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25-29 aprile
Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano
Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano, dopo essere stato un libro, diventa la prima e la più completa retrospettiva (che proseguirà a maggio) delle opere che hanno affrontato il tema dei terrorismi e della violenza politica, con particolare riferimento ai quattro decenni di storia repubblicana fatta di lotta armata, trame nere, attentati, sequestri, attacchi al “cuore dello Stato”, bombe nelle piazze e sui treni, servizi segreti deviati, tentati Golpe, ecc, ecc.
Il quadro che la retrospettiva traccia – approfondito ulteriormente da un convegno accademico organizzato dall’Università Roma Tre insieme con la Cineteca Nazionale e programmato per la giornata dell’8 maggio – evidenzia una certa iniziale latitanza di “grandi firme” dietro ai film che, soprattutto negli anni Settanta, hanno tentato di affrontare la questione della violenza politica e del terrorismo, come se «una sorta di presbiopia [avesse impedito] di guardare il vicino, districarne le forze e capirne le dinamiche ideologiche» (Brunetta). Bisogna infatti attendere l’inizio degli anni Ottanta, il momento in cui, a sinistra come a destra, la lotta armata va progressivamente a spegnersi (non senza aver lasciato sull’asfalto altri morti), per vedere apparire sulla scena cinematografica i primi film d’autore sul terrorismo. Nel frattempo, a tentare una presa diretta sugli anni di piombo é stato un altro tipo di cinema, meno autoriale e più popolare. Gli ultimi anni Sessanta e i primi Settanta costituiscono infatti il periodo storico in cui il cinema italiano, confidando ancora su un apparato industriale che si dissolverà di lì a poco a causa dell’avvento della tv commerciale, riesce ancora a fare affidamento sui generi per dare vita ad un consumo “di denuncia” che si configura come l’altra faccia del cinema civile dei Rosi e dei Petri. Sono soprattutto la commedia satirica e il poliziesco all’italiana a raccogliere da subito la sfida di fotografare le tensioni e i drammi che sconvolgono il Paese sotto forma di violenza politica tra “opposti estremismi”, di vero e proprio terrorismo, ma anche di stragismo e di piani eversivi originati da sezioni deviate dello Stato.
Allo scopo, dunque, di dare conto della reale entità, stratificazione e articolazione del fenomeno “schermi di piombo”, si vuole offrire al pubblico la totalità delle declinazioni che la macchina-cinema ha utilizzato per fissare su pellicola la storia di quegli anni, nella consapevolezza che un discorso composito, articolato e approfondito su quella stagione possa emergere solo dalla somma delle suggestioni, dei suggerimenti, degli sprazzi di verità che ciascuna opera, anche in minima parte, è stata in grado di offrire.
La retrospettiva, organizzata dalla Cineteca Nazionale, ideale continuazione della rassegna Schermi in fiamme. Il cinema della contestazione, è curata da Christian Uva, autore del volume Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano (Rubbettino, 2007), in collaborazione con Pierpaolo De Sanctis.
venerdì 25
ore 17.00
La macchina ammazzacattivi (1948)
Regia: Roberto Rossellini; soggetto: Eduardo De Filippo, Fabrizio Sarazari; sceneggiatura: Sergio Amidei, Franco Brusati, Liana Ferri, R. Rossellini, Giancarlo Vigorelli; fotografia: Tino Santoni; musica: Renzo Rossellini; montaggio: Luigi Rovere; interpreti: Giovanni Amato, Clara Bindi, Marilyn Buferd, Camillo Buonanni, Pietro Carloni, John Falletta; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 80’
«Celestino riceve in dono dal Santo protettore del paese un apparecchio fotografico fatato che consente, riprendendone l’immagine, di far letteralmente “sparire” dalla circolazione tutti i “cattivi”. Inizialmente certo della propria buona fede e del proprio buon diritto a ripulire il piccolo mondo della sua quotidianità, il personaggio si ritrova progressivamente divorato dai dubbi fino a scoprire che la “macchina ammazzacattivi” è in realtà uno strumento diabolico messogli in mano da Satana in persona camuffato da santo protettore. Con la consueta immediatezza di un cinema capace di “mostrare” ancor prima che di “dimostrare”, Roberto Rossellini mette in evidenza i rischi (cui molti all’epoca indulgevano) della compilazione di liste ideologiche di “buoni” e di “cattivi”. Per Rossellini infatti – e la sua resta forse una delle più nette condanne del “terrorismo” – si rivela impossibile trasferire nel sociale una spinta etica individuale se questa non viene “condivisa”, perché senza questa morale “dialogata” la delega all’azione che il singolo si attribuisce è condannata allo scacco dal proprio stesso orgoglio. Anche se il film non fa alcun riferimento esplicito al terrorismo, ne ritroviamo dunque delineate alcune delle “figure” centrali, come la dialettica tra “azione e pentimento”, il mito dell’azione definitiva, il narcisismo dell’assunzione di responsabilità globale, il pentimento come lavacro purificatore, la confessione ed, eventualmente, il tradimento» (Toffetti).
ore 19.00
Il terrorista (1963)
Regia: Gianfranco De Bosio; soggetto e sceneggiatura: G. De Bosio, Luigi Squarzina; fotografia: Lamberto Caimi, Alfio Contini; musica: Piero Piccioni; montaggio: Carla Colombo; interpreti: Gian Maria Volonté, Philippe Leroy, Giulio Bosetti, Raffaella Carrà, José Quaglio; origine: Francia/Italia; produzione: 22 Dicembre Cinematografica, Galatea, Societé Cinématographique Lyre; durata: 100’
«In sintonia con la tradizione cinematografica del dopoguerra, quest’opera conclude il ciclo dei film resistenziali sul periodo fascista. Al centro della vicenda è la figura di Renato Braschi (Gian Maria Volonté, maschera ricorrente degli “schermi di piombo”), esponente del Partito d’Azione e capo di un gruppo di partigiani deciso a proseguire le azioni di sabotaggio nella Venezia della Repubblica di Salò, nonostante l’invito dei superiori alla prudenza e alla sospensione degli attentati. «È la prima volta che il termine “terrorista”, come sostantivo riferito ad una specifica condizione umana e politica, fa la sua apparizione in ambito strettamente cinematografico» (Fantoni Minnella). Importante è infatti nel film il rilievo conferito alla delicata questione semantica relativa alla parola “terrorismo”, definizione, come è noto, fermamente respinta dagli ex brigatisti e da loro attribuita a chi abbia utilizzato l’esplosivo e la violenza indiscriminata tipica dello stragismo. Paradigmatica la scena in cui si vedono raccolti intorno ad un tavolo i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale all’indomani di un sanguinoso attentato compiuto dai partigiani ai danni dei tedeschi: da un lato siedono i Liberali, che si dichiarano favorevoli ai sabotaggi ma non alle azioni terroristiche con morti e bombe, dall’altro l’esponente del Partito d’Azione, secondo il quale il vero terrorismo è quello dei tedeschi e delle loro rappresaglie» (Uva).
ore 21.00
Colpo di stato (1968)
Regia: Luciano Salce; soggetto: Ennio De Concini; sceneggiatura: E. De Concini, L. Salce; fotografia: Luciano Trasatti; musica: Gianni Marchetti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: Steffen Zacharias, Dimitri Tamarav, Silvano Spadaccino, Orchidea De Santis, Bebert H. Marboutie, Anna Casalino; origine: Italia; produzione: Vides Cinematografica; durata: 105’
La lunga lunga notte dello scrutinio elettorale del 1972 secondo le menti geniali di Salce e De Concini, che immaginano un’impennata imprevista dei voti conquistati dal partito comunista. Libero esperimento cinematografico figlio del ’68 italiano, seriamente danneggiato da una distribuzione a dir poco fantasma che ha portato alla sparizione quasi totale del film. Salce mischia una satira politica beffarda, quasi sempre lontana dagli schemi sicuri della commedia all’italiana del periodo, al cinema-verité, al film-inchiesta, al film nel film, al film corale (con tanto di coro greco a commentare i passaggi narrativi principali), frantumando la trama in un susseguirsi delirante di situazioni, avvenimenti, dinamismi.
Prodotto dopo mille difficoltà con un budget ridotto lungo un anno di duro lavoro, Colpo di stato è certamente tra i film più ambiziosi e preziosi di Luciano Salce, da riscoprire urgentemente.
sabato 26
ore 17.00
Mordi e fuggi (1972)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Ruggero Maccari, D. Risi, Bernardino Zapponi; fotografia: Luciano Tovoli; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Marcello Mastroianni, Oliver Reed, Carol André, Lionel Stander, Nicoletta Machiavelli; origine: Italia/Francia; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, Les Films Corona; durata: 113’
«È curioso che l’affacciarsi per la prima volta sul grande schermo di questioni riguardanti la cronaca politica dei comunisti combattenti sia avvenuta per mezzo del grandangolo tagliente della personalissima “commedia psichiatrica” di Dino Risi. […] In Francia segnò l’occasione di una riscoperta critica della filmografia del regista, mentre da noi fu snobbato e guadagnò pochissimo. Mordi e fuggi (slogan delle Brigate Rosse del primo periodo, quello del sequestro Sossi per sottoporlo a un “processo proletario” e delle punizioni simboliche ai capetti di fabbrica) è una satira sociale, che mette a raffronto il “coniglio borghese e il leone extraparlamentare”, l’industrialotto di prodotti farmaceutici Marcello Mastroianni, vigliacchetto che si crogiola nel comodo tepore della cuccia della sua classe sociale, e un professore di sociologia nonché militante filo-operaista di un gruppuscolo rivoluzionario, che ha la stazza cinghialesca e la febbrile veemenza di un Oliver Reed che ricorda vagamente Prospero Gallinari» (Guastella).
ore 19.00
Terminal (1975)
Regia: Paolo Breccia; soggetto e sceneggiatura: P. Breccia; fotografia: Gianni Bonicelli; musica: Giovanna Marini; montaggio: Sergio Nuti; interpreti: William Berger, Mirella D’Angelo, Niccolò Piccolomini, Rossella Or, Giuliana Calandra, Ezio Marano; origine: Italia; produzione: Cooperativa Bocca di Leone; durata: 110’
Apologo sul tema del potere e sui mezzi forti per conquistarlo, avvolto in una struttura da giallo che lavora il cinema politico di quegli anni in uno scenario futuristico dagli echi vagamente kafkiani. «All’epoca mi interessava un tipo di cinema metaforico, ma da una parte in cui la metafora fosse contenuta all’interno di una struttura convenzionale. […] Avevo fondamentalmente due archetipi – esistenti sia nella letteratura sia nel cinema – sulla cui variazione, rivisitazione volevo lavorare: il tema del sosia e il tema di Jekyll & Hyde. Mischiando le due cose, arrivai alla storia del film, uno che entra nella vita di un altro…» (Breccia). Nella colonna sonora si segnalano ben quattro pezzi dei Perigeo, storico gruppo jazz-progressive italiano.
ore 21.00
Donna è bello (1974)
Regia: Sergio Bazzini; soggetto: S. Bazzini; sceneggiatura: S. Bazzini, Silvano Agosti; fotografia: Mario Masini; musica: Ruggero Cini; montaggio: Silvano Agosti; interpreti: Andréa Férreol, Joe Dallessandro, Marino Masé, Daniela Metternich, Piero Gerlini, Massimo Sarchielli; origine: Italia/Germania/Francia; produzione: P.A.C., Hermes Film Synchron, Société Générale de Production; durata: 94’
Ottavia è moglie di un contadino comunista, Enea, e madre di un ritardato mentale, Piero, avuto col padrone. La donna lavora, infatti, come cameriera nella casa di un conte fascista implicato nelle cosiddette “trame nere”. Mentre il marito è assente, Ottavia ospita un giovane neofascista dinamitardo. Tra i due nasce un torbido rapporto sessuale. Due amici del terrorista, venuto a trovarlo, dimenticano nella casa pillole micidiali. Esordio alla regia di Sergio Bazzini, valente sceneggiatore per Ferreri, Samperi, Bellocchio, con il montaggio di Silvano Agosti (che collabora alla sceneggiatura), Donna è bello «mescola il Kamasutra alle piste nere, lo scemo del villaggio agli attacchi da sinistra contro il PCI, i peti alla dinamite; e per buona misura fa mangiare un feto da un cane» (Kezich). Invisibile da anni.
domenica 27
ore 17.00
San Babila ore 20: un delitto inutile (1976)
Regia: Carlo Lizzani; soggetto: C. Lizzani; Mino Giarda; sceneggiatura: Ugo Pirro, M. Giarda, C. Lizzani; fotografia: Pier Giorgio Pozzi; musica: Ennio Morricone; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Daniele Asti, Grazia Baccari, Pietro Brambilla, Brigitte Skay, Gilberto Squizzato, Giuliano Cesareo; origine: Italia; produzione: Produzioni Thousand Associate; durata: 105’
«Film ricalcato sulla vicenda di Alberto Brasili, giovane di sinistra ucciso il 25 maggio 1975 a Milano da cinque neofascisti. Come raccontato da Lizzani, l’errore fatale di Brasili e della sua fidanzata, riconoscibili come “compagni” per il modo di vestire, fu quello di attraversare una zona notoriamente “nera” della città e di sfiorare un manifesto dell’MSI. È per questo che il regista è particolarmente attento al dato sociologico, in particolare ai “costumi” e agli accessori fatti indossare dai suoi personaggi. Il film, più che per un’approfondita indagine sociale o antropologica, si fa ricordare per il tratteggio dell’iconografia del fascistello “sanbabilino” (a Roma si sarebbe trattato del “pariolino”), con la sua faccia pulita, gli occhiali da sole Rayban “a goccia”, il giubbotto di pelle nera e le calzature di ordinanza di ogni buon camerata (gli stivali “Camperos”). Fondato sull’impiego delle riprese in loco (spesso rubate in mezzo alla folla) e della “macchina a mano”, l’impianto estetico si caratterizza per uno stile che asseconda l’aggressività dello spaccato umano descritto, un universo giovanile in stile Arancia meccanica in cui al drugo kubrickiano si sostituisce il camerata che, con la connivenza della polizia, spadroneggia nella sua zona marciando al passo dell’oca, sognando di arrivare ad una vera guerra contro il nemico “rosso” e desiderando ardentemente conoscere cosa si prova quando si compie una strage...» (Uva).
ore 19.00
Gruppo di famiglia in un interno (1974)
Regia: Luchino Visconti; soggetto: Enrico Medioli; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, E. Medioli, L. Visconti; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Franco Mannino; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Stefano Patrizi, Elvira Cortese; origine: Italia/Francia: Rusconi Film, Gaumont International; durata: 121’
Un anziano professore vive nel palazzo di famiglia circondato dai suoi libri e dai suoi ricordi, un equilibrio spezzato dall’arrivo, nell’appartamento sopra il suo, di una donna e della sua “strana” famiglia, l’amante, il figlio e la fidanzata del figlio. Della quale alla fine, volente e nolente, entra a far parte… «Gruppo di famiglia in un interno, una delle opere maggiori di Luchino Visconti, forse la sua più sofferta, la più intima. Ancora una volta, come in Senso, come nel Gattopardo, l’individuo e la Storia, l’uomo e la società. […] Una metafora della morte, perciò. Ma anche il “punto” sui vecchi e i giovani, sulla società e la morale, sulla politica e sull’arte. In Italia e dappertutto. Proposti in un film che è “teatro da camera” e che, quasi sulle orme di Lupu-Pick e di Mayer, è, in certi momenti anche Kammerspielfilm, un dramma fra cinque personaggi, una tragedia in un interno, fra quattro pareti. Affannoso, turbinoso, allucinato, travolgente; duramente realistico nei suoi modi, nelle sue cadenze; angosciosamente simbolico, emblematico, nei suoi significati» (Rondi). In questo ritratto dell’Italia post ’68 affiorano, come scheletri negli armadi, le ombre delle trame nere.
ore 21.15
L’attentato (1962)
Regia Luigi Perelli; soggetto e sceneggiatura: L. Perelli; fotografia: Ettore De Tomasi; interpreti: Gianluigi Crescenzi, Stefano Satta Flores, Maurizio Tocchi, Settimia Ercolino; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 9’
Attentato dinamitardo contro una sezione romana del P.C.I. ad opera di un gruppo di giovani neofascisti, che si ritrovano nella stanza di uno di essi dopo il fatto. Una donna è rimasta ferita e lotta fra la vita e la morte. L’esecutore materiale dell’attentato, figlio di un fascista ucciso dai partigiani, non si dà pace per le sorti della donna e ripensa a tutta l’operazione, voluta dagli altri per scuotere il partito e smuovere alla rivoluzione i fascisti “all’acqua di rose” («Le nostre bombe daranno fiducia»). E ripensa alla propria esistenza, comprendendo che l’insegnamento del padre, con la sua morte, non è la vendetta, ma piuttosto non lasciarsi “infinocchiare dalla stessa gente” che l’ha portato alla morte. Esce dalla stanza e se ne va definitivamente, dando un calcio al passato, mentre un altro lo segue cercando di fargli cambiare idea e il terzo, obbedendo al padre che lo educato con libri sulla cultura fisica e il culto del duce (commentando l’attentato il padre, senza sapere che anche il figlio era coinvolto, aveva dichiarato che bisognava buttarne una al giorno di bombe), s’appresta a lasciare l’Italia. Il primo film che indaga sugli ambienti della destra neofascista, mettendo in luce caratteri e influenze familiari, e probabilmente, in assoluto, il primo film che tratta il tema del terrorismo. Luigi Perelli vanta una lunga carriera come documentarista, sempre attento alle vicende politiche di tutto il mondo, oscurata dalla fama televisiva per La piovra (dalla terza alla settima serie).
a seguire
La polizia ha le mani legate (1974)
Regia: Luciano Ercoli; soggetto: Mario Bregni; sceneggiatura: Gianfranco Calligarich; fotografia: Marcello Gatti; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Angelo Curi; interpreti: Claudio Cassinelli, Arthur Kennedy, Franco Fabrizi, Sara Sperati, Bruno Zanin, Francesco D’Adda; origine: Italia; produzione: P.A.C.; durata: 100’
«Impostato su un attentato (qui ad un hotel milanese) che riprende quello vero accaduto nel 1969 a Piazza Fontana, dunque un film apparentemente dedicato esplicitamente alle stragi del terrorismo nero. Apparentemente però, perché l’impostazione di denuncia è alla fine stritolata dal solito schema narrativo del poliziesco: il rapporto conflittuale tra il commissario ed il magistrato incaricato delle indagini, quello ambiguo tra il commissario ed una studentessa universitaria, la scoperta della talpa all’interno delle istituzioni, la presenza del solito ricatto emotivo […] Certo c’è un’attenzione maggiore nel disegno dei giovani attentatori che assumono i lineamenti di figli di papà sbandati e disorientati […]. Questi ragazzi frequentano gli ambienti universitari, hanno la durezza dei gangster e la goffaggine dei pivelli» (Uva).
lunedì 28
chiuso
martedì 29
ore 17.00
Poliziotti violenti (1976)
Regia: Michele Massimo Tarantini; soggetto: M. M. Tarantini, Adriano Belli; sceneggiatura: A. Belli, M. M. Tarantini, Franco Ferrini, Sauro Scavolini; fotografia: Giancarlo Ferrando; musica: Guido e Maurizio De Angelis; interpreti: Henry Silva, Antonio Sabato, Ettore Manni, Silvia Dionisio, Ettore Manni, Claudio Nicastro; origine: Italia; produzione: Staff Professionisti Associati, Capitol International; durata: 92’
Le trame eversive dei servizi segreti italiani deviati, dell’esercito e della destra imprenditoriale e finanziaria. Il film di Tarantini intreccia il poliziottesco classico con il cinema d’impegno civile, proponendosi come una variazione su tema del seminale La polizia ringrazia di Stefano Vanzina. «Quello che, al momento di ordinare lo scioglimento di Ordine Nuovo (23 novembre 1973), il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani aveva definito “il pericolo di un rigurgito fascista, se non addirittura nazista” si affaccia anche in Poliziotti violenti di Tarantini, dove il maggiore dei parà Henry Silva, spedito a Roma e sotto stretta sorveglianza per avere denunciato certe magagne dell’esercito, scopre un traffico di armi orchestrato per scopi destabilizzanti da una fantomatica multinazionale» (Curti).
ore 18.45
Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973)
Regia. Sergio Martino; soggetto e sceneggiatura: Ernesto Gastaldi; fotografia: Giancarlo Ferrando; musica: Guido e Maurizio De Angelis; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Luc Merenda, Richard Conte, Silvano Tranquilli, Carlo Alighiero, Martine Brochard, Luciano Bartoli; origine: Italia; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, Dania Film; durata: 103’
«Nella Milano dei tempi di Calabresi, Luc Merenda è un ispettore radiato dalla polizia per i suoi metodi sbrigativi e per il suo anticomunismo. Ma seguita a lottare contro i malviventi e scopre un giro capeggiato da un alto funzionario della Questura e da un editore fascista. I due cercano di corromperlo perché vada dalla loro parte, ma Merenda spara. Verina Glassner al tempo sul “Monthly Film Bulletin” lo bollò di fascismo alla Callaghan facendo notare certe battute di Merenda sugli anarchici e sui comunisti. Per far parlare una ragazza le mostra la foto di una donna incinta morta commentata da un terribile “Ti piace l’inizio della rivoluzione? Non è certo una gran bella bandiera per il Cremlino”. [...] La risposta del tempo di Martino: “Sono stato tra i primi a fare un film sulla polizia, un film che conteneva anche dei riferimenti all’attualità, al caso Calabresi. Ma il valore politico di questi film è sempre abbastanza relativo, hanno sempre una matrice qualunquista, di destra, cioè si vede il poliziotto, il commissario che in uno stato democratico è molto limitato, non gli vengono dati mezzi adeguati. E allora cerca di farsi giustizia da sé e ci riesce”» (Giusti).
ore 20.45
Incontro moderato da Christian Uva con Sergio Bazzini, Paolo Breccia, Mario Bregni, Massimo Felisatti, Mino Giarda, Carlo Lizzani, Sergio Martino, Luigi Perelli, Sergio Nuti
a seguire
La polizia accusa: il servizio segreto uccide (1974)
Regia: Sergio Martino; soggetto: Massimo Felisatti, Fabio Pittorru; sceneggiatura: M. Felisatti, F. Pittorru, S. Martino, G. Couyoumdjan; fotografia: Giancarlo Ferrando; musica: Luciano Michelini; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Luc Merenda, Mel Ferrer, Delia Boccardo, Michele Gammino, Paola Tedesco, Gianfranco Barra; origine: Italia; produzione: Dania Film, Flora Film, Medusa Distribuzione; durata: 98’
«Siamo nel regno delle cimici negli uffici, [...] delle talpe nelle forze di polizia, dei servizi segreti che spiano le mosse della pubblica sicurezza e prevengono i movimenti dei commissari. [...] È un film “di sinistra” e porta l’evidente firma di Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, cronisti dell’impegno poliziesco che, sulle tracce dello scrittore americano Ed McBain, hanno inventato le avventure della Squadra Mobile capitanata dal commissario Solmi, riscuotendo successo sia nel campo letterario [...], sia in quello televisivo [...]. Felisatti e Pittorru, per il film di Martino, hanno rielaborato la trama di Telefoni sotto controllo, il secondo racconto lungo contenuto [in] Violenza a Roma, mettendolo in rapporto al caso di Guido Giannettini, agente dell’ufficio “Z” del SID, giornalista del “Secolo d’Italia” coinvolto nella strage della Banca dell’Agricoltura a Piazza Fontana. Sergio Martino, di solito abbastanza compassato e impersonale, ha stavolta sufficiente ironia per strizzare l’occhio agli spettatori e cercare di far lievitare il film al di là della pura e semplice esposizione dei fatti: si mette hitchcockianamente in primo piano nella sequenza del campo paramilitare fascista, rende immediatamente sospettabile il personaggio del capo dei servizi segreti, affidandolo alla maschera di un Tomas Milian [...]. Questa rappresentazione di neofascisti con le radici tra i colletti bianchi dei funzionari e le barbe lunghe dei sottoproletari ha comunque una sua fanatica evidenza e gli autori sono tra i pochi che hanno avuto abbastanza coraggio per mettere in scena un campo paramilitare di nostalgici fascisti» (Uva).
redazione crak!
25-03-2008
CRAK! è andato a vedere il nuovo film di Checco Zalone. Andare o non andare?