E. Pieranunzi/M. Johnson/J. Baron: "Dream Dance"

Ottima prova, registrata nel 2004 e pubblicata solo ora su CAM, per il trio "americano" di Enrico Pieranunzi.

E. Pieranunzi/M. Johnson/J. Baron: "Dream Dance"

Dream Dance (2009)

Cam jazz - distrib. I.R.D.

Voto: 8

 

Enrico Pieranunzi - piano

Marc Johnson - basso

Joey Baron - batteria

 

Certa critica un po' snob, con un vezzo tutto italiano, fino a pochi anni fa stentava a riconoscere la piena autonomia artistica, l'individualità del pianista romano Enrico Pieranunzi. Musicista jazz complesso, improvvisatore dalla solida formazione classica e compositore prolifico - a tutt'oggi, che io sappia, l'unico italiano ad avere suoi pezzi inseriti nel new realbook statunitense. L'appellativo che sbrigativamente gli si inchiodava, e in parte gli si inchioda tutt'ora sulla schiena  era evansiano. Limitante, pesante come un macigno. Naturalmente la portata delle innovazioni di Bill Evans, nell'ambito del pianoforte jazz contemporaneo in generale e del piano trio in particolare non è qui in discussione. Anzi si può dire che Evans abbia inventato il piano trio nell'accezione moderna, nei primi anni '60, emancipando basso e batteria dalla semplice funzione di sezione ritmica, in un gioco di ruolo che moltiplica le possibilità espressive, richiedendo allo stesso tempo a chi suona di moltiplicare capacità di ascolto, velocità di reazione, rispetto, telepatia e, in fondo, responsabiltà. Solo in questo senso, allora, il trio internazionale di Pieranunzi con gli americani Marc Johnson e Joey Baron, che va avanti, seppure in modo non continuativo da 25 anni e non fa che crescere di incontro in incontro, si può ascrivere oggi al solco, alla lezione di Bill Evans.

 

Le nove tracce contenute nell'ottimo  Dream Dance, che risalgono al 2004 ma trovano chissà perché solo ora la pubblicazione nel catalogo CAM Jazz, costituiscono quindi un'ennesima opportunità perché gli ultimi distratti (o gli esterofili livorosi, o i nati saputi, fa lo stesso) diano a Enrico quel che è di Enrico.  Il Pieranunzi compositore emerge qui con un ventaglio  piuttosto ampio di soluzioni, e non mi riferisco tanto ai temi (qualcuno è più felice e riuscito di altri, naturalmente) quanto proprio al lavoro per il trio e sul trio, con un autocontrollo che non castra gli slanci improvvisativi dei colleghi, e al tempo stesso un'apertura che sa dare una direzione e un carattere molto preciso ai pezzi. La musica, soprattutto, arriva e non è mai algida, non si perde mai di vista la voglia di comunicare. Non c'è migliore garanzia di riuscita di questa, in un contesto  dove in teoria tali livelli di equilibrio ed eleganza possono facilmente comportare freddezza.

 

Esemplari, in questo senso, il contenimento dell'iniziale End Of Diversions, il minaccioso e sghembo waltz di No-nonsense (con almeno un paio di eruzioni ritmiche di Baron da far rizzare i capelli in testa - ed è bello come un trio perfettamente acustico e non troppo loud riesca a tratti a flirtare anche col rumore); la ballad As Never Before, profondamente dolce ma senza sdilinquimenti (e che sollievo, per chi scrive, rispetto al diabete, da una parte o al misticismo arrogante dall'altra di certe pose ormai ricorrenti di un Keith Jarrett, esempio di musicista che soccombe all'aura del suo stesso personaggio); gli accenti latini di Castle of Solitude (il pezzo facile all'ascolto, ma non facilone); l'armonia aperta di Nippono ya-oke; l'acciaccatura dispettosa e la variazione metrica di Pseudoscope; il blues postmoderno di Five plus five. Gran bella prova.


Adriano Lanzi


10-02-2009

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