo ("artista visivo prestato ai suoni") con i suoi Intonarumori. A margine: la categoria del "non-musicista" aveva forse aveva un senso negli anni '70, quando Eno parve spettinare alcune convenzioni della musica di consumo con il suo approccio apparentemente naive e in realtà meditatissimo, ma oggi lo ha perso del tutto, proprio a causa del proliferare di tutti quegli artisti che fanno musica con mezzi e procedure che un tempo sarebbero stati considerati estranei alla prassi musicale tradizionale. Non è più, insomma, la preparazione musicale formale a legittimare l'artista. Almeno nel campo della musica d'uso, perchè in quello della cosiddetta musica seria è il sistema stesso a opporre ancora forti resistenze. Chi scrive si entusiasma sempre meno per buona parte del recente lavoro di Eno, che siano pigre produzioni (miliardarie) che non salvano i cd delle nuove icone pop-rock dalla loro sciatteria - valga per tutti la povertà di idee dell'ultimo dei Coldplay - oppure sporadici esercizi in proprio sulla forma-canzone, sempre più routinari, sempre più freddi (la freschezza di dischi come Taking Tiger Mountain o Another Green World, che Eno prende oggi a modello quando si tratta di copiare da se stesso e tentare, fallendo, di azzeccare canzoni nuove, è lontana anni luce).
A tratti riesce ancora a suscitarmi emozioni, invece, il Brian Eno multimediale, che accosta arti visive e digressioni sonore. Il padre della moderna ambient music ha infatti dichiarato che se anni fa tentava di fare una musica che si avvicinasse alla pittura, nella ricerca di uno stato di quiete, oggi è più concentrato su una comunicazione visiva che tenda alla musica. In Presentism suono e luce si trasformano secondo un algoritmo lentissimo, che davvero riesce, se non ad azzerare la percezione temporale, almeno ad alterarla pesantemente. Nei pannelli rettangolari e romboidali sulla parete di fondo (una sorta di austero mandala digitale) c'è un esasperante morphing di colori e linee, a volte complesso e sorprendente, altre volte così banale da sapere di... frattali del salvaschermo di un pc qualsiasi. Allo stesso modo, nella stratificazione sonora ci si può perdere nell'assoluta familiarità di loop, riverberazioni e piccoli suoni percussivi, finché un dettaglio che avresti detto insigificante non cattura la tua attenzione. E' il nesso con il Futurismo ad essere semmai pretestuoso. Anche coniare un nuovo "ismo" per Presentism, e tentarne una teorizzazione estetico-percettiva, non serve a dare all'installazione un valore aggiunto, men che mai un'altra identità. E' nient'altro che buona vecchia ambient music, la cosa che Eno sa far meglio.
Sul piano dell'estetica, poi, "presentismo" è definizione superflua. A mio parere giustifica filosoficamente, con una parola che ad Eno perdoniamo - non ha certo bisogno della nostra approvazione per intitolare le sue opere come meglio crede - il post-moderno, il che, sempre a mio modesto parere, implica accettare l'idea della continua citazione e autocitazione come ultimo "agire" possibile. E lo fa di programma, sin dal titolo. Niente di più, niente di meno, che soggiacere allo spirito del proprio tempo. E' ben fatto (figuriamoci), ma è un po' poco. Il costo del progetto, su commissione del Comune (postfascista) di Roma? 150 mila euro. Chi cerca altro è avvisato.
Brian Eno, Presentism
Fondazione Memmo in Palazzo Ruspoli, Via del Corso 418
dal martedì alla domenica ore 10-20 (lunedì chiuso)
Ingresso libero
Adriano Lanzi
24-02-2009
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