Bloc Party - Intimacy

Il quartetto londinese realizza una perfetta sintesi dei precedenti dischi unendo insieme la grinta rock degli esordi con l'elettronica del secondo

Bloc Party - Intimacy

"Intimacy"
(Wichita/distr.Cooperative Music)
Voto: 7,5
2008

 

 

 

 

 

 

Giù il cappello davanti ai Bloc Party.

Chi vuole ancora criticarli o non capisce molto di musica, è uno snob o quantomeno una persona prevenuta.

 

Il quartetto londinese è anagraficamente giovanissimo ma con tre dischi ha saputo mettere a fuoco definitivamente il proprio sound con coerenza e lealtà.

 

Infatti dopo il successo dell’esordio “Silent Alarm,” disco di pulsante indie rock tagliente nelle chitarre e funk nelle ritmiche, il gruppo ha poi voluto sperimentare nuove strade nel secondo “A weekend in the city”, dove la ballata ed un maggior uso dell’elettronica la facevano da padrone.

Il cd non ha entusiasmato tutti, soprattutto chi pensa che la musica è fatta solo per scatenarsi in piste cosiddette “alternative” ma che poi sono calcate da persone più che mai omologate.

In verità quel lavoro di due anni orsono aveva coraggio perché non ricalcava pedissequamente la fortunata prima uscita ed anzi elaborava una maggiore cura nell’arrangiamento e nei singoli particolari che solo orecchie curiose hanno saputo e voluto cogliere.

 

“Intimacy” segna la rentrée discografica e, a dispetto del titolo, ha poco di introspettivo e solitario nei suoni.

Qui anzi viene perfettamente realizzata la sintesi tra l’energia di “Silent Alarm” e il sapiente utilizzo dell’elettronica del secondo, regalando così un album pieno di spunti che può interessare sia gli stakanovisti dei dancefloor e chi invece predilige un ascolto privato.

Non a caso quindi si deve sottolineare che il tutto è stato prodotto a quattro mani da Paul Epworth e Jacknife Lee, rispettivamente all’opera nel primo e secondo capitolo della formazione britannica.

 

Questa uscita è stata anticipata dal singolo “Mercury” che è il perfetto esempio dell’intero corpus del cd, con gli elementi digitali tesi ad acuire il senso di frenesia del brano che ha un impatto forsennato ed un ritornello facilmente memorizzabile.

Ma questa è solo la terza traccia di un disco che si apre in maniera robusta con “Ares” e che prosegue sempre con grande dinamismo anche se non manca qualche episodio più pacato come la splendida “Signs”, un brano perfetto e delicato, come una sorta di preghiera-riflssione dai dolci toni.

 

Ad essere mutato è anche il tema delle liriche poiché mentre in passato venivano evidenziate le difficoltà della vita a Londra, ora ad emergere è un lato più personale che analizza la sfera dei sentimenti del suo autore Kele Okereke che canta con sempre caldo trasporto.

 

I Bloc Party hanno fatto il loro dovere, ora stà al pubblico dedicare loro la meritata attenzione senza cadere nella ovvia critica, soprattutto come fanno certi personaggi del cosiddetto circuito indie, verso chi ottiene maggiore successo commerciale.

 

Sito Ufficiale
Myspace


Gianluca Polverari


29-10-2008

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