Recensione Live: Vinicio Capossela

Vinicio Capossela si presenta a Milano con il tour del suo nuovo album "Da Solo". Tra Tom Waits e ispirazioni circensi...

Recensione Live: Vinicio Capossela

Vinicio Capossela
11 Novembre 2008
Teatro Smeraldo
Milano
Voto: 8

Leggi qui la recensione di "Da solo"

Leggi qui la recensione di "Nel niente sotto il sole" 

 

A Milano è un 11 novembre scuro, con il cielo tetto grigio che minaccia, ma sembra reggere ancora. Il Teatro Smeraldo sbuca fuori dalle verdi lamiere dei lavori in corso che ne coprono l’affollatissimo ingresso. La fila è confusa ma educata, mentre là fuori, di fronte all’ingresso, qualche pazzo sta allestendo nel piccolissimo spazio un piccolo spettacolino circense, attorniato da passanti, curiosi e, soprattutto, clienti caposseliani. E’ il mago Christopher Wonder che apre la valigia e fornisce a Jessica Love - The Elastic Lady, mezza donna mezzo uomo (ma indubbiamente più efficace come donna), il materiale per stupire il primo pubblico esterno. Mentre il mago richiama con un megafono l’attenzione della gente, appare anche il gigante, non molto più grosso di alcuni energumeni in fila, ma sicuramente più imbarazzato. Elastic lady mangia il fuco, rischia la vita a causa delle staffilate di vento che arrivano all’improvviso, ringrazia e saluta. Si entra.
L’atmosfera dello Smeraldo è già fumosa e confusa mentre un pubblico eterogeneo e multi generazionale cerca con difficoltà i posti numerati. L’apertura del sipario rosso non si fa troppo attendere, una mezzoretta.
Una grossa insegna luminosa recita “DA SOLO SHOW”, il pubblico cala in un’atmosfera da luna Park d’altri tempi. Vinicio Capossela è sulla destra, su una slitta-organetto Mighty Wurlitzer, con un impeccabile abbigliamento da cantautore, cilindro incorporato; sullo sfondo e ai lati side show banners, teli colorati, mentre dal lontanissimo soffitto penzolano lampadine da accampamento militare.
Gli strumenti e i suoi suonatori non sono proprio “inconsistenti” come quelli dell’album. Hanno nomi e cognomi e iniziano da subito a farsi sentire: Zeno De Rossi in fondo, alla batteria (e poi alla grancassa), Glauco Zuppiroli al contrabbasso, Vincenzo Vasi al Vibrafono (poi anche Theremin, Marimba, Glockenspielt, Campionatori e Piani Giocattolo), Mauro Ottolini al trombone (poi Susafono, Bombardino e giocattoli), Achille Succi al sax (poi clarinetto basso, giocattoli), infine Alessandro Stefana che, prima di impugnare la sua chitarra, si dedica agli effetti elettronici (poi anche Banjo, AutoHarp, slide guitar, ViolinArpa).
Un circo delle stranezze che attinge al Barnum del Far West, come previsto e promesso, e tutti sono abbigliati di conseguenza. Si parte.
Ovviamente l’apertura è lasciata al singolo “Il gigante e il mago”, pezzo molto apprezzato dal pubblico per un ritornello orecchiabile che sarà un po’ il tormentone della serata, finendo un po’ per stancare. Con poca fantasia, il secondo pezzo è lasciato al secondo singolo dell’ultimo album, “In clandestinità.” Quando attacca con il terzo brano, “Parla piano”, il programma è già chiaro, e molti si chiedono se farà mai qualcosa dei precedenti album. La voce dell’emozionato Vinicio è perfetta e profonda finché non cerca di alzare improvvisamente le tonalità, stonando; l’apparato strumentale si limita a fare bene i compiti senza avventurarsi in nulla di più: si continua con “una giornata perfetta” e “il paradiso dei calzini”, pezzo che, secondo Vinicio, non ammette critiche perché non saprebbe replicare alla accuse. Forse il migliore, per il momento, suonato dal divertito e divertente cantautore su una piccolissima pianola rossa, molto simile a quella usata da Tom Waits nel video di “I don’t wanna grow up.”
A Tom Waits si deve molto della serata, dall’allestimento teatrale alle melodie, passando per l’utilizzo dei megafoni e degli “strumenti inconsistenti” che l’americano usa da anni, finendo ai “cani randagi”, i “raindogs” che trascinano la slitta del San Nicola, protagonista dell’omonima canzone, la sesta della serata.
“Da solo” prosegue. E’ la volta dei “Vetri appannati d’America”, che, avvisa Capossela, da qualche giorno sembrano meno appannati (Obama..). Ecco che si arriva a “Dall’altra parte della sera” e al biblico “La faccia della terra”, pezzo splendido in cui si sente ancora una volta una forte eco del Tom Waits visto dal cantante italiano agli Arcimboldi, lo scorso luglio.
La voce si scalda, i musicisti iniziano a trovare più confidenza tra loro, le luci prima blu e bianche si fanno più calde creando un’atmosfera intima: tutto è pronto per le “Lettere dei soldati”, e “Non c’è disaccordo nel cielo” che chiude la prima parte del concerto.
E’ il momento del circo. Le scenografie cambiano, si fanno più allegre e colorate, con grandi illustrazioni di minotauri e “freak instruments”; intanto il mago Christopher Wonder sfoggia le sue inaspettate e sorprendenti abilità, alternando cabaret e magia pura tra abbondanti sorsi di birra. Un quarto d’ora per la pausa sigaretta della band e di parte del pubblico, che si è comunque persa uno spettacolo nello spettacolo niente male. Il circo non è ancora finito e Vinicio entra insieme ai colleghi dopo il cambio d’abito; il circo continua ma in altra direzione.
“Dopo la malinconia, ora ci scaldiamo un po’” si sente poco prima che una velocizzata “Bardamù” riempia il teatro ancora più caldo e fumoso. Capossela aveva già sfoderato una quantità invidiabile di copricapi, ma il cappello da fachiro simile a quello di Sun Ra è di gran lunga il più eccentrico. In “Bardamù” viene inglobato e digerito anche il forsennato ritmo della “Polka di Warsava.”
Le promesse di scuotere il romanticismo imperante della prima parte si trovano mantenute, e “Con una rosa” diventa un bel blues con luci colorate poco prima che Vinicio inizi a fare ginnastica cantando a squarciagola Vladimir Vysotskij: è il momento più alto della serata, di quelli che pochi artisti italiani sanno regalare, oggi. Coinvolgente e autoironico, il concerto prende la piega giusta, mentre i musicisti si trovano l’un l’altro avvicendandosi in assoli non perfetti ma che traboccano di vitalità. Vysotskij sfocia in modo naturale in “Maraja” e intanto il cantante viene rinchiuso in una verde prigione luminosa dicendo che è lì dentro dal 1993. Il riferimento a chi è “sceso in campo” quell’anno non è colto da tutti, ma chi ha orecchie per intendere ha inteso.
Poi “Medusa cha cha cha” accompagna il ballo di Elastic lady travestita da Medusa. Ci si trova davanti a uno spettacolo che va un po’ oltre il semplice concerto: era già chiaro, qui è lampante.
Tra lo stupore generale, la canzone successiva è pressoché inedita o quasi. Si tratta di “Polpo d’amore”, brano registrato lo scorso 16 marzo ai Wavelab Studios di Tucson con i Calexico, band guidata da Joey Burns:

“Joey Burns ci fece ascoltare El pulpo, un pezzo senza ancora testo né voce, ma con una chitarra scandagliante come un sonar in grado di evocare le profondità marine, ondeggiante su una base ritmica sinuosa, come una specie di bolero acquatico.. disse che per scriverlo si era ispirato all’octopus, il polpo…e mi venne da pensare alla solitudine del polpo degli abissi, che ha così difficoltà a trovare una compagna e a riconoscerla in tutto quel nero.. e che per mandarle messaggi ha a disposizione solo un inchiostro ancora più nero…e che quando la tocca le si aggrappa per non perderla più. E così scrissi il Polpo d’amor, dove polpo è tanto l’octopus quanto un ballo, come il tango e il limbo, insomma… e la cantai con la voce più bassa possibile, come un messaggio di profondità. così che si possa danzare questo polpo d’amor fino alla fine degli abissi, e abitarci, tra riflessi d’alghe e di cactus..."

Una spiegazione che può bastare per comprendere l’atmosfera marina cupa ma sempre leggera che si viene a creare, mentre il Gigante, novello Buster Keaton, finge di nuotare nell’aria con in testa uno scafandro da palombaro.
Poi esplode una canzone che “ti rimane addosso e non riesci a scrollarti”, ovvero “Coss’è l’amor.” Per passare subito dopo al “Pena dell’alma”, solo strumentale come accompagnamento dell’human pignata del mago Wonder che si fa legare a testa in giù con camicia di forza, per poi liberarsene sulle note dell’ “Uomo vivo.”
Vinicio scompare due minuti e riappare mascherato da minotauro per cantare “Brucia Troia” da dentro la sua verde gabbia e proseguire con “Il ballo di San Vito.” Riscompare e riappare al piano, elegante nell’abito bianco, vicino a un nuovo ingabbiato: è il suo amico poeta Vincenzo Costantino Cinaski che recita una poesia appena prima di lasciar spazio all’ “Affondamento del Cinastic”, in versione da divertito storyteller. Altra poesia di “Enzo”, le mie prigioni è il titolo. Poi tutto il pubblico ricrea la pioggia con le dita e parte “Nella pioggia”, intima e con tanto di ombrello e di suonatore di una piccola giostra.

Il concerto è lungo e avvincente ma Vinicio sembra averne ancora e in tutta risposta intona “Resto qua”, per poi concludere con “All’1.35 circa”, mentre si presentano i membri della band in versione banda di paese insieme a tutti coloro che hanno partecipato allo show. La conclusione, si sa, deve essere circolare, e allora “Il gigante e il mago” riprende vita e saluta il pubblico soddisfatto delle quasi tre ore di spettacolo.

Si esce, nel traffico delirante di Milano, muovendosi ognuno per la sua strada e, nella pioggia, gli ombrelli sbocciano agli angoli.

 

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Francesco Clerici



14-11-2008



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