Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

Quando qualche divinità ha distribuito i talenti, noi tutti dovevamo essere distratti, in seconda fila, mentre questo signore di Montreal si accaparrava tutto o quasi quello che c’era da prendere. Straordinario poeta, scrittore, intellettuale, studioso, musicista, cantante dotato della voce più seduttiva che sia mai passata attraverso un microfono.
Oggi Cohen ha 74 anni, e torna sulla scena dopo essere stato ordinato monaco buddista a Mount Baldy, dove ha preso il nome di Jikan, il Silenzioso, ennesimo geniale paradosso della sua vita di cantante.
Della sua vita dice semplicemente che continua la ricerca ‘...per capire perchè in certi momenti mi sento così malinconico...’, e quella malinconia è stato il motore di tutti i capolavori della sua carriera, da ‘Suzanne’ fino a oggi.
Quando Cohen entra nella cavea dell’Auditorium puntualissimo alle 21, l’emozione è palpabile, perchè insieme a quell’omino magro con gilet e cappello, entra la sua leggenda.
E bastano le prime note di ‘Dance me to the end of love’ per capire che la leggenda è viva, sta benissimo, ha ancora voglia di cantare e di divertirsi.
Segue ‘The Future’, dall’omonimo album, su cui sarà costruita buona parte dell’ossatura del concerto. La band suona a meraviglia, gli arrangiamenti funzionano, con forse qualche eccesso di cori, che abilmente mascherano la voce ancora fredda di Cohen.
Poi ‘Ain’t no cure for love’ e ‘Bird on the wire’, e così via, avanti e indietro nella straordinaria carriera del canadese, tra le ‘vecchie’ ‘Hey that’s no way to say goodbye’ e ‘Who by fire’ e la nuova ‘In my secret life’, fino alla chiusura del primo tempo con la bellissima ‘Anthem’, con Cohen che recita il ritornello ('Ring the bells that still can ring...) prima della canzone.
Nell’intervallo ci si sente già soddisfatti, ma il meglio deve ancora venire.
Quando si ripresenta, Cohen cambia marcia. La voce si fa ancora più profonda e definita, e sembra cesellare il bellissimo testo di ‘Tower of song’, quasi un testamento ironico scritto in vita (...Well my friends are gone and my hair is grey/ I ache in the places where I used to play...).
Non si fa in tempo a disperdere l’emozione, e, solo al centro del palco, Leonard attacca ‘Suzanne’. Il pubblico segue in religioso silenzio, con il fiato sospeso, prima di applaudire per un tempo che pare infinito.
Si riprende fiato sulla nuova, non memorabile, ‘Boogie street’, ma subito dopo arriva ‘Hallelujah’. E a sentirla dal vivo si capisce perchè così tanti musicisti la considerano una delle più belle canzoni di ogni epoca (e molti l’hanno cantata, da John Cale a Jeff Buckley, passando per Bob Dylan).
L’interpretazione di Cohen è intensa fino allo struggimento, e allo stesso tempo di incredibile pulizia. Un capolavoro.
La fine del secondo tempo è affidata a ‘Democracy’ (ancora da ‘The Future’, alla fine saranno ben 4 le canzoni estratte dall’album del 1992), ‘I’m your Man’ (meravigliosa) e ‘Take this waltz’.
Cohen esce e ritorna sul palco quasi correndo, evidentemente soddisfatto e in ottima forma.
Per i bis ha tenuto da parte ‘So long Marianne’, ‘First we take Manhattan’, ‘Sisters of Mercy’, e ‘If It Be Your Will’ (lui recita la prima strofa, poi affida la canzone alle bravissime Webb Sisters).
Ma non è finita, giocando con i titoli delle canzoni e con il pubblico, Cohen chiude con ‘Closing Time’ seguita, dopo una finta fuga, da ‘Tried to Leave You’, con le ultime parole dette alle prime file: ‘...Goodnight, my darling, I hope you're satisfied, (...)...And here's a man still working for your smile...’
Ultimo applauso preso a centro palco con tutta la band, intonando in coro ‘Wither Thou Goest’, canzone popolare il cui testo è tratto da un passo della Bibbia.
Tre ore di concerto memorabile, di una intensità a tratti quasi insopportabile (chi più di Leonard Cohen è riuscito a generare emozione con il solo uso della voce?).
Sarebbe ridicolo cercare di dare un voto, e infatti non lo farò.
Chiudo citando le parole di Bono degli U2, che parlando di Cohen disse: ‘E’ troppo umile, nemmeno si rende conto che tutti noi musicisti faremmo qualunque cosa per avere scritto anche l’ultimo dei suoi scarti...’
LA BAND:
Roscoe Beck (basso)
Rafael Gayol (batteria e percussioni)
Neil Larsen (tastiere),
Javers Mas (mandolino, chitarra flamenco)
Bob Metzger (chitarra elettrice e pedal steel)
Dino Soldo (sax, armonica, tastiere e cori)
CORISTE:
Sharon Robinson
The Webb Sisters
QUI SOTTO il video dell'esecuzione di 'Suzanne', a Lucca, il 27 Luglio.
Nicola Ravera Rafele
29-07-2008
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