Il 3 marzo al Circolo degli Artisti i Monotonix al Circolo degli Artisti

"March Of The Zapotec / Holland"
(Ba Da Bing Records)
2009
Voto: 6
Il nuovo disco di Zach Condon, alias Beirut, sono in in realtà due EP.
Le prime sei tracce infatti fanno parte di un progetto a nome Beirut sviuluppato in Messico, e prendono il nome di “March of the Zapotec”.
Le cinque che vanno a completare il disco sono invece firmate Realpeople (psudonimo che Zach Condon ha già usato nel passato) e hanno per titolo “Holland”.
Se il primo lavoro del musicista di Santa Fe (Gulag Orkestar) era influenzato da suoni dell’est europeo, e il secondo (lo splendido “The Flying club cup”) attingeva ad atmosfere francesi, nei due EP che compongono questo disco troviamo il Messico e l’elettronica.
“March Of The Zapotec” è stato registrato a Oaxaca, con una band di 19 musicisti messicani, la Jimenez Band, specializzati in musiche funerarie (!!).
Dalla bella introduzione bandistica di “El Zocalo” si parte per un viaggio un viaggio tra tinte malinconiche, tipiche del cantato di Beirut, sostenute dagli archi e dagli ottoni della Jimenez Band. La bella “La Llorona” è una delle migliori canzoni del Beirut che conoscevamo: poco Messico, molto est-europa.
Un pò di centro America si può sentire in “My Wife”, bellissimo brano strumentale.
“The Akara”, ancora una volta dimostra la maestria di Zach negli arrangiamenti e nella gestione emotiva del brano, qui aperto da un tema che ricorda vagamente le atmosfere de “El deguello”.
Poi un altro strumentale (“On a Bayonet”) ci introduce all’ultimo brano della prima parte “The Shrew”, intensa e vibrante.
Qui finisce la prima parte, e le atmosfere cambiano completamente.
Dimenticate il Beirut che conoscevate, e tuffatevi nella versione “Realpeople”.
Già dai primi secondi della intro di “My night with the prostitute from Marseille” si capisce che cambiato tutto: pop elettronico lontanissimo da quello che ci potremmo aspettare.
Nonostante il cambiamento violento, il brano è piacevole, anche se un pò più banale del solito.
“My wife, lost in the wild” e “Venice” non convincono, bella l’introduzione di “The Concubine”. Lascia parecchi dubbi anche la chiusura con “No Dice”.
Insomma, un disco di transizione. Una prima parte “tipicamente Beirut” che non aggiunge molto ma è piacevole all’ascolto.
Da rivedere la versione elettronica Realpeople della seconda metà del disco.
Nicola Ravera Rafele
21-02-2009
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