Recensione Live: Franco Battiato

Franco Battiato
Auditorium
Via della Conciliazione
5 Marzo 2009
voto 8

Foto di Giovanni Cerro e Donatella Di Filippo
Foto di Giovanni Cerro e Donatella Di Filippo

 

Franco Battiato
Auditorium
Via della Conciliazione
5 Marzo 2009    

VOTO: 8

 

Nel panorama della musica italiana nessuno ha messo d’accordo critica e pubblico come ha fatto Franco Battiato, il tour teatrale del 2009 tocca Roma con quattro serate consecutive in una sala che contiene quasi 1800 persone e con biglietti esauriti da almeno due mesi.
I costi sono alti, come in tutti i tour teatrali, ma quasi tre ore di concerto e un Battiato che spesso scende dal piedistallo per raccontare storielle e aneddoti particolari renderà tutti contenti della serata.
Il proscenio è affidato a una cassapanca con un tappeto orientale poggiato sopra, è li che Battiato si siederà per eseguire la maggior parte delle canzoni proposte; alle sue spalle il “Nuovo Quartetto Italiano”, 3 violini e un violoncello, sulla sinistra del palco un pianoforte suonato con vigore da Carlo Guaitoli che sarà in primo piano in tutti i pezzi della serata. Dall’altro lato una postazione con synth, campionatori e tastiere gestite da Angelo Privitera, e un chitarrista, Davide Ferrario, che si sente appena quando imbraccia l’acustica e non si sente per niente quando passa all’elettrica.
Andando per ordine, un paio di letture e una canzoncina facile facile per Manlio Sgalambro ad aprire la serata. Poi un grande applauso accoglie il cantautore siciliano.
Nessuno gli ha chiesto perché dopo gli album di cover “Fleurs” del 1999 e “Fleurs 3” del 2002 nello scorso 2008 è uscito “Fleurs 2” invece di “Fleurs 5”, fatto sta che nella scaletta del concerto sarà lasciato grande spazio anche alle cover. E dall’ultimo cd verranno eseguite 8 delle 12 canzoni presenti.
L’apertura è affidata a “Frammenti” dall’album “Patriots” del 1980. Alla fine dell’esecuzione Franco dà il benvenuto al suo pubblico. Poi si parte nell’esplorazione del nuovo lavoro con “Era D’Estate”, brano di Sergio Endrigo. Battiato comincia a muovere le braccia come a seguire l’andamento del quartetto d’archi, e questi movimenti a metà strada tra una danza orientale e un direttore d’orchestra ci accompagneranno per tutta la sera. Alla fine del pezzo arriva l’ultimo ritardatario e Battiato prende spunto per raccontare un aneddoto che vale la pena riportarvi, alla fine dei ’60, arriva a Roma Julian Beck portando per la prima volta nella capitale il Living Theatre, entra in scena e resta immobile con la mano sotto il mento, dopo alcuni minuti cresce la tensione di un  pubblico che non riesce a capire cosa stia succedendo, arriva un ritardatario e qualcuno dal loggione strilla: “Aho nun sai che te sei perso!”.
Si riprende con un altro omaggio a Sergio Endrigo “Te lo leggo negli occhi” che dal primo Fleurs è diventato un classico anche del repertorio di Battiato. Poi un tributo a Fabrizio De Andrè inserito nelle scalette di questo tour a furor di popolo, la scelta cade su “Inverno” brano eseguito anche nello speciale della trasmissione di Fazio per il decennale della scomparsa del poeta genovese.
Si prosegue con “Casta Diva” da Gommalacca, canzone dedicata al genio di Maria Callas con tanto di campionamenti del soprano in questione. Poi ancora un ripescaggio dal primo Fleurs; “La canzone dei vecchi amanti” di Jaques Brel.
Qui Battiato racconta la sua prima incisione, che ha avuto luogo a Milano in seguito a una sua risposta ad un annuncio di ricerca di un cantante dilettante. Era un’iniziativa della Nuova Enigmistica Tascabile che usava allegare alla pubblicazione un disco di plastica con un brano famoso ricantato da un cantante sconosciuto. Il giovane Francesco Battiato, così apparve sulla copertina di quell’ormai introvabile disco del 1965, reinterpretava il successo di Alain Barriere “E più ti amo” con il testo tradotto da Gino Paoli, Battiato sul palco ammette di averlo ripescato in quest’ultimo lavoro quasi a voler simboleggiare la chiusura di un cerchio.
Ancora dall’ultimo lavoro la toccante “Il Carmelo di Echt” di Juri Camisasca, e “It’s five o’ clock” omaggio al cantante greco Demis Roussos. Inframezzate da “Mesopotamia” inizialmente scritta da Battiato per una collaborazione Morandi-Dalla.
E’ la volta di Anne Ducros, diva del jazz francese, che appare biondissima sul palco, e duetta con il padrone di casa in “Sitting On the dock of the bay” di Otis Redding così come incisa nel lavoro che Battiato sta presentando stasera. Forse per le austere voci dei due sarebbe più appropriato un brano meno soul, alla fine Battiato esce, e la cantante francese resta sola per eseguire 3 brani; la cover di “Sexy Sadie” dal doppio bianco dei Beatles, eseguita su una base registrata, mentre sarebbe stato bello vedere il sassofonista visto che l’arrangiamento in questione gli affidava grande spazio. Poi da “Piano, piano” disco del 2005 della signora Ducros arriva “Body and Soul” e per finire un omaggio alla musica d’autore italiana con “Estate” di Bruno Martino.
Battiato rientra e da qui in poi sfodera i grandi classici del suo repertorio, l’inconfondibile apertura dei violini per “L’animale” poi senza soluzione di continuità “L’ombra della luce”, “Lode all’inviolato”, e l’applauditissima “La cura”. Battiato racconta l’esperienza con Alice all’Eurofestival ’84 per introdurre “I treni di Tozeur” poi arrivano “Caffè de la paix”, “La stagione dell’amore” e “e ti vengo a cercare”. Ancora dall’ultimo lavoro la canzone che l’ha visto duettare con la conterranea Carmen Consoli; “Tutto l’universo obbedisce all’amore” poi il pubblico si unisce in un coro per sostenere “L’era del cinghiale bianco”, un divertito Battiato si interroga sulla validità della scaletta, e racconta aneddoti datati 1973, epoca in cui racconta: “proponevo una musica estremissima, ne ero felice, e lo sono ancora oggi!” racconta aneddoti su Nico e John Peel, e racconta di un festival inglese dove suonò  “Sequenze Frequenze” utilizzando una radio sintonizzata sulle onde corte, una tv senza segnale che dava il cosiddetto effetto neve, e un giradischi con i giri rallentati sui quali con il suo futuristico sintetizzatore improvvisava buona parte del suo set. Dopo il racconto arriva un piccolo synth e in chiave molto più soft viene riproposta una parte del brano.
A chiudere la prima parte un omaggio alla grazia di Dalida con “il venait d’avoir 18 ans”.
Si accendono le luci, ma le richieste del pubblico sono assordanti, quindi i musicisti riescono sul palco e le luci si spengono.
Battiato propone “L’addio” che chiude il suo ultimo disco, e poi una versione piano e voce di “Povera Patria” dove il verso “… tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni” viene sottolineato da un grande applauso.  Alla fine Battiato saluta ed esce, sono passate due ore e mezza dall’inizio.
Ma il pubblico non si dà per vinto e continua a invocare i titoli delle canzoni che mancano “Prospettiva Nevski” su tutte, Battiato cede alle lusinghe e esce dicendo “sono distrutto”, poi regalerà un secondo bis con 4 pietre miliari del suo repertorio. “Stranizza d’amuri” la richiestissima “Prospettiva Nevski” alla fine della canzone troverà anche il modo di raccontare aneddoti sui suoi viaggi a Leningrado. Poi saranno i violini a iniziare la sinfonica “Gli uccelli”, e dulcis in fundo “..tanto per non lasciare la sala con questa coda di romanticismo decandente” arriva una scatenata “Voglio vederti danzare” con molte persone che lasciano le proprie poltrone per andare a bordo palco a ballare, cosa che difficilmente si sarebbe potuta immaginare di vedere in una location del genere.
L’impressione di esecuzioni tecnicamente perfette, fanno sembrare Battiato un perfezionista maniacale, peccato solo per la chitarra un po’ troppo nascosta e per il volume un po’ troppo basso.
La durata,quasi 3 ore, è degna del miglior Bruce Springsteen anche se ci sono ancora molte delle canzoni più famose che non hanno trovato spazio, ma il repertorio è gigantesco.
Nella testa resta la potenza di alcuni versi, i versi più belli di tutta la produzione musicale italiana forse, uno su tutti: “… e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”
Lasciamo la sala contenti, non è stato un concerto dai suoni rock, ma l’atteggiamento di un cantante che sposa cultura alta con riferimenti popolarissimi ci insegna come si dovrebbe essere rockstar in Italia.


Giovanni Cerro

Donatella Di Filippo



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