Il musicista israeliano ci racconta la multiculturalità del suo "Project".

Cari amici (ma anche no),
Idan Raichel è un fior d’artista, che tutti noi abbiamo imparato ad apprezzare lungo questi lunghi e uggiosi mesi d’estate in cui ha campeggiato sulla Home Page del nostro amato CRAK!; ora però gli rubiamo un po’ di spazio, con un commiato a lungo rimandato, molto doloroso ma ormai fondamentale. CRAK! è stata la ricerca di una possibilità pacifica per un pluralismo – se non politico – almeno culturale. Con CRAK! si è creato un collettivo che ha cercato di porre un argine alla “dittatura delle chiappe” che sta succhiando l’anima di questo sfasciato paese. E’ stata un’esperienza in cui si è creduto prima con entusiasmo, poi con forza e infine con disperazione.
Ma le cose non sono migliorate, anzi. Ci si è resi conto che contro certi mostri, le armi della buona volontà, del collettivismo e delle buone intenzioni non funzionano più. Se negli anni settanta ci si scontrava contro un “nemico” istituzionale, a tratti rigido ma cristallino nella sua essenza, ora non è più così. Qui il nemico è giovanilistico, smaliziato, spietato. Soprattutto ha un’arma formidabile, con la quale ci ha cambiato dentro. L’arma catodica dell’egoismo come sistema, dell’illusione che la felicità possa essere un buon risultato della tua squadra del cuore la domenica (o il sabato, o il mercoledì, o il giovedì), o che la serenità si possa comprare a rate a tasso variabile. Non è così, ma chi detiene il monopolio dell’informazione di massa in questo povero Paese del cazzo ha imparato a renderlo dannatamente credibile.
E così, dalle parti di CRAK!, ci si rese conto che la fine della propulsione creativa coincideva con l’offensiva massiccia del sonno della ragione, che le armi fin troppo civili da dissenso studentesco non sono riuscite neanche a scalfire. Quello che fa riflettere, è che non si è trattato di uno schianto, ma di una morte lenta, grigia. “E’ la crisi”, ci si ripeteva, senza esserne troppo convinti. “E’ un momento” ci si ripeteva, mentre il tempo passava, e le forze venivano meno.
Tutto questo, cari amici (ma anche no), per aver cercato di rimanere a tutti i costi slegati da qualsiasi forma editoriale di schieramento politico (fatta eccezione per gli orientamenti personali di ciascun redattore – che vuoi o non vuoi emergono sempre).
Beh, caro Paese (e questo si!), ecco dove ci ha portato la voglia di distacco, il desiderio di elevarsi sopra le misere diatribe che non tutelano più nessuno che non occupi uno scranno. Ci piacerebbe che l’esempio di CRAK! riuscisse a far riflettere la proverbiale maggioranza silenziosa. Perché, a dirla con Elie Diesel, “Il contrario dell'amore non è l'odio ma il silenzio”. Non vi saluteremo con una promessa del tipo “Torneremo, incazzati e rinnovati, aspettateci!”: quello che faremo lo decideremo, e – cari amici (ma anche no) – sarete senz’altro i primi a saperlo.
Però, nel frattempo, non aspettateci. Muovetevi, piuttosto.
Anadi Mishra
18-09-2009
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