Recensione live: Mulatu Astatke/Heliocentrics

Concerto "caldissimo" con il vibrafonista etiope e la band che hanno grondato groove per quasi due ore. Suono insoddisfacente (Roma non imparerà mai?)

Recensione live: Mulatu Astatke/Heliocentrics

Mulatu Astake & The Heliocentrics

Roma - Circolo degli Artisti 

9 aprile 2009

Voto: 8

 

C'era molta attesa per il concerto di Astatke con gli Heliocentrics, tappa romana di un'avventura congiunta sull'asse Addis Abeba - Londra. Molti appassionati di black music e di exotica, molti rappresentanti della comunità etiope romana, e molti curiosi, magari spinti al Circolo degli Artisti dalla voglia di sapere di più di questo strano personaggio, che ha portato i modi della musica etiope nel jazz, e di rimando il jazz moderno in Etiopia, che i più conoscono per l'inclusione di quattro suoi brani nella colonna sonora di Broken Flowers, di Jarmusch.

La mia grande domanda, oltre a quella sulla qualità che avrebbe avuto il binomio Astatke-Heliocentrics alla prova del palco, che si è rivelata altissima, riguardava più che altro  il modo in cui avrebbero risolto dal vivo la forte componente digital del loro disco in studio, fresco di stampa (trovate qui la recensione). 

 

La performance è stata penalizzata, soprattutto nella prima parte, da un suono che lasciava molto a desiderare, e non mi riferisco tanto al basso volume del vibrafono, che è  voluto - il maturo bandleader preferisce non emergere troppo sul gruppo - quanto proprio all'equilibrio generale: per i primi tre pezzi si sentivano praticamente solo il basso e i fiati. Mostri, per carità, e c'è da dire che il basso di Jake Ferguson insieme alla batteria di Malcolm Catto costituisce uno dei motori da groove più inarrestabili che abbia mai visto su un palcoscenico. Peccato però, perchè se il palcoscenico è gremito, con tanto di chitarra elettrica, tastiere, due percussionisti, un violoncello, vederli agitarsi e non avere riscontro degli effetti del loro moto nelle proprie orecchie è come minimo irritante. Proprio il violoncellista emerge per primo, quando il gruppo domina pian piano l'acustica del Circolo - che,  per inciso, a piena capienza diventa un forno crematorio, e sono sicuro  possa permettersi un impianto di ventilazione che funzioni -  con un virtuosismo mai greve, una fantasia rara e un lavoro esteso agli angoli più reconditi del suo strumento.

 

Astatke tiene il palco con una naturalezza sì da vecchio leone, ma lieve, senza spocchia, genuinamente simpatica, e il gruppo fa un lavoro egregio sul repertorio, tra composizioni antiche  - si pesca a piene mani nel  book di metà anni '60 di Mulatu  -  altre più recenti, come un'immancabile Broken Flowers Suite  (mezz'ora sana di afro-funk ritmatissimo e stordente, con vertigini free e quasi psichedeliche da parte di tutti gli strumentisti, e a quel punto se il concerto fosse finito lì non ci sarebbe stato nulla di strano) e altre ancora recentissime (un paio di estratti dal nuovo cd). 

 

"Mi sono dedicato un pezzo ... si chiama Mulatu", dice Astatke. Parte un riff con un basso spezzato in sei quarti, e penso che il pezzo avrebbe anche potuto chiamarsi Fela, poi l'elemento etiope della song si fa sempre più marcato. Riguardo alla mia domanda iniziale, è presto detto. Il trombettista gioca per qualche minuto, e intelligentemente, con un delay. Il tastierista è all'opera su un sintetizzatore nord stage, e su un moog voyager. Sul "nord" i suoni di riferimento sono le simulazioni di tastiere vintage (piano elettrico fender rhodes e organo hammond) usati come si deve, per rinforzare rispettivamente l'attaco e l'alone del vibrafono, e il moog suona ... come un moog. Nessuna "nuova frontiera" digitale. Tutto estremamente fisico e diretto, come è giusto che sia almeno in questo caso. I "digitalismi", che  gli Heliocentrics sanno usare con profitto, almeno in studio, è in studio che restano confinati. Dal vivo anche l'elettronica è sanamente sudata.


Adriano Lanzi


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