Pulp Disney: Archimede Estremo

CRAK! riapre alla scrittura creativa con il filone Pulp Disney: il lato oscuro dei Paperi e dei Topi per la prima volte sotto i nostri occhi!

Pulp Disney: Archimede Estremo
Archimede Pitagorico è la risposta positivista ad Amelia, Nocciola e Maga Magò. E' la trasfigurazione American-Disneyana della completa fede nella scienza, che assume un ruolo ai limiti del metafisico, grazie alla capacità di trasformare in realtà il sogno recondito del committente. Grazie "solo" ai prodigi del metodo sperimentale, che con Archimede va molto al di là di Newton o Galilei. Loro avrebbero ragionato l'invenzione di un "Pozzo dei Desideri" come qualcosa di afferente al mondo dell'irrazionale e del magico, mentre invece Archimede ne ha costruito uno negli anni cinquanta, affrontandone lo studio e la realizzazione con spirito puramente Cartesiano.

1

Basettoni e Manetta andarono ad interrogare lo strambo inventore in modo informale: erano fuori giurisdizione, e sapevano bene quanto a Paperopoli non avessero alcuna autorità esecutiva. Ma era una storia sporca. Troppo, per poter raccogliere scartoffie e procedere: volevano battere il ferro finché era caldo. Inoltre, Pippo era un amico, e faceva male vederlo distruggersi in quel modo, con l'urgenza di chi vuole fuggire dalla realtà.

Un pupazzo con la testa a lampadina aveva fatto il té, mentre i due si erano accomodati su un'amaca senza corde, sospesa per aria. Basettoni si guardava intorno, perplesso: non capiva se stava nella buffa casa di un bislacco personaggio delle favole - quegli inventori con la testa sempre per aria, distratti e sempre gentili con il prossimo - oppure nell'antro di un maniaco depressivo con deviazioni feticiste. Lo aveva pensato guardando un cappello a forma di voliera, appeso su un ometto recante la scritta "Cappello Pensatore".

2

Mentre Edi versava il contenuto di una teiera dentro delle tazze, Manetta si era ipnotizzato su un cartellino recante la scritta: "Lucciole Per Lanterne - Brevetto 1324/b -", mentre una lampada dalla luce gialla molto intensa e calda delineava un cerchio di luce sulla parete, proiettandovi l'ombra dell'ispettore, riconoscibile dalla bombetta e dal sigaro, sempre ben conficcato nelle sue labbra carnose.

-"Quindi lei non è a conoscenza del destino occorso al povero Gilberto", domandò il commissario all'inventore.

-"Gilberto il nipote di Pippo?" rispose Archimede, apparentemente sovrappensiero;

-"Gilberto il nipote di Pippo!" gli fece eco Manetta, gelido. E continuò:
-"E' scomparso di casa, senza lasciare traccia, da più di un mese. Lo zio sostiene che possa essere qui, da lei. Per dirla tutta, sostiene che tra lei e Gilberto possa esserci una... come chiamarla... Relazione?"

Il bislacco inventore non parve scuotersi tanto, così protetto dalla sua aria trasognata. Si alzò dalla sedia priva di zampe su cui aveva sorbito tranquillamente il the, e mosse verso il suo bancone, quello su cui troneggiava il cappello pensatore, con dentro dei corvi che dormivano. Lo sfiorò con il palmo della sua bianca mano, mentre le quattro dita si muovevano nervosamente. Se lo si fosse osservato attentamente, ci si sarebbe accorti che sotto le piume del viso, stava sudando. Basettoni e Manetta non lo avevano mai perso d'occhio, ma avevano un problema: non riuscivano a tenere gli occhi aperti; cosa gli aveva dato, quella maledetta lampadina? Le dita dell'inventore, la testa di Edi che si accende e si spegne ad intervalli regolari. Poi più niente.

3

Una musica costante, algidamente matematica, avviluppata da un mal di testa feroce, sordo, pulsante. Basettoni prova ad aprire gli occhi, ma davanti ha solo una luce biancastra, lattea. Fatica e dolore, unitamente ad un senso di "sbagliato". Cos'aveva in bocca?

4

Nel buio era percepibile solo un respiro affannoso. Doveva avere una spalla slogata, per quanto era stato legato stretto. Da quant'è che stava lì? Aveva subìto tutto, ma si può dire che non era vero. Era riuscito a fuggire con la mente, a scappare via lontano, mentre sigarette venivano spente sulle sue mani, e le sue parti molli venivano dilaniate con attrezzi orribili, medioevali. Aveva inventato un modo per non patire dolore, per alienarsi da quell'orgia di sofferenza. Dal sadismo del suo aguzzino. Ora, però, doveva pensare. Anche se non riusciva a muoversi, e a capire dove si trovava.
 
5

Intanto Basettoni cominciava a capire la situazione assurda in cui si trovava. Pensava a Pippo, per calmare i dolori e per provare a rimettere a fuoco i pensieri.
Era spento. Topolino non provava nemmeno più a coinvolgerlo nelle sue indagini o ad invitarlo alle sue gite. Viveva sdraiato su un divano sdrucito, in quel disastro di casa cui era venuta meno anche l'allegria, quella che rendeva il disordine di Pippo romanticamente sbarazzino. Era tutto lugubre, per Pippo  da quando il suo unico, adorato nipote era andato via.
Mentre Basettoni ricordava, aveva capito cosa non gli tornava. Aveva cominciato con il realizzare che non poteva chiudere la bocca, e la mascella in fiamme era parte del suo dolore lancinante. Un'altra fonte di sofferenza proveniva dalle caviglie; allora si accorse che una corda lo teneva appeso al soffitto per le gambe. A testa in giù. Era buio, ma la luna piena filtrava da una finestra minuscola, in alto. Basettoni ci mise un po' a decodificare quell'orrenda scena. Un po' per il suo punto di vista, forzatamente invertito, un po' per l'orrore indicibile che incuteva.

Il cadavere di Manetta giaceva ammanettato alle zampe di un tavolaccio di legno, orrendamente esposto, piegato a novanta gradi, completamente nudo. Il sangue colava lungo le sue gambe, e la testa era reclinata dal lato del commissario, con l'unico occhio spento appeso al soffitto. Al posto dell'altro c'era il suo sigaro infilzato nell'orbita vuota. Le lunghe orecchie da segugio erano state inchiodate con grossolana ferocia al piano del tavolo, e il sangueche colava dai denti rotti formava un rivolo che dall'angolo del tavolo gocciolava sul pavimento.

Il grasso commissario era lì, appeso per i piedi  a testa in giù, con una palla di plastica dura infilata in bocca. Sentiva le mascelle prendere fuoco, il sangue scendergli in testa e le braccia legate dietro la schiena formicolargli. Valutava di trovarsi a circa un metro da terra e probabilmente - se ne accorgeva solo adesso - aveva anche una gamba rotta. Gli sembrava di impazzire per il dolore. La patina davanti agli occhi - forse effetto collaterale di un sonnifero ingoiato insieme al the - non c'era più. Aveva provato a dondolarsi, ma aveva dovuto desistere per il male alla gamba, e inoltre non avrebbe potuto fare niente: la corda da scalatori, in perfetta efficienza, era agganciata con un solido moschettone da scalatore ad un passante di metallo murato nel soffitto. Quel bastardo aveva fatto un lavoro certosino, paranoico.

In realtà, per poterlo sollevare, quel figlio di puttana di uccellaccio di razza sconosciuta aveva usato una carrucola che solo adesso gli occhi gonfi di Basettoni riuscivano ad intravedere. Era una ruota dentata con un fermo, dotata di un motore ora spento, che tendeva una corda attraverso il moschettone, legata sulle gambe del commissario. Ma era lontana, e lui aveva le braccia legate. Forse gli veniva da piangere, per la prima volta nella sua vita. Quella musica lugubre continuava a snocciolare sedicesimi, imperterrita. Poteva essere Joahn Sebastian Quack: il clavicembalo era gelido e l'esecuzione aritmetica. Le lacrime di Basettoni cadevano al suolo, insieme alla saliva che non riusciva a deglutire. Voleva morire, proprio lui, che in quasi settantatré anni di carriera non aveva visto morire nessuno. La morte e la sofferenza non avevano mai preso parte al suo mondo. Fino a quel maledetto sconfinamento a Paperopoli.

6
 
Archimede, intanto, pensava al piccolo Gilberto; alla sua vivace intelligenza, unita ad un'ingenuità che sembrava essere presa tutta dallo zio Pippo. Quanta tenerezza gli faceva; e quanto imparava! L'inventore non aveva mai avuto discepoli, la compagnia di Edi gli era sempre bastata. Ma l'irruzione nella sua vita di quel piccolo cane con cappello da neolaureato l'aveva cambiato per sempre.
Archimede aveva sempre osservato i comportamenti delle coppie; Paperino con Paperina, Paperoga con Gloria, Orazio con Clarabella, persino Paperone con  Brigitta. Ne aveva sempre potuto testimoniare affetti, rancori, semplici dissapori, piccole e grandi frustrazioni. Ma lo aveva fatto sempre con l'occhio di uno scienziato. Non aveva mai capito cosa poteva legare due persone in quel modo. Quando si era posto il problema della solitudine, lui, Archimede Pitagorico, aveva inventato Edi.

Le soluzioni le "inventava", non le trovava.

A Paperopoli non avrebbero mai potuto capire. Nemmeno a Topolinia, e lui ci perdeva la testa;  si erano rassegnati a vivere il loro sentimento nella clandestinità, a costruire il loro rapporto su castelli di bugie e di mezze verità.

7

Ecco, se non altro, con quel buio riusciva a pensare molto bene. Nonostante la costrizione delle braccia gli facesse percepire una cancrena imminente, ora cominciava a ragionare. Il pensiero di Gliberto aveva aperto la sua mente, come un paracadute. E ora, come un paracadute, la sua mente funzionava. Cominciò con il richiamare a sè tutti i muscoli del corpo. Scoprì di avere un occhio tumefatto, diverse escoriazioni sulle braccia e sulle gambe e probabilmente la mano sinistra rotta. Sputò sporcandosi la camicia rossa (o il gilet nero? Non poteva saperlo, era buio). Se la saliva andava in giù, voleva dire che si trovava in posizione eretta. Quindi era in piedi, anche se senza possibilità di muoversi, ingabbiato in una specie di Vergine di Norimberga. Poi saggiò con la testa gli angoli della sua minuscola prigione, e li scoprì essere di legno. Fece due conti. Un metro e settantacinque per ottantacinque centimetri di armadio. Doveva essere per forza un guardaroba. E cominciò a ricostruire, inconsapevolmente, mentre il suo pensiero vigile era solo per il suo amore.
Gli piacevano gli amplessi con Gilberto: lui completamente bianco, l'altro completamente nero. Era una specie di Yn Yang mondato da quell'unico puntino di impurità, un abbraccio tra l'essere e il non essere, tra il buio e la tenebra. Non parlavano mai quando facevano sesso, ma prima e dopo rasentavano la logorrea. Quel giorno si erano confrontati su temi di Bioetica: avevano ragionato per ore, senza riuscire a venire a capo di nulla: era stata l'unica volta dalla nascita del loro rapporto! Non erano riusciti a farsi una ragione del perché né a Paperopoli né a Topolinia non ci fosse un figlio che fosse uno: erano tutti lontani parenti! Zii e nipoti, cugini e nonne. C'erano tantissimi fratelli, con un'incidenza statistica sui gemelli inquietante: Qui, Quo e Qua, Tip e Tap,  Emy, Ely ed Evy. Ma di Madri e Padri, nemmeno la traccia.

Quella era stata l'ultima volta in cui l'aveva visto. Lo ricordava nudo, mentre andava a posare il suo cappello nello scompartimento superiore dell'armadio del laboratorio, insieme ai vecchi marchinegni di Paperinik, oramai in disuso.

8

Basettoni aveva sentito, da una parte buia di quella stanza di cui non riusciva a discernere le pareti, il rumore proveniente da un angolo buio della stanza. Ne era certo. Un tonfo sordo, come di un colpo su una porta: qualcuno che bussava, forse! Cercò di strillare, ma quella dannata palla non gli permetteva di emettere altro se non un rantolo, che gli spruzzava saliva persino nel naso, quasi soffocandolo.

9

Quando capì di aver colpito troppo forte i lati della sua minuscola prigione di legno, Archimede rimase in silenzio, e riuscì a percepire un lamento. C'era qualcuno là fuori! Il terrore tornò a paralizzarlo, e pensò che sarebbe ricominciato da capo. Poi, un colpo fortissimo, che lo fece sussultare. Senza un lamento.

10


D'un tratto nella stanza si accese una luce violentissima. Il commissario sentì mille spilli trafiggergli le cornee, e dovette strizzare gli occhi, causando dolore a quello tumefatto. Ormai quasi non ci faceva più caso. La sagoma dell'inventore, disegnata dalla lampada alogena posta proprio dietro di lui gli si fece vicino. Gli occhi erano piccoli e cattivi. L'espressione malvagia tradiva una qualche frenesia:
-"Caro commissario.... Spero che lei sappia apprezzare la mia ospitalità meglio del suo collega!" Basettoni incontrò nuovamente l'occhio spento di Manetta - "Come va la testa? Le fa male?" disse mentre accarezzava lascivamente il volto paonazzo del poliziotto -"Oh, ma che stupido lei non può parlare. Aspetti..." l'aguzzino prese un coltello, e strappò via la cinghia di latex che teneva la palla in bocca dal commissario.

-"DAOUVHE SSHIAMAOU?" articolò malamente Basettoni; Un pugno sulla mascella gliela sbloccò, e potè ripetere:

-"DOVE SIAMO, IN NOME DI DIO?"

L'inventore scoppiò a ridere: - "Ma è evidente, mio caro amico! Siamo nel mio studio, nell'officina di Archimede Pitagorico" e così dicendo tagliò via la corda che sosteneva il grosso poliziotto al soffitto. Basettoni cadde, e il tonfo gli fece perdere i sensi. Ma come aveva potuto fare tanto rumore?

11

Archimede non aveva perso una virgola dello scambio tra Basettoni e il suo aguzzino. Ma era paralizzato da non sapeva nemmeno lui cosa. C'era della mistica, in quella situazione, e lui al metafisico non era proprio avvezzo. Come poteva lui stesso infliggersi dei tormenti così crudeli? Perché il torturato doveva riflettersi nel viso del suo torturatore? Come poteva essersi scisso? Se si trovava dentro quell'armadio, come poteva essere contemporaneamente a torturare il commissario?
Troppe domande, e nessuna risposta plausibile. Allora, chiuse gli occhi, ignorando il dolore che aveva per tutto il corpo, e cominciò nuovamente a pensare. Doveva riprendersi. Ed il panico andava via, perché lui era un uomo di scienza. Sospese il respiro, per non perdere nessuno dei tanti rumori che adesso riempivano l'ambiente. Sentì la voce di Spennacchiotto - per la prima volta realizzò che era la sua - e quella di Basettoni. Dalle voci, capì dove si trovava. Con gli occhi chiusi, Archimede ci vedeva chiaro come mai in vita sua. L'armadio del suo laboratorio, 80 centimetri di larghezza e 190 centimetri di altezza, ma con una mensola a 175 centimetri, su cui doveva esserci un vecchio disintegratore di Paperinik, e forse anche il cappello di Gilberto, proprio dove lo aveva lasciato l'ultima volta. Di lì fu un attimo, un'intuizione rapida e perfetta. Cominciò a sbattere la testa alzandosi sulle punte, fino a far cadere l'asse che sorreggeva la scatola che ora sapeva di avere sopra la sua testa. Tutto cadde ai suoi piedi, compresa la vecchia pistola disintegratrice di Paperinik. E non poteva piegarsi. Per un attimo pensò che fosse finita. Poi vide che le falde del cappello di Gilberto si erano incastrate tra la sua spalla e la parete dell'armadio, a testa in su. Il resto fu semplice. Bastò allungare il collo fin dentro la fodera, dove *sapeva* che avrebbe trovato quello che gli serviva e.....

-"TAH-DAH!" La supernocciolina aveva trasformato il placido Archimede in un supereroe, invulnerabile, volante e fortissimo. Strappò le corde con irrisoria facilità, frantumò l'armadio e in un attimo fu sull'usurpatore. Per un attimo rimase sbigottito davanti alla sua stessa faccia, ma durò solo un attimo. Gli strappò via la maschera dal volto,  e lo legò. Poi lo poggiò sullo stesso tavolo maledetto su cui giaceva manetta, ed estrasse da un cassetto una tenaglia, avvicinandogliela all'occhio destro. Fu semplice e veloce: Spennacchiotto disse dove aveva rinchiuso Giberto, e Archimede volò a recuperarlo. Lo trovò rannicchiato, in un antro maiolicato che era stato un lavatoio. C'era sangue ovunque, e il piccolo pene nero, reciso, appeso lugubremente al centro di quella stanza. Archimede aveva distrutto quel luogo a pugni, per provare a cancellare il ricordo di quei giorni tremendi. Prese in braccio il piccolo nipote di Pippo, che lo guardava - senza parlare - con gli occhi gonfi di lacrime e di gratitudine, e tornarono insieme nel laboratorio.

12
 
Quando Basettoni riaprì gli occhi,  la prima cosa che vide fu una maschera di Archimede, proprio dvanti alla sua faccia. Si rese conto prima di non essere più legato, poi di avere la gamba steccata e l'occhio bendato. Si sentiva bene. Le braccia non gli facevano più male. Davanti a lui, Archimede Pitagorico con una strana calzamaglia rossa e mantello blu, accanto a Gilberto, sorridente e con le mani dietro la schiena. Basettoni non ci capiva niente. Fu Spennacchiotto legato in un angolo che gli fece capire tutto in un attimo.

13

Nell'aula di Tribunale, un grosso Gufo con parrucca ascoltava severo la requisitoria appassionata di un Pubblico Ministero col becco. Spennacchiotto alla sbarra ascoltava impassibile tutti i dettagli della sua sadica follia: dal furto d'identità all'assassinio di Manetta; dalla tortura gratuita ad un ufficiale di polizia, fino all'evirazione di Gilberto. Quest'ultimo era in seconda fila, con le mani intrecciate a quelle di Archimede, più felice di essere vivo e accanto a lui che non desideroso di vendetta e riscatto nei confronti di Spennacchiotto.

Mentre due guardie accompagnavano Spennacchiotto a Sing Song, Gilberto appoggiò la testa sulla spalla di Archimede:

 -"Portami via di qui, ti prego..."

Montarono su un monoruota, e nessuno li vide più.

Epilogo


Paperoga allunga il bong a forma di Eta Beta a Pippo: -"Insomma, di tuo nipote hai notizie?"

-"Si, mi ha scritto un'e-mail ieri sera. Dice che sta bene ed è sereno. Dice che poteva andargli peggio: tutto sommato tra Topolinia e Paperopoli, non è che avere o no il cazzo sia così determinante: te e i tuoi cugini, per dire, ce l'avete sotto le piume..."

Paperoga sorride, ebete:

-"Ma si, ma poi, se si vogliono bene, che ti frega? Dimmi se ti piace ‘sto nero "

Pippo ne aspirò un paio di boccate avide. I due dentoni sembrarono dipingergli sul viso un sorriso angelico: -"...Mmmh... Niente male..."

Paperoga socchiuse gli occhi, compiaciuto: "...Ora lo lascerai perdere il CRAK?"

Pippo si fece serio, stette un po' in silenzio e poi:

-"Guarda, meglio un nipote frocio che laziale. Ora va tutto bene, mi sento sereno: ma, ora come ora, di CRAK! non sento di poter fare a meno".

 

Leggi anche: Pulp Disney - Paperoga Detriore


Anadi Mishra


26-02-2009

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Sarà il freddo, sarà il campionato di calcio brutto, ma da queste parti...