Palazzo Incontro
Via dei Prefetti, 22
dalle 10 alle 19
costo: 6€
Lunedi chiuso

Da qualche mese, andando al cinema, girando per festival, ho la sensazione che qualcosa non va.
Un sottile disagio, una nausea da ripetizione, simile a quella che prende alla fine delle feste natalizie di fronte all’ennesimo pranzo di parenti.
Uscendo dal cinema mi sono già dimenticato quello che ho visto.
Mi sono chiesto se il problema ero io. Poi ho capito che il problema era lui. Il cinema.
Il cinema che si sta facendo sempre più piccolo, sempre meno capace di raccontare il reale, di aggiungere qualcosa, di segnare profondamente.
Che sia cominciata la crisi definitiva?
Che questa volta l’assedio incrociato di Tv, Internet e videoclip sia riuscito a tramortire definitivamente il cinema?
Andiamo con ordine.
Cominciamo dal poco che c’è da salvare. Come sempre negli ultimi anni, le cose migliori arrivano dalle cinematografie povere, come se ci fosse un’asse della vitalità inversamente proporzionale a quello della ricchezza. Messico (La Zona), Romania (4 mesi, 3 settimane e 2 giorni), qualche orientale, ma anche li si avverte il declino.
Sono gli ultimi film che non scendono a patti con la necessità del divertimento. Pugni nello stomaco senza effetti speciali narrativi, senza abbellimenti. La realtà a 24 fotogrammi al secondo.
Ormai sono casi rari. Solo chi è fuori dal mercato può permetterselo.
Gli altri, anche quelli bravi, come vedremo, ormai sono stati inglobati dalla macchina.
Il cinema detto “di cassetta”, quello americano da grandi incassi (l’Italia per pietà la lasciamo fuori da questo discorso...), di nuovo non aggiunge nulla da anni. Qualche volta i soliti noti confezionano un film ben fatto (Clint Eastwood, Micheal Mann, William Friedkin, i Coen, qualche volta Spielberg, Scorsese, Spike Lee nella sua declinazione mainstream), un prodotto di intrattenimento di altissimo livello, intelligente, costruito bene e qualche volta anche profondo. E non è poco. Non è poco ma non è nemmeno da questi film che si può giudicare la vitalità del cinema.
Quando poi questi film invece non riescono, per assenza di talento (quando dietro la macchina da presa c’è qualcun altro) o per cattiva realizzazione, il cinema americano “blockbuster” risulta sempre più indistinguibile dalle serie TV. Anzi. Le serie TV sono generalmente più originali, e hanno il vantaggio della fidelizzazione, che le rende più divertenti.
Così siamo arrivati al primo punto: la televisione influenza e destruttura il linguaggio cinematografico, dettandone i nuovi tempi, e spesso lo stile di regia, sempre più povero e carico di effetti a presa rapida.
Punto secondo: la televisione ha occupato le mansioni che prima erano del cinema. E’ la TV che fornisce il grande romanzo popolare, il rispecchiamento, la descrizione.
Così il cinema perde buona parte della sua funzione, per rimanere solo intrattenimento di livello, in teoria, superiore. E anche questo, come abbiamo visto, non è sempre vero.
Fino a qui ho parlato del cinema “di cassetta”.
Ma nell’ultimo decennio le maggiori soddisfazioni sono venute dal cinema americano indipendente, e da un pò di cinema europeo controcorrente.
Da qui sono venute le maggiori soddisfazioni, e da qui vengono, a mio avviso, le delusioni peggiori.
Ci sono due film, due capolavori, due capostipiti, che hanno fatto più danni delle cavallette: “Pulp Fiction” (Tarantino, 1994) e “Magnolia” (P.T.Anderson, 2000).
“Pulp Fiction” ha generato un esercito di cloni convinti che basti vedere i protagonisti parlare di cose futili mentre uccidono qualcuno.
Purtroppo non è sufficiente.
“Magnolia” ha fatto di peggio. Ha generato un’ondata di “cinema di struttura”, nel quale conta più l’incastro spazio-temporale degli elementi rispetto ai personaggi. Conta solo “la trama”, “l’intreccio”, tutto il resto è noia.
Tra i cloni, più o meno buoni, di P.T.Anderson ci sono Gonzalez Inarritu e il suo ex sceneggiatore Guillermo Arriaga e Paul Haggis, tanto per fare qualche esempio tra quelli che hanno scelto (ripetutamente) il modello “destini che si incrociano”.
Ma è abbastanza triste vedere come nell’ ultima notte degli oscar si siano contesi i premi maggiori due ex bambini prodigio (Danny Boyle e David Fincher), autori di due film in cui conta soltanto la struttura. Due scatole vuote. Una favola conciliante quella di Danny Boyle (Slumdog millionaire ), e una parabola contorta e logorroica quella di Fincher (Il curioso caso di Benjamin Button ).
Alle loro spalle, un altro bambino prodigio del cinema indipendente come Gus Van Sant firmava un uno scialbo biopic su Harvey Milk privo di qualsiasi spessore.
La verità è che questi film “di struttura”, che parlano del destino senza parlare di nulla, hanno tutta l’aria di essere una scorciatoia, una semplificazione, un modo per fare film dal sapore indipendente e originale, nascondendo la pochezza dei conteunuti
Una nouvelle vague del cinema, un’onda di omogeneità preoccupante, che sta prendendo la forma di un vero e proprio movimento: il nuovo cinema paraculo...
UNISCITI AL NOSTRO GRUPPO SU FACEBOOK
PARTECIPA AL NOSTRO SOCIAL NETWORK
UNISCITI AL NOSTRO MYSPACE
HOMEPAGE CINEMA
Nicola Ravera Rafele
26-02-2009
Palazzo Incontro
Via dei Prefetti, 22
dalle 10 alle 19
costo: 6€
Lunedi chiuso
Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti
Crak vi indica quelle emittenti che meritano di essere ascoltate
Sarà il freddo, sarà il campionato di calcio brutto, ma da queste parti...