Perchè non amo Baustelle

Adriano Lanzi è uscito vivo dagli anni 80, e se li è lasciati alle spalle

Perchè non amo Baustelle

 

Un party un po' necrofilo e ammiccante. Qualche riserva su Baustelle.


Amen è entrato nella top ten, e i Baustelle non hanno nessun bisogno del mio parere, pro o contro. Mi si chiama in causa per produrre una recensione “contro”, e io sul disco in sé non ho molto da dire; non vi dirò neanche se è bello o brutto, che quello ognuno lo decide per sé. I co-redattori di Crak! mi hanno messo in croce, ahimè. e mi tocca scrivere a titolo personale cosa non mi piace del disco, e del fenomeno Baustelle. Insomma, una questione privata.

 

Nell’album c’è una manciata di canzoni abbastanza pop da essere canticchiate da chiunque, che infatti hanno raggiunto lo scopo. C’è chiaramente stato un lavoro enorme in sede di produzione, che ha levigato ogni residua asperità indie-rock, virando di fatto verso una "musica italiana" un po’ più chitarrosa della media, con esiti molto credibili su una buona metà dei pezzi, e con un suono invece confuso, come di cavalli che tirino in troppe direzioni contemporaneamente, nelle tracce che rimangono.

 

Mi trovo però in netta controtendenza rispetto alla generale esaltazione dello spessore dei testi di Francesco Bianconi. Per cominciare, c’è la questione della prosodia. Sono dell’idea che nelle canzoni gli accenti delle parole non debbano cadere in modo diverso da come fanno nel linguaggio parlato. Oddìo, a voler essere fiscali questa cosa mette fuori gioco il novanta per cento del rock cantato in italiano. Non dico allora di arrivare all’attenzione e alla misura di un Giorgio Gaber: non c’è una sillaba girata in nessuna delle quasi mille canzoni che ha scritto (anche nelle più ritmiche, in barba all’alibi di molti per cui “l’italiano non è una lingua adatta al rock” eccetera – basta sceglierle bene, le parole). Non dico neanche di arrivare ai livelli volontariamente grotteschi di Elio e Le Storie Tese, che da persone intelligenti quali sono hanno da subito preso di mira questo limite della canzonetta italiota. E l’hanno risolto forzando sul quattro quarti irresistibili storture verbali; o al contrario, per cantare correttamente frasi improbabili le hanno stese su basi ritmiche così complesse che manco i Gentle Giant.

 

In molte canzoni di Amen, va detto, e paradossalmente proprio in quelle più sloganistiche e cantilenanti, in cui la verosimiglianza della prosodia farebbe solo gioco all’impatto pop del messaggio, c’è invece una disattenzione palese su questo aspetto. Allora passi inevitabilé, passi catastrofé, ma quando sento crocifì-ggetelò sudo freddo, e a voliamo invanò caccio un urlo. Sarò ipersensibile… ma è per questo motivo che non ho mai veramente amato i CCCP: ma come, one two three four e poi lo slogan che viene male?


Bisogna riconoscere che nei testi di Baustelle c’è una quantità di riferimenti che - almeno rispetto alla media del pop nazionale - fanno di Bianconi un autore atipicamente colto, e capace di attirare l’attenzione. I miei dubbi però non sono solo questioni formali, ma riguardano il fatto che non so veramente da che parte stiano, Baustelle.

 

 

Ho un grosso problema con gli anni ottanta. Da teenager ero profondamente infelice – privilegiato forse, ma infelice - e al di là della mia condizione personale avevo già allora la netta percezione che ci nutrissero tutti a base di merda. Culturalmente, intendo. Ma ero un ragazzino strano, sono sempre stato strano. I prodotti culturali di quel decennio che oggi trovo validi e belli saranno sì e no una ventina, e li ho scoperti (o riscoperti) quasi tutti quando il decennio in questione era finito. Perciò proprio non riesco a godere del compiaciuto campionario di citazioni eighties di questo cd, neanche quando si vorrebbe ammantato di consapevolezza critica, o autocritica.

 

Sbaglierò, ma più che una critica alla società dei consumi avverto un certo cinismo di fondo – quello sì davvero orrendo, nel modo in cui Bianconi dice che “vende dischi”, e fa la parte di chi se ne vergogna. Già questo atteggiamento mi pare ambiguo. L’esame del presente, poi mi sembra che non vada oltre una serie di istantanee di quel senso di paralisi e impotenza che è sotto gli occhi di tutti. Talmente sotto gli occhi di tutti che mi chiedo: non viene in mente a nessuno che in realtà c’è un sacco di gente che va oltre, o almeno ci prova? Anche nella nostra generazione in larga parte ignava, sì. Anche se parlo più volentieri con i cinquantenni che con i miei coetanei, eccetto qualche caro amico, come Tommaso Capolicchio che ha appena pubblicato su questo sito la recensione “pro” Baustelle. Ma anche tra i teenager odierni, la generazione di Charlie, ce ne sono tanti che non sono messi così male.

 

Il tono delle liriche di Amen è a tratti appropriatamente lugubre, ma rimane in superficie, ed è questa superficialità che secondo me allude a un contenuto senza affrontarlo veramente, credo, a darmi un tantino sui nervi, anche se è una delle chiavi del successo pop, e transgenerazionale, del disco. Non si sta chiedendo qui ai Baustelle di proporre soluzioni (è semplicemente ridicolo) e in fondo nemmeno di cercarle. Non pendo dalle labbra di un gruppo pop per questo. Facciano quello che gli pare, che oltretutto lo stanno facendo piuttosto bene. Amen rimane un party record, almeno cinque pezzi vanno bene per le feste, anche se non a casa mia.

 

Brindare sulla morte dei sogni, a cuor leggero, senza un vero dolore perché in fondo hai deciso che non è colpa tua – e di chi? delle circostanze? degli anni ottanta??? – e sei un figo perché te ne sei accorto, toccatemi tutto ma non il narcisismo. E poi ballarci pure su. Mi pare un po’ troppo. Il ballo dei Baustelle è difficile per me, dovrei stare in equilibrio precario tutto il tempo. Balliamo l’heavy samba, in piedi su una gamba…

IL MYSPACE DEI BAUSTELLE

 

COSA PENSI DEI BAUSTELLE?


Adriano Lanzi


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