Changeling (C.Eastwood)

Un Clint Eastwood di impianto classico, che, pur senza arrivare alle vette di "Million dollar baby", è di nuovo in aria di Oscar.

Changeling (C.Eastwood)

Changeling

Usa 2008

Un film di Clint Eastwood

Con: Angelina Jolie,  John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore

Sceneggiatura: J. M. Straczynski

Fotografia: Tom Stern

Montaggio: Joel Cox

 

 

Nessuna novità, una sola conferma: quella di Eastwood regista di nitida classicità. Da cosa dipenda quella che tutti i critici si ostinano e chiamare “Classicità”, è questione difficile da esprimere a parole. E’ qualcosa che sta alle radici di un impianto registico che sembra annullarsi nella storia raccontata, senza voler apparire, senza vezzi narcisisti. Risiede nella scelta di far fare alla macchina da presa il minimo sforzo per ottenere il massimo dell’intensità nel risultato, tenendo sempre in primo piano il rispetto profondo per le interpretazioni degli attori. Gli attori prima di tutto, mentre Clint orchestra in modo rigoroso tutti i risvolti narrativi popolati dai molti personaggi.
Changeling è una conferma di tutto questo classicismo. L’ennesima.
Nella Los Angeles della depressione, Christine Collins è una donna madre che lavora come caporeparto al centralino della città. Un giorno suo figlio Walter scompare, rapito mentre era in casa da solo. Lei inizia disperatamente a cercarlo finché la polizia non le dà la buona notizia del ritrovamento. Peccato che quello che viene affidato a Christine non sia suo figlio, ma un bambino che sostiene di esserlo per la felicità della corrotta polizia di Los Angeles, che vede in lui la possibilità di far bella figura con i media. Aiutata dal reverendo Guistav Briegleb, la donna inizia a combattere contro tutto e tutti per riavere il suo bambino, finendo prima internata in un istituto psichiatrico e poi in aula come paladina della giustizia. Nel frattempo le indagini della polizia portano alla luce la vicenda parallela di un certo Northcott, serial killer psicopatico che viene condannato a morte per aver ucciso alcuni bambini: Walter era tra questi? Christine continua a cercare.
La sceneggiatura dell’ex giornalista del Times J. Michael Straczynski ricalca gli avvenimenti realmente accaduti, scoperti in extremis prima che i documenti che ne testimoniassero la vicenda venissero bruciati insieme alle altre vecchie pratiche chiuse nei sotterranei del palazzo comunale di Los Angeles. Per intensificare la fedeltà alla realtà, lo sceneggiatore ha fornito alla produzione materiale fotografico e articoli di giornale, attingendo non poco dai dossier su Christine Collins e dai verbali delle udienze per ricreare i dialoghi del film.
E’ questa la forza e allo stesso tempo il limite del film: una verità più assurda della finzione. E’ una storia vera talmente paradossale da sembrare eccessiva, esagerata e di conseguenza tale appare anche il personaggio principale, ovvero quella Christine Collins magistralmente interpretata da un’Angelina Jolie alla sua miglior prova cinematografica. E’ lei che portando avanti la sua crociata nel nome della verità porta avanti anche lo sviluppo drammatico del film. Quello della Jolie è un personaggio tutto positivo, eroico, impeccabile, forte: privo insomma di quelle sfaccettature ambigue che Eastwood ha sempre saputo rendere nei film precedenti. La grande prova della Jolie e l’attinenza alla realtà finiscono paradossalmente per limitare la libertà del regista, che comunque mantiene salda la presa sul nucleo della storia, il suo rigore e il suo pudore moralista. Clint impugna sceneggiatura e storia, ricrea quell’ambiente di lavoro familiare con i suoi collaboratori decennali e ingloba la vicenda della Collins nella sua opera che si arricchisce di un altro tassello sul lato oscuro dell’America.
Changeling rappresenta una via di mezzo tra la grande storia comune di Flags of our fathers e Letters from Iwo Jima e quella privata di piccole figure marginali come Million dollar baby e Mystic river.
Changeling diventa la ricerca di un figlio dove Millior dollar baby finiva per diventare la ricerca di un padre e di un legame vero e, come Mystic River, grida il bisogno di sapere, di trovare colpevoli la cui punizione può lasciare solo un freddo più acuto e una verità mancata, come ben rappresenta la scena iperrealistica e glaciale dell’esecuzione di Northcott, aggiunta e voluta dal regista (Clint: “Dopo uno spettacolo simile, quale tranquillità sperate di ritrovare? È per questo che ho voluto filmare questa scena con il più grande realismo, il rumore del collo che si spezza quando il corpo oscilla nel vuoto, i piedi che si agitano al momento dell'agonia... è insopportabile da vedere, ed è questo l'effetto che cercavo,” Northcott in realtà fu condannato all’ergastolo insieme alla madre complice –figura che nel film è assente-).
I temi toccati sono tanti e spostano continuamente il genere del film senza mai perdere il filo del discorso: sotto l’attentissimo sguardo dello spettatore, partecipe e spesso commosso, sullo schermo passa un film di denuncia (sulla condizione della donna, sulla dignità dell’uomo e sul rispetto che il potere deve a ogni cittadino), un horror con serial killer (ma serial killer è anche lo stato che definisce “folli” quegli uomini sani scomodi alla società), un poliziesco e un court-drama. Tutto questo va a toccare i temi più cari a Clint, come l’individuo solo e abbandonato costretto farsi giustizia contro la corruzione della società (Callaghan e co.), la perdita di innocenza dell’infanzia (Mystic river, Un Mondo perfetto ecc.), la pena di morte (Fino a prova contraria ecc.), la banalità del male. Il discorso sul razzismo, altro tema principale nella produzione eastwoodiana (checché ne dica mister Spike Lee), è rimandato a “Gran Torino”, che uscirà in America questo dicembre.
In Changeling  l’essenzialità della regia si fa estrema e le due ore e venti passano in un attimo: con due inquadrature iniziali Clint restituisce tutta l’ambientazione, in uno sguardo tra la Jolie e Amy Ryan (amiche di manicomio) c’è tutto un discorso complice sulla condizione femminile, in due mani che si stringono una critica alla pena di morte. Per poter creare un risultato simile, Eastwood afferma di basare tutto sulla sua esperienza d’attore, su un rispetto estremo al servizio delle interpretazioni, e non sarà certo un caso che, oltre alla Jolie, tutto il cast sembri in stato di grazia. Non si tratta solo dell’immenso John Malkovich (il reverendo Guistav Briegleb), ma anche di tutti i personaggi secondari, da quelli importanti come i capi della polizia fino all’ultimo inserviente dell’ultimo corridoio del manicomio e della prigione, pescati qua e là, tra interpreti televisivi o teatrali e caratteristi di lunga esperienza.
Eastwood, come al solito anche produttore con la sua Malpaso (capitanata da Robert Lorenz, al servizio di Clint da 14 anni), ricerca una ricostruzione storica maniacale e mostra una pignolissima attenzione ai dettagli, trovando ancora una volta nello scenografo James J. Murakami (nel suo team sin da Gli spietati) e nella costumista Deborah Hopper (con Clint da più di 20 anni) due collaboratori tutt’altro che marginali e qui più che perfetti. L’atmosfera familiare in cui lavora il regista, che in Francia è considerato non a caso un “autore” almeno dal 1982 (Honkytonk man), è completata dal produttore esecutivo Tim Moore (da 5 anni nel team), dal montatore Joel Cox e dal suo assistente Gary Roach (rispettivamente da 32 e 11 anni..).
Menzione speciale meritano infine le luci e le abbondanti ombre della splendida fotografica di Tom Stern (da 6 anni..), che da sole valgono il prezzo del biglietto.
Il finale potrebbe sembrare una “happy end”, ma bisogna ricordare che la verità, nel film come nell’America di Bush, è ancora lontana da venire.

 

Francesco Clerici

 

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