CRAK! è andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone. Andare o non andare?

Dexter Morgan è l'incubo del MOIGE. L'oscurantismo dei genitori che hanno bisogno di un movimento per farsi una ragione dell'incomunicabilità con i figli si frange sulle beate illusioni di controllo, spalancando abissi che solo grandi sceneggiatori possono raccontare. Senza peli sulla lingua, senza alcun codice etico, semmai con quello deontologico, attento alla bontà della realizzazione. In questi giorni Italia Uno sta mandando in onda le puntate della prima stagione, già trasmesse da Fox Crime la scorsa stagione televisiva. Presto da noi arriverà la II serie, già reperibile in rete - presso i soliti posti - con tanto di sottotitoli in italiano. Nel frattempo negli Stati Uniti è partita la terza. Dexter, di giorno fa l'ematologo (cioè, "legge" le macchie di sangue, individuando traiettorie e dinamiche di omicidi particolarmente efferati). Di notte, va a caccia di assassini di cui ha raccolto inequivocabili prove di colpevolezza, per assassinarli, farli a pezzi e farli scomparire nella baia di Miami. E' un rito, durante il quale raccoglie il sangue e il DNA delle vittime su un vetrino, che poi custodisce maniacalmente in un nascondiglio a casa propria.
Negli USA, Dexter piace. Che piaccia la patina di legalitarismo, oppure il taglio più profondo - psicanalitico - dei personaggi non ci è dato saperlo. Quello che è certo, è che Dexter non è un mostro. Si, è un serial Killer, ma risponde ad un suo codice etico (o meglio, il codice di Harry), che gli permette di sfogare le sue pulsioni, erogando un servizio per la società. E' quest'ambivalenza a rendere spinoso l'argomento Dexter. Pochi anni fa, non sarebbe potuto esistere. Poi la TV si è evoluta: il linguaggio dei serial, rispetto a quello acerbo degli anni settanta, si è fatto stringente, e ha assestato i suoi equilibri sui cardini forti del mezzo televisivo (le caratteristiche di serialità, i limiti di profondità rispetto alla pellicola), dando vita ad un nuovo modo di intendere la produzione televisiva.
Innanzitutto la continuity. Impossibile pensare ad un serial elaborato come le puntate autoconclusive degli anni settanta e ottanta. Impossibile pensare a Dexter che macella un serial killer a puntata, salvo poi ricominciare da capo, come se nulla fosse. A parte il Dr House, le serie TV ora hanno una durata stabilita nel tempo, e una linea narrativa che si sviluppa puntata per puntata. Abbiamo incontrato Dexter in un periodo della sua vita; ora lo accompagneremo, scrutandone l'animo e osservandolo cambiare al ritmo forsennato degli eventi che gli crolleranno addosso, minandone le certezze e costringendolo ad operare scelte di cui - forse - potrà pentirsi.
Jamer Manos Jr, l'ideatore della serie, ha elaborato una galleria di personaggi davvero circense: ognuno tratteggiato sapientemente, con caratteristiche, limiti, pregi e bisogni che si intersecano tra di loro creando una trama (in senso etimologico) ideale come sfondo per le vicende del Serial Killer di Miami. Rita, la fidanzata di Dexter danneggiata da un matrimonio con un uomo violento ma di cuore; le vicissitudini matrimoniali del detective Batista (che non è un incontrista brasiliano degli anni 80', bensì un ennesimo testimone televisivo dell'integrazione - anche linguistica - tra latinos e anglosassoni); i complessi di inferiorità di Debra, sorellastra di Dexter a poliziotto come il padre. Questi gli ingredienti principali di un prodotto confezionato benissimo, dalla stesura del soggetto all'ultimo passaggio della produzione, che rappresenta spietatamente l'anima nera di ciascuno di noi. L'anima di chi non uccide non per convinzione, ma per paura delle conseguenze.
Anadi Mishra
06-10-2008
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